giovedì 14 maggio 2009

Antimafia, la vittoria mancata Il bilancio di Gian Carlo Caselli: le Br erano isolate, Cosa nostra no

di Antonio Carioti

A Gian Carlo Caselli piace il calcio. Tanto che all'epoca del terrorismo i suoi figli Paolo e Stefano dicevano che con lui i rischi maggiori si correvano alle partite del Toro, per via delle sue «intemperanze di tifoso granata». Ma è tremendamente amara la metafora calcistica che il procuratore capo di Torino adotta per spiegare il comportamento delle istituzioni nella lotta alla mafia. Lo Stato, scrive Caselli, «si è fermato a undici metri dalla fine, come se dovesse tirare un calcio di rigore, al novantesimo. Ma invece di tirare, è rientrato negli spogliatoi».

Qui sta la differenza tra Le due guerre che danno il titolo al nuovo saggio del magistrato, edito da Melampo e in uscita il 28 maggio (pagine 157, 15), che verrà presentato in anteprima domani alla Fiera del libro di Torino (ore 15.30, Spazio Ibs). Nel primo dei due conflitti, contro il terrorismo, si è andati fino in fondo, perché il nemico era sostanzialmente isolato, disponeva di agganci molto deboli nel contesto sociale. Contro la mafia, nella seconda e più difficile guerra, i successi ottenuti contro i killer e i boss non sono bastati, perché Cosa nostra gode di collusioni diffuse, negli ambienti politici come in «quote consistenti della borghesia ricca e colta». E quando si tocca quell'intreccio perverso, la solidarietà verso l'azione degli inquirenti si attenua, mentre crescono i distinguo, le critiche, i veleni. Caselli parla per doppia esperienza diretta. Fu da subito in prima fila contro le Brigate rosse, quando certi terroristi catturati preferivano farsi interrogare da lui in quanto esponente della corrente di sinistra delle toghe, Magistratura democratica, per poi rimanere miseramente delusi di fronte alla sua proverbiale fermezza piemontese.

Più tardi, nel gennaio 1993, assunse la guida della procura di Palermo, con il compito di affrontare una mafia apparentemente invincibile, che pochi mesi prima aveva eliminato, in rapida successione, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Nel racconto le due vicende corrono parallele, con affinità e divergenze. Si parla della vita blindata di un magistrato nel mirino. E già qui spicca il divario tra le pur rilevanti misure di sicurezza prese per sventare un eventuale agguato delle Br e l'ossessiva sorveglianza cui Caselli venne sottoposto a Palermo, una città «non vissuta, solo intravista», nei rapidi spostamenti tra luoghi fortificati. Un altro tema scottante è l'utilizzo dei pentiti, sempre indispensabile secondo Caselli, ma assai più arduo quando gli interlocutori non sono fanatici militanti delusi, ma delinquenti incalliti e perfidi, capaci di qualsiasi inganno. Il vero abisso però si riscontra nell'atteggiamento degli osservatori e del potere politico.

Non mancarono polemiche nella lotta al terrorismo: l'autore per esempio resta favorevole alla linea della fermezza adottata durante il sequestro Moro. Ma ben diverso è il tenore dell'ondata di attacchi subita da Caselli e dai magistrati della sua procura quando cominciarono ad accusare di complicità con la mafia eminentissimi personaggi della classe dirigente. Il libro è anche una sistematica autodifesa per il lavoro svolto a Palermo fino al 1999, con le pesanti condanne inflitte a centinaia d'imputati, l'immensa mole di beni e i munitissimi arsenali sequestrati. E naturalmente Caselli insiste sul fatto che il senatore Giulio Andreotti, da lui portato alla sbarra, non si può considerare innocente, visto che è stato assolto per i fatti successivi al 1980, ma per le vicende precedenti ha fruito della prescrizione per il tempo trascorso dal momento del reato. Inoltre Caselli insiste sulla coerenza, non da tutti riconosciuta, tra la sua opera e quella svolta prima di lui da Falcone e Borsellino, anch'essi bersaglio di aspre critiche, mentre tiene a marcare le distanze dal proprio successore Pietro Grasso, oggi procuratore nazionale antimafia, cui rimprovera un atteggiamento di «ostile insofferenza» nei suoi riguardi.

Come scrive Marco Travaglio nella postfazione, il libro «è la storia di una sconfitta», poiché l'ambizione di recidere i legami tra mafia e politica non si è realizzata. Ma non bisogna disperare. Sia perché, nota Caselli, la battaglia contro l'ala militare di Cosa nostra produce tuttora «risultati di una continuità che non ha assolutamente precedenti». Sia perché la società civile trasmette forti segnali di rigetto della mafia, grazie ad associazioni come «Libera» di don Luigi Ciotti e alla nuova consapevolezza che le categorie economiche mostrano nel contrastare il racket. Insomma, la partita non è chiusa e forse ci sarà di nuovo la possibilità di battere quel fatidico rigore.

da corriere.it

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