martedì 16 giugno 2009

Blitz antimafia fra Trapani e Roma 13 arresti legati al boss Denaro

di Salvo Palazzolo

La Direzione distrettuale antimafia di Palermo e la polizia stringono il cerchio attorno al latitante numero uno della mafia siciliana, il trapanese Matteo Messina Denaro. All’alba, è scattato un blitz che ha portato in carcere 13 persone, fra la Sicilia, Roma e Piacenza. In contemporanea, sono state effettuate una sessantina di perquisizioni, alla ricerca di tracce del padrino su cui pendono ormai cinque ergastoli. Una ventina sono gli avvisi di garanzia notificati: la polizia ha perquisito le abitazioni di un funzionario dell’assessorato regionale Agricoltura e di un maresciallo della Guardia di finanza collaboratore di un politico. Controlli anche a casa di una ex terrorista sarda già moglie di un mafioso vicino a Messina Denaro. I poliziotti hanno perquisito pure le celle di alcune carceri dove sono reclusi boss storici di Cosa nostra, che potrebbero non aver interrotto i rapporti con l’o rganizzazione criminale.

L’inchiesta, condotta dal Servizio centrale operativo della polizia e dalle squadre mobili di Trapani e Palermo, è coordinata da un pool di magistrati di Palermo, composto dai sostituti Paolo Guido, Roberto Scarpinato e Sara Micucci nonché dal procuratore aggiunto Teresa Principato. Per mesi gli inquirenti hanno intercettato un gruppo di mafiosi ritenuti vicini a Messina Denaro. Determinante è stato il ritrovamento di alcuni pizzini del padrino trapanese nel covo di Salvatore e Sandro Lo Piccolo, i capimafia palermitani arrestati il 5 novembre 2007 dopo anni di latitanza: alcuni dei loro uomini hanno poi deciso di collaborare con la giustizia, svelando molti dei segreti della riorganizzazione di Cosa nostra.

L’arresto dei Lo Piccolo fu seguito in diretta da un emissario di Matteo Messina Denaro, che stava per arrivare al loro covo, dove era programmato un summit fra le cosche palermitane e quelle trapanesi. Francesco Luppino riuscì ad allontanarsi per tempo. Ma è finito in carcere stanotte. Ha spiegato il pentito Antonino Nuccio: “Il suo compito era quello di ricostituire un canale di comunicazione sicuro con Lo Piccolo e con Palermo, perché con l’a rresto di Provenzano erano sorti dei problemi”. Assieme a Luppino sono stati arrestati il fratello Aldo e la moglie, Lea Cataldo, poi altri esponenti della famiglia di Campobello di Mazara, ritenuta dagli investigatori al centro del sistema Messina Denaro. Manette per Leonardo Bonafede, Salvatore Dell’Aquila e per i fratelli Franco e Giuseppe Indelicato, a cui è stato sequestrato l’oleificio “Fontane d’oro” (valore, 2 milioni di euro). In manette è finito il cugino del latitante, Mario Messina Denaro, accusato di estorsione assieme a Giuseppe Bonetto, Leonardo Ferrante e Giovanni Salvatore Madonna: pretendevano da un imprenditore di Alcamo il pagamento di 100 mila euro per dare il via libera alla realizzazione di due palazzine a Castelvetrano. A Piacenza è stato arrestato Vito Angelo Barruzza, cugino di Luppino. A Roma, Domenico Nardo, che avrebbe fornito documenti falsi a Messina Denaro.

L’inchiesta prosegue, anche all’estero. Tracce di Messina Denaro sono emerse persino in Venezuela, dove operano alcuni boss trapanesi. Lo strumento fondamentale per le indagini resta quello delle intercettazioni. Per i mafiosi, le microspie sono una vera ossessione: "Al sessantesimo giorno la mettono in un’altra macchina", Franco Indelicato cercava di trovare un escamotage fra le pieghe della legge. Poi, scelse la via più facile: “Prendi il Pongo – spiegava a un amico – lo metti in questa maniera, hanno poco da sentire”. (sp)

da repubblica.it


Nessun commento: