giovedì 23 luglio 2009

Cosa Nostra e l’informazione. Dalle stragi alle cortine fumogene

di Nicola Biondo

Dopo le ultime rivelazioni è chiaro il tentativo della mafia di utilizzare tv e giornali.

Il procuratore aggiunto di Palermo Antonio Ingroia: «Si vuole creare un polverone»

Ho letto attentamente le dichiarazioni del Presidente Nicola Mancino. Mi pare che confermi che la trattativa ci fu, o almeno che la mafia si fece avanti dopo la strage di Capaci. L’interrogativo che mi pongo è in che modo – come dice Mancino – lo stato disse no a quell’offerta. Bisognerebbe però chiederlo a lui, non crede?». A parlare è il giudice Antonio Ingroia procuratore aggiunto a Palermo. Sono passate appena 24 ore dalle manifestazioni in ricordo di Paolo Borsellino e dei 5 agenti di scorta trucidati a via D’amelio 17 anni fa.
Anniversari ma anche polemiche e nuove rivelazioni sulle inchieste. Mancava solo l’intervista a Salvatore Riina a rendere tutto più complicato e creare un clima di confusione. Quelle parole affidate dal boss al suo avvocato-portavoce hanno aperto l’ennesimo braccio di ferro tra le istituzioni e il boss corleonese. Ma la versione di Mancino sconfessa quella del generale Mario Mori e confermerebbe quella di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex-sindaco di Palermo. L’ex-capo del Sisde ha sempre detto di aver parlato con don Vito solo dopo la strage di via D’Amelio e di non aver ricevuto nessun papello, l’elenco di richieste che Riina avrebbe inoltrato alle istituzioni in cambio della fine delle stragi. Mancino invece conferma che Cosa nostra si fece avanti. Se avesse ragione Mori significherebbe che altri uomini in divisa avrebbero trattato con Cosa nostra, nello stesso tempo in cui lui si incontrava con Ciancimino. Chi? L’attenzione di Ingroia va però oltre. «È visibile una campagna mediatica con precisi obiettivi: che non si distinguano verità da mezze verità, l’impegno concreto dalle omissioni. Cortine fumogene che vediamo ogni qualvolta le indagini salgono di livello. Guardo ai fatti, Se c’è chi dice che le rivelazioni - di Gaspare Spatuzza sulla strage di via D’Amelio – significano una sostanziale sconfitta dei giudici che hanno indagato e fatto condannare il gotha di Cosa nostra, allora sì, questa è disinformazione».
Ce n’è abbastanza per riflettere. Soprattutto alla luce della coincidenza tra quanto dice Riina e quello che da anni dicono molti magistrati: «Via D’Amelio è una strage di Stato». La prova del tentativo di inserimento di Cosa nostra del circuito dell’informazione sarebbe in quel frammento di lettera trovata nel garage di Massimo Ciancimino indirizzata a Berlusconi tra il 1994 e il 1995 con la richiesta di «mettere a disposizione una delle sue reti televisive». Interpretazioni azzardate? Forse. Ma è un fatto che due opinionisti di area Pdl, Lino Jannuzzi e Giancarlo Lehener (quest’ultimo anche deputato) ora propongano certe letture dei fatti.
Per Jannuzzi «è una vergogna che dopo 17 anni i giudici scoprano di avere sbagliato tutto con i processi, e alzino il polverone dei mandanti occulti per distogliere l’attenzione dall’errore» come se Spatuzza dicesse che la strage l’hanno fatto i marziani e non i mafiosi. Mentre Lehner sostiene addirittura che nelle stragi del 1992 «non si è mai presa in considerazione la pista comunista». Giuseppe Guttadauro, amico di Bernardo Provenzano, capo mandamento di Brancaccio a Palermo in una serie di intercettazioni alla vigilia delle elezioni del 2001 diceva: «Berlusconi se vuole risolvere i suoi problemi ci deve risolvere pure quelli nostri».
La battaglia per il padrino passa per la stampa e la Tv. «Se Ferrara ci fa scrivere una volta alla settimana sul Foglio e si scrivono le cose che si devono scrivere. Lui è disponibile? Vediamo come dobbiamo fare, sennò li paghiamo». L’idea del boss è invitare Ferrara a visitare l’Ucciardone, il carcere di Palermo insieme a Jannuzzi.
Uno dei consigliori di Guttadauro suggerisce anche la strategia: «Dobbiamo essere intelligenti, ragionare su quali spunti gli dobbiamo dare, perché glieli possiamo dare tranquillamente a Jannuzzi. Anche all’altro, Giancarlo Lehner… allora se io gli devo dare delle imbeccate poi lui sa quello che deve fare… ». Illuminante.

da l'unita.it

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