giovedì 21 maggio 2009

In bilico tra due mondi: Ciancimino e Provenzano due facce della stessa medaglia

di Silvia Cordella

Il figlio minore di don Vito racconta quarant’anni inediti del rapporto tra don Vito e il capo di Cosa Nostra.
È comparso per la prima volta in qualità di testimone, come imputato di reato connesso, in un processo di mafia. L’esordio per Massimo Ciancimino è avvenuto il due maggio scorso in una trasferta milanese del Tribunale di Palermo che sta processando Bernardo Provenzano, Antonino Cinà e l’ex deputato di Fi Giovanni Mercadante nell’ambito del processo “Gotha”. La Corte ha accolto la richiesta del pm Nino Di Matteo e per un’esigenza di sicurezza del teste, destinatario in questi ultimi mesi di lettere e atti intimidatori, ha raggiunto il capoluogo lombardo per ascoltarlo. Per più di quattro ore Ciancimino ha risposto alle domande del magistrato e del giudice Bruno Fasciana che ogni tanto è intervenuto per capire meglio la natura di quel rapporto che per trent’anni ha vincolato in modo viscerale don Vito a Bernardo Provenzano. Nessuna interruzione da parte della difesa viene ammessa, si valuta l’attendibilità del teste perché Ciancimino Junior è già stato condannato a 5 anni e 8 mesi in un processo per riciclaggio e intestazione fittizia di beni, tuttora pendente in fase di appello a Palermo. Le domande del pubblico ministero sono precise come precise devono essere le risposte. Dunque il testimone parla dei suoi trascorsi familiari, del periodo in cui il padre lo aveva trascinato con sé quasi per preservarlo da quella vita da scavezzacollo che lui amava fare. Tolto dalla strada, appena presa la patente, don Vito lo aveva voluto come autista personale. Una vicinanza che aveva finito per saldare irrimediabilmente la sua vita a quella di un padre padrone, intransigente e tutto d’un pezzo, finendo poi per stargli accanto durante la lunga trafila giudiziaria: dall’arresto dell’84 fino al confino forzato nella zona di Campobasso, alla nuova detenzione tra il ’92 ed il ’99. Ed ancora i domiciliari ottenuti nel 2000 scontati nel suo appartamento romano di via San Sebastianello, durante gli ultimi due anni della sua vita. Don Vito morirà il 19 novembre 2002 a causa di un malore, ma prima di andarsene (reduce da un ictus e un problema al femore) era stato autorizzato dal medico a fare delle passeggiate giornaliere e a parlare per ricordare e mantenere vive le sue funzioni mnemoniche. È stato così che è nata l’idea di scrivere un libro. Ciò che venne fuori invece fu un memoriale in cui il vecchio corleonese soddisfava finalmente tutte le domande del figlio, scrivendo di suo pugno le risposte. Lì – ha confessato Massimo Ciancimino – ho capito “in modo più ampio la natura del rapporto di mio padre in questa organizzazione”.

La maledizione del Sindaco

Don Vito era la quintessenza del pensiero provenzaniano e della vecchia borghesia mafiosa democristiana dell’isola. Aveva ‘sposato’ sin dagli anni cinquanta la filosofia della ‘mimetizzazione’ nelle file dell’Azione Cattolica avviata dal dottore Michele Navarra, con cui condivideva la parentela acquisita con i fratelli Maiuri, suoi luogotenenti. Il mantello dello scudo crociato gli portò bene e in nome di quello ottenne molti successi fino a diventare assessore ai Lavori pubblici di Palermo (dal 1959 al 1964) e Sindaco della stessa città (1970-71). Ma quello con la famiglia era un rapporto distante. Con suo figlio Massimo soprattutto era “molto contrastato” perché, ha detto lui, “non rispecchiavo i canoni e le impostazioni di mio padre. Per i miei atteggiamenti venivo considerato un figlio, un po’ così… fuori regola. Poi – precisa - , non per scelta ma nemmeno per colpa, avevo assunto questa posizione di stargli accanto perché ero il figlio meno impegnato in studi o in attività lavorative”. Alla fine però don Vito riconosce al figlio “il merito” di saper tenere contatti con l’ambiente della magistratura e con quello degli avvocati per cercare di “beneficiare di qualche piccolo vantaggio per la causa” del padre. Così da quando don Vito finisce a Rebibbia anche lui si trasferisce a Roma “ero l’unico che faceva regolarmente i colloqui con lui”. I suoi fratelli infatti, su ordine dello stesso padre, si erano allontanati dall’Italia per “un presunto reato” di trasferimento “di capitali all’estero”. Massimo Ciancimino diventerà da quel momento custode dei molti segreti del suo genitore. Lo segue, come un fedele accompagnatore, ma dice di non assistere mai di persona agli incontri privati fra don Vito e Provenzano e nemmeno quelli tra loro e Tommaso Cannella, Pino Lipari e Nardo Greco. A certi discorsi, in realtà, “non prendevano parte” neanche questi, e capitava che alla fine Provenzano e Ciancimino restavano a parlare per ore da soli dentro la ditta di pali di “ don Masino” Cannella, all’uscita di Bagheria, mentre gli altri se ne andavano a mangiare da “Franco il Pescatore”. Riunioni che negli anni Ottanta avvenivano frequentemente nella zona di Ficarazzi, Bagheria, Porticello ma anche in quella di Alcamo, all’hotel Ops di Mazara del Vallo. Un rapporto stretto quello che legava Ciancimino a Provenzano che fonda le sue radici al tempo in cui Luciano Liggio preparava la scalata dei corleonesi alla conquista di Palermo, allora sotto il controllo di Stefano Bontade e, ancora prima, quando don Vito da professore di matematica impartiva lezioni al giovane Binnu, il futuro “Ragioniere di Cosa Nostra”. Tra i due vi era stima. Di lui don Vito apprezzava e condivideva la strategia politica, “la sua lucidità” e la sua “attenzione” nella valutazione di certe situazioni. Lo riteneva “meno irrazionale e meno istintivo” di altri capimafia con cui invece “aveva sempre dichiarato un malessere per la loro poca lungimiranza”. Il riferimento è puramente rivolto a Salvatore Riina con cui l’ex sindaco di Palermo non avrebbe mai avuto un buon feeling. Si frequentavano meno e anche quando “Totò il corto” lo andava a trovare a casa don Vito alzava quasi sempre la voce. “Lo riteneva troppo impulsivo e suscettibile, per questo facilmente condizionabile”. In realtà – chiosa il teste - a Riina mio padre “imputava la sua maledizione di aver fatto il sindaco di Palermo. Era stata quasi un’imposizione, una volontà da parte del gruppo dei corleonesi di avere un sindaco a Palermo”. Quella scelta, “voleva essere un riconoscimento, una presa di posizione a livello politico della città” e alla fine, come conseguenza, don Vito, sebbene sia rimasto in carica “solo per 19 giorni” (approvando una serie di concessioni edilizie che hanno devastato il paesaggio artistico della città), diventerà il primo cittadino più famoso e contestato degli ultimi tempi. Un episodio che lo allontanerà maggiormente da Riina e lo legherà indissolubilmente a Provenzano, come lui, più incline a lavorare in seconda linea.

Appuntamenti al vertice Baida, Palermo, Mondello e Roma

Così Massimo Ciancimino rovista tra i ricordi che lo legano al passato e alle domande più incisive del pm Nino Di Matteo risponde con un pizzico di emotività. D’altra parte questa volta non viene chiamato a difendersi ma a raccontare fatti che coinvolgono direttamente suo padre e il capo di Cosa Nostra che, in questa udienza, recita la parte del grande assente.
L’esposizione continua sulla scia delle domande che gli vengono poste con intransigente rigore. All’età di nove anni Ciancimino junior conosceva già l’uomo più ricercato d’Italia sotto il falso nome “dell’ing. Lo Verde”. “A casa mia Provenzano è venuto tante volte – ha detto - sin dalla casa di Baida”, la residenza estiva dei nonni usata per le vacanze negli anni ’72 -’73 e anche ’74. “Veniva con una certa frequenza, una volta al mese, o ogni due, accompagnato da altri soggetti” e così faceva “anche nell’abitazione in via Sciuti a Palermo e poi in seguito in quella di Mondello in Via Dane”. All’epoca don Vito era già un uomo delle Istituzioni legato alla politica regionale. A casa aveva 3 o 4 linee telefoniche. Una di queste era funzionante 24 ore su 24 ed era riservata solo a pochissimi personaggi che erano “Salvo Lima, l’on. Ruffini, l’on. Gorgone, il dott. Zanghì (suo segretario) e l’ing. Lo Verde”.
Poi un giorno dei primissimi anni Ottanta sulle pagine di Epoca uscì un identikit molto fedele al volto di Provenzano… quell’ingegnere molto amico di suo padre. Fu lì che il figlio scapestrato di don Vito capì che Lo Verde e quell’uomo erano la stessa persona. “Ho chiesto a mio padre conferma, se poteva soddisfare la mia curiosità. Ricordo benissimo come non mi rispose. Lui mi reputava un megalomane, un po’ sbruffone e siccome in quel periodo (…) c’era quasi il fatto di volersi vantare di conoscere…” temendo che questo comportamento lo mettesse nei guai gli disse: ‘Ricordati che da questo tipo di situazioni non ti posso proteggere nemmeno io’. ‘Per cui stai attento a come ti muovi a quello che dici e a quello che fai’. Da quel momento non toccammo più questo argomento”. Fino agli ultimi anni della vita di don Vito.
Poi il giorno dell’arresto del capo di Cosa Nostra nella masseria di Montagna dei Cavalli il volto di Zu Binnu compare in tutte le televisioni. Quella faccia la “conoscevo bene - ha detto Ciancimino, lì - ho avuto la conferma delle sue ricostruzioni plastiche”. “L’avevo visto di persona fino a qualche mese prima della morte di mio padre, nel 2002, in una o due occasioni e alla fine mi rendevo conto come il suo volto era sempre quello”.

Gli ospiti preferiti di casa Ciancimino

Ciancimino parla e ci si rende conto di quanto una parte importante della storia di questo nostro Paese sia passata anche attraverso casa sua. Provenzano, Riina, Cinà, Lipari, Cannella, Bonura e i fratelli Buscemi Franco e Nino. Erano loro quelli accreditati ad entrare a casa di don Vito. Con Franco Bonura per esempio, oltre a condividere affari nell’ambito delle costruzioni, si vivevano insieme momenti di vacanza in estate nella casa dei nonni a Baida o fuori nei periodi di Natale.
“Cinà - invece - era una delle persone che mio padre stimava di più”, “uno degli interlocutori più fidati nel contesto di Cosa Nostra (…) veniva considerato una persona di spessore superiore al geometra Lipari sia per l’atteggiamento, sia per il modo di fare e di ragionare”. La conoscenza con “papà” risale “agli anni ’70 quando era emersa l’esigenza da parte di Luciano Liggio e Riina di cercare di ottenere un intervento su quella che era la sentenza definitiva di condanna dell’allora capobastone. “In quella occasione avevano pensato di contattare un magistrato o persone di grande esperienza giuridica che potesse vedere se c’erano presupposti per avanzare una richiesta di revisione del processo”. “Il dott. Cinà era un signore distinto – ha commentato il teste - mio padre lo chiamava Iolanda perché abitava vicino a casa nostra, a Mondello in via Principessa Iolanda”. Con lui (come con Provenzano, Totò Riina, Pino Lipari e Tommaso Cannella) la corrispondenza era epistolare. Per questo Massimo Ciancimino si recava nel suo studio medico di S. Lorenzo. E siccome don Vito non era uno sprovveduto “aveva voluto che rimanessi schedato o quantomeno che rimanesse una prova del mio ingresso all’interno dei laboratori di analisi” perciò, in comune accordo tra Cinà e Ciancimino, “due o tre volte feci le analisi del sangue”. Ogni volta poi che il giovane Massimo recapitava i messaggi, l’obbligo era che tornassero nelle sue mani per poi essere distrutti. Una precauzione per evitare “grane”.

Il Geometra Lipari

Ma il tavolo delle trattative era aperto soprattutto a Pino Lipari, il braccio economico di Binnu. Si conoscevano da quando don Vito lavorava “all’assessorato ai Lavori Pubblici e lui all’Anas”. Il geometra “a volte veniva sostituito da Cannella o da altri personaggi per problemi giudiziari ma il loro rapporto è rimasto costante”. Infatti al termine del confino forzato è proprio grazie a Pino Lipari che don Vito, nonostante un divieto di soggiorno a Palermo, trova un posto sicuro in città per incontrare i suoi amici. “Nacque così l’idea che la figlia di Lipari, avvocato, potesse prendere in affitto come studio un immobile che si era liberato all’interno dello stesso stabile dove vivevamo noi all’85 R di via Sciuti”. In questo studio avvenivano gli incontri tra Lipari e Ciancimino o tra questi e Provenzano. Altre volte invece Ciancimino si incontrava col geometra dell’Anas “nell’appartamento dei suoi cugini, i D’Amico, al numero 85 H”. Con questo escamotage passando dall’interno dello stabile, senza dare nell’occhio don Vito si vedeva tranquillamente con Provenzano, Lipari e Cannella.

