giovedì 26 febbraio 2009

Riflessione: Come nasce la MAFIA

di Dario Campolo

Buongiorno a tutti, ahimè viviamo in un mondo troppo veloce quindi dovrò cercare di essere il più sintetico possibile da oggi in avanti nei miei "editoriali", quindi cominciano e capirete dove voglio arrivare.

Un noto storico ha definito la nascita della mafia come la "La privatizzazione della violenza per ottenere ordine e potere", si avete capito bene.

Di seguito uno spaccato sintetizzato tratto da "la nascita della Mafia" di Alberto Forasi dove spiega puntualmente e semplicemente come sia nata Cosa Nostra di oggi, ovviamente dopo aver letto il testo capirete un mio post di qualche giorno fa sulle RONDE e sulla politica che il nostro paese chiamato Italia sta praticando, diciamo meccanismi già rodati e funzionali, ma non voglio influenzarvi con il mio pensiero, leggete quanto scritto da Forasi in tempi non sospetti, "non oggi" e capirete.

La nascita della Mafia

Le sue origini risalgono al periodo tra il XVIII e il XIX secolo. Nel resto d'Europa si tende al rafforzamento del potere centrale, in Sicilia invece si assiste alla frammentazione del potere e, conseguentemente, della legalità.

I signori feudali entrano ben presto in concorrenza con il potere centrale e con i suoi deboli rappresentanti locali; i ceti più poveri, ma anche la borghesia mercantile, soggetