venerdì 24 luglio 2009

I documenti di don Vito e la cassaforte di Ciancimino jr, indagini trattativa ad una svolta

Vito (sn) e Massimo Ciancimino in una foto d'archivio del 1991

di Silvia Cordella

Palermo - Si profila una nuova stagione di fermento investigativo intorno alle indagini delle Procure antimafia impegnate a scoprire le trame occulte ancora nascoste dietro la morte del giudice Paolo Borsellino. La strada imboccata dai magistrati palermitani Nino Di Matteo e Antonio Ingroia, titolari del processo all’ex capo dei servizi segreti Mario Mori, sembra quella giusta.
I risultati li vedremo presto ma gli ottimi presupposti sono già sotto gli occhi di tutti. Le dichiarazioni dell’ultimogenito di casa Ciancimino, testimone diretto della trattativa che nel 1992 interessò parti dello Stato e Cosa Nostra, hanno riaperto il dibattito sulle responsabilità politiche che probabilmente determinarono l’accelerazione della morte di Borsellino. Il livello delle indagini è alto come alti sono stati gli interessi dietro la strage di via d’Amelio, tanto che lo stesso Massimo Ciancimino messo alle strette dai magistrati, ha esclamato “sono cose più grandi di me”.
Per questo forse dopo la morte di suo padre, avvenuta il 19 novembre 2002, il giovane Ciancimino si era eclissato senza mai dire una parola in una Palermo che restava invece molto attenta alle sue folli spese tra barche di lusso e borse di Hermes. Un marchio indelebile e un cognome pesante da portare. Fino al gennaio 2008 quando lui, l’erede del patrimonio e dei segreti di don Vito, ha deciso di rompere il silenzio con un’intervista a Gianluigi Nuzzi, giornalista di Panorama. Da allora Massimo Ciancimino ha maturato la convinzione crescente di dire la verità su suo padre e su quel mondo che fin da piccolo lo ha legato a Cosa Nostra. Così si è raccontato negli studi televisivi di “Iceberg”, una trasmissione di carattere politico condotta da David Parenza su TeleLombardia in occasione della presentazione del libro “Vaticano Spa” scritto dallo stesso Nuzzi, con la presenza di Giacomo Galeazzi (vaticanista de “La Stampa), Luigi Li Gotti (avvocato e Senatore Idv in Commissione Giustizia), Giuseppe Lo Bianco (cronista Ansa di Palermo) Nando dalla Chiesa (Senatore Pd, sociologo) e Gaetano Pecorella (avvocato e Senatore Pdl). “Nel 2008 – ha detto Ciancimino Jr. - sono stato chiamato a rispondere a delle domande dai magistrati che conducono le inchieste sulla trattativa”. “Ho Risposto ai pm non perché cerco impunità” - ha precisato – “non sono un pentito e non aspiro ad entrare in nessun programma di protezione”, ma sono un “testimone”. Tecnicamente un teste di reato connesso, perché Ciancimino è stato condannato a 5 anni e 8 mesi per riciclaggio, intestazione fittizia di beni e concorso in tentata estorsione per aver speso e reinvestito soldi provenienti dal patrimonio accumulato illecitamente da suo padre. “Una volta – ha continuato – mentre andavo a trovare il dottor Falcone per parlare della condizione di mio padre, allora detenuto a Roma, mi disse che i miei guai sarebbero finiti quando mio padre non ci fosse stato più. Successivamente quando glielo raccontai lui commentò questa frase affermando: i tuoi guai cominceranno quando io non ci sarò più”. E in effetti, ha sottolineato Ciancimino, per una strana coincidenza, il giorno stesso della morte di don Vito lui è stato iscritto nel registro degli indagati con l’accusa di riciclaggio con l’aggravante dell’art. 7, per aver favorito Cosa Nostra. Aggravante archiviata in sede di rinvio a giudizio.
Massimo davanti alle telecamere si è sottoposto alle domande degli ospiti in studio ma a Lo Bianco che gli chiedeva se avesse consegnato alla Procura il famigerato “papello” (il foglio contenente le richieste che nel ’92 Riina inoltrò allo Stato in cambio della fine delle stragi) Ciancimino si è trincerato dietro il silenzio: “non posso rispondere – ha detto - la magistratura ha le carte, ha tutto e avrà tutto”. Sono passati quasi vent’anni da quel 1992 e benché lo stesso Vito Ciancimino avesse chiesto per sette volte di parlare alla Commissione parlamentare Antimafia nessuno mai ha voluto sentirlo. In realtà, ha detto Nando Dalla Chiesa, “Vito Ciancimino non è mai stato convocato perché si temeva che usasse la Commissione per intorbidire le acque e lanciare messaggi difficilmente decifrabili e per rendere più difficilmente comprensibile quello che era accaduto”. Al contrario, il carattere delle rivelazioni di suo figlio non sembra così. Bisogna però capire qual è il filo che collega tutti i più grandi misteri o omicidi eccellenti del nostro Paese. Per esempio perché don Vito incontrava Provenzano, all’epoca latitante, nella sua casa di Roma durante i domiciliari tra il 2000 e il 2002? Perché è stato perquisito con un ritardo di diciotto giorni il covo di Riina? Perché i carabinieri non andarono a catturare Provenzano nelle campagne di mezzojuso? E ancora chi ha preso l’agenda rossa di Paolo Borsellino? Chi e perché è entrato nella casa del Gen. dalla Chiesa la notte del delitto? Perché è stata aperta la sua cassaforte? Il processo ha chiarito che erano stati uomini delle istituzioni. “Il fatto – ha spiegato dalla Chiesa – è che c’è una linea che parte da Portella della Ginestra con personaggi diversi che ereditano le stesse relazioni. Che si trasmettono per cultura, per mentalità, per compromissioni, intrecci e dunque è vero, come ha detto anche Nuzzi, che Ciancimino agli arresti domiciliari doveva essere sorvegliato”. “Non era l’unico mafioso politico ma era quello più vicino ai corleonesi”. Insomma anche se “è sbagliato generalizzare” i punti in chiaro-scuro sono davvero tanti. La parola d’ordine a questo punto è “verità” ma l’istituzione di una nuova commissione stragi oggi è tardiva “ci sono già le Procure che se ne stanno occupando” e che hanno già iniziato ad interrogare i politici di allora come l’ex presidente della Camera Luciano Violante, all’epoca presidente della Commissione parlamentare Antimafia.
Insomma all’indomani della commemorazione del 17° anno della strage di via d’Amelio le indagini sono a un punto di svolta. Le anticipazioni sui documenti di don Vito chiusi in una cassaforte mai perquisita e i manoscritti sugli incontri avvenuti tra l’ex sindaco di Palermo e i militari del Ros stanno suscitando sgomento, tanto da richiamare l’attenzione di Totò Riina che ribadisce ancora una volta attraverso il suo avvocato di essere stato venduto. Ma c’è un fatto nuovo in tutto questo scenario, come ha affermato l’avv. Li Gotti. Esiste “la conferma del vicepresidente del Csm Nicola Mancino dell’esistenza della trattativa finora negata”. Mancino infatti affermando su “La Repubblica” del 20 luglio scorso, “noi l’abbiamo sempre respinta” ha presupposto per la prima volta che “c’era un tentativo di Cosa nostra di avviare una trattativa”. Dunque di quale contrattazione si tratta? E “quando si colloca il suo inizio?” “Ciancimino dev’essere in grado – ha concluso Li Gotti – di fornire punti di riferimento certi perché riuscire a collocare nel tempo l’inizio della cosiddetta trattativa ci aiuterebbe a capire anche il perché della strage di via d’Amelio”.

da antimafiaduemila.com

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