Per don Masino era una questione d’onore

Con quest’ultimo, nell’ ’83 circa, l’ex sindaco si era anche incontrato più e più volte per appianare un contrasto sorto dopo un “incidente” che aveva riguardato il cugino di don Masino Giovanni Mercadante.
In quel periodo la moglie del medico aveva avuto una relazione con il nipote di Pino Lipari Vincenzo “Enzo” D’Amico il quale, attraverso la sua ditta di materiale medico – ospedaliero (“nella quale vi erano gli interessi di Carmelo Gariffo, nipote di Provenzano”), riforniva da qualche tempo lo studio clinico di suo marito. La vicenda amorosa tra i due, oltre a suscitare la collera del medico (che si sarebbe voluto vendicare uccidendo l’uomo) avrebbe anche creato una spaccatura nel rapporto tra Lipari e Cannella in quanto questi la riteneva una “mancanza di rispetto” inaccettabile nei suoi confronti. Secondo il racconto infatti sarebbe stato lui ad accreditare “la ditta del D’Amico a operare e poter avere dei vantaggi attraverso queste strutture sanitarie e lo stesso non si era comportato secondo i canoni che sarebbero dovuti essere… più opportuni”. Per appianare i contrasti era dunque intervenuto don Vito che per volontà di Provenzano aveva evitato che questa storia degenerasse. Così, per il bene di tutti, e per salvare Enzo D’Amico da “un finale poco carino” decise di farlo partire in Brasile per tre anni. Poi con un piccolo indulto dopo un anno e mezzo tornò. Una storia che il teste dice di apprendere da suo padre e di averne avuto conferma dalla fidanzata di allora, la figlia dello stesso dott. Mercadante, poi costretta ad andare in Inghilterra dal padre perché contrario alla loro unione.

“Nel 1992 l’esigenza era di vedersi di più”

Retroscena questi che mettono in evidenza una serie di rapporti che coinvolgono direttamente Mercadante, accusato in questo processo di associazione mafiosa, ma soprattutto che risaltano il duplice compito che Provenzano attribuiva a don Vito: quello di mediatore e di consigliere. In entrambi i casi il capomafia lo ascoltava perchè, come affermava Giuffrè, “era la sua mente grigia”. Un rapporto simbiotico che li vedrà uniti negli anni della loro espansione, durante la residenza forzata di don Vito a Rotello e nel corso del 1992. Proprio “in quel periodo – ha raccontato il teste - c’era un’esigenza momentanea di vedere Provenzano un po’ più spesso e siamo andati due o tre volte a Palermo per incontrarlo”. Era l’anno delle stragi e Ciancimino junior sapeva bene che quei ripetuti incontri erano dovuti al ruolo attivo di suo padre nella cosiddetta “Trattativa” che alcuni uomini del Ros in quel ’92 intavolarono con Cosa Nostra. Un capitolo che rimanda alle dodici richieste di Riina in cambio della fine della strategia stragista, alcune ritenute inaccettabili dallo stesso Ciancimino padre. Ma sulla vicenda Ciancimino non va oltre “è argomento di altro processo” dice. Saranno i magistrati Nino Di Matteo e l’aggiunto Antonio Ingroia ad interrogarlo prossimamente in merito a questi episodi nell’ambito del processo in corso a Palermo contro l’ex capo dei servizi segreti Mario Mori e il tenente Mauro Obinu, accusati di favoreggiamento alla mafia per la mancata cattura di Provenzano nel 1995 nelle campagne di Mezzojuso. Ciò perché l’ufficio del Pubblico Ministero intende contestualizzare le sue dichiarazioni legandole ai motivi che hanno portato a quel mancato blitz e inserendole in un «contesto causale che trae la propria origine a partire dal periodo a cavallo tra la Strage di Capaci e quella di via d’Amelio, nei rapporti intrattenuti da Mori con Vito Ciancimino». Fatti che potrebbero far emergere un accordo segreto, sfociato poi nell’apertura di un ombrello protettivo che ha permesso al capo di Cosa Nostra di vivere indisturbato questi anni di latitanza nella sua Sicilia e non solo. Infatti quando anni dopo a don Vito nel 2000 vengono concessi i domiciliari Provenzano lo va a trovare nella sua casa romana di via San Sebastianello: “si sono visti due, tre, quattro volte – ha detto il figlio - e in almeno due occasioni mio padre mi aveva messo al corrente perché avrei dovuto dire alla ragazza rumena che lavorava da noi di non venire. Mi aveva chiesto di aspettare il suo arrivo e poi di allontanarmi restando comunque nell’abitazione per vedere se c’erano movimenti strani”. “Alla fine non è che potevo fare chissà ché… mi sono solo occupato di aprirgli la porta, farlo entrare nella stanza di mio padre, chiudere le finestre e le imposte… mio padre aveva la mania delle intercettazioni telefoniche… Arrivava Provenzano e io dovevo stare giù in zona. Poi mio padre mi chiamava usando il telefono e io salivo su mentre il Lo Verde andava via senza nemmeno passare di sotto”. Le sue visite in quella casa avvennero soprattutto tra il 2000 e il 2001 ma “io lo vidi solo due volte. Una volta venni rimproverato perché invece non ero presente”.

