lunedì 27 luglio 2009

A chi parla Toto' Riina

di Pietro Orsatti

Giancarlo Caselli ripercorre anni di lotta a Cosa nostra per spiegare le esternazioni del capo dei capi. Ecco i pericoli che rischiano ogni volta i pm quando si occupano di malaffari e politica, toccando imputati eccellenti.
«I rapporti fra mafia e politica, fra mafia e affari, sono materia torbida. Per capirlo, per fare una premessa, le cito una frase di Giovanni Falcone che ho inserito nel mio libro, una cosa che Giovanni scrisse quando questi richiedeva una legge sui pentiti, non ottenendola, legge che arrivò solo dopo le stragi: “Se è vero come è vero che una delle cause principali, se non la principale, dell’attuale strapotere della criminalità mafiosa risiede negli inquietanti suoi rapporti con il mondo della politica e con centri di potere extraistituzionali, potrebbe sorgere il sospetto nella perdurante inerzia nell’affrontare i problemi del pentitismo, che in realtà non si voglia far luce sugli inquietanti misteri di matrice politico mafiosa per evitare di rimanervi coinvolti”.


Questo per dire che i rapporti fra mafia e politica sono un piatto sporco, e che in questo piatto sporco Riina, con i suoi ultimi messaggi, ha infilato le sue mani sporche». Questa la premessa. È indignato, il procuratore capo di Torino Giancarlo Caselli. Totò Riina ha utilizzato il momento di attenzione mediatica creatosi subito a ridosso dell’anniversario della strage di via d’Amelio, e grazie anche alle continue rivelazioni relative alle dichiarazioni di Massimo Ciancimino sulla cosiddetta trattativa fra mafia e pezzi dello Stato, per lanciare messaggi dal carcere di Opera attraverso il suo avvocato. Messaggi che «non vanno presi nel loro senso letterale », ma che comunque, pur se nascosti, sarebbero rintracciabili dietro alle parole del capo di Cosa nostra e perciò destano allarme.

Non a caso a Opera, ieri, si sono recati a interrogare il “capo dei capi” i magistrati che stanno seguendo il caso Borsellino e Caltanissetta. «Non è la prima volta che Riina parla da capo di Cosa nostra - racconta l’ex procuratore di Palermo -. Lo fece già a Reggio Calabria durante il processo per l’omicidio del giudice Scoppelliti nel maggio del ’94. In quell’occasione disse testualmente in aula davanti alle televisioni di mezzo mondo, a “reti unificate” si potrebbe quasi dire: “Il governo deve guardarsi dai comunisti. Ci sono i Caselli, i Violante, poi questo Arlacchi che scrive libri. La legge sui pentiti dev’essere abolita perché sono pagati per fare queste cose”. Anche allora, al di là della minaccia insita nel rivolgersi a Caselli, Violante e Arlacchi, voleva dire certamente qualcosa a qualcuno. Non so a chi. Come allora ancora oggi parla da capo di Cosa nostra, almeno di una parte, forse dei mafiosi detenuti».

La stagione di Caselli a Palermo è stata fondamentale per la lotta a Cosa nostra, con centinaia di arresti e condanne e sequestri di miliardi delle vecchie lire in beni e denaro. Una stagione che è stata anche quella dei processi “eccellenti”, come quello a Giulio Andreotti e Marcello Dell’Utri.

«Non dobbiamo mai dimenticare che Falcone e Borsellino, e il pool di Caponnetto che stava vincendo la mafia spiega Caselli - sono stati spazzati via professionalmente parlando. Il pool è stato distrutto, un metodo di lavoro vincente demolito, e Falcone fu costretto a lasciare Palermo. Tutto questo perché a un certo punto cominciarono a occuparsi di Ciancimino, dei cavalieri del lavoro di Catania, dei cugini Salvo e di mafia, affari, politica e istituzioni. Dopo le stragi, anche per noi finché ci siamo occupati di mafia bene, poi appena cominciammo ad occuparci di imputati eccellenti iniziarono i vuoti. Nulla di nuovo sotto al sole».

E i magistrati di Caltanissetta e Palermo che stanno riaprendo capitoli scottanti come quello delle stragi e quello dei soldi di Ciancimino, rischiano anche loro?

«Spero che non si ripeti per loro quello che è già avvenuto. Che appena ti avvicini a determinati livelli prima in maniera sorda poi sempre più esplicita iniziano le polemiche e sei accusato di questo o di quello. Spero che non succeda ma purtroppo è successo molte volte». Come accadde anche a Caselli per il quale venne addirittura confezionata una legge ad personam, poi risultata anticostituzionale, per impedirgli di concorrere alla procura nazionale antimafia.

da antimafiaduemila.com


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