Gli affari della Gas legano don Vito a Provenzano

Provenzano e don Vito dunque si continuavano a vedere anche durante il periodo di detenzione domicliare del vecchio sindaco malato e alcune questioni erano legate agli affari. In particolare a quelli di metanizzazione della Gas Spa del gruppo Lapis – Brancato di cui don Vito è stato socio occulto fino alla fine della sua vita. “All’inizio era stata costituita la Nissena Gas – ha spiegato Ciancimino - mio padre aveva ottenuto una percentuale che andava dal 12 al 15 per cento e che era stata accompagnata dalla consegna di certificati societari che ne stabilivano la quota”. “Poi questa azienda, per una serie di motivi, ha cambiato asset ed è subentrato l’arresto di mio padre per cui ovviamente dopo si è cercato di usare un minimo di prudenza…”.
Ma cosa c’entrava Provenzano con le attività della Gas? Secondo Ciancimino l’accordo con il capo di Cosa Nostra prevedeva i lasciti pertinenti all’organizzazione quali la tassa sulla “messa a posto”, del due per cento (di competenza dei subappaltatori e non dall’azienda “madre”) e l’opzione che a scegliere le ditte per i lavori doveva essere lui.

Latitante non per caso

Ma una domanda è d’obbligo: Possibile che Provenzano, allora latitante, non avesse paura di essere arrestato durante la sua permanenza in quell’appartamento che, quantomeno, doveva essere vigilato dalle Forze dell’Ordine? La risposta si rifà a un patto segreto che Massimo Ciancimino, in modo più o meno criptico, cerca di riassumere. “Mio padre affermava che Provenzano non avesse grandi problemi a muoversi”. Riteneva vi fosse uno “pseudo accordo” per non prenderlo. “Aveva la certezza che Provenzano potesse tranquillamente muoversi all’interno del territorio nazionale e anche fuori dallo stesso” che il “Ragioniere di Cosa Nostra” avesse avuto “un ruolo preciso nel dopo stragi” di cui Vito Ciancimino era al corrente, condividendo “alla fine la presa del timone di Cosa Nostra da parte sua” e ritenendo questa scelta “la cosa più intelligente per porre fine alla politica stragista che era stata intrapresa da altri personaggi”. Provenzano traghetterà così l’organizzazione mafiosa in acque più calme sfruttando una strategia meno sanguinaria ma decisamente più subdola e pericolosa di quella precedente, infiltrandosi capillarmente all’interno delle istituzioni politiche, economiche e imprenditoriali. Cosa che gli avrebbe consentito di essere non solo “accettato” ma ben voluto all’interno dei salotti della borghesia palermitana.
Discorsi questi che potrebbero avviare una nuova stagione d’indagini sulla vecchia questione mafia – politica.

da antimafiaduemila.com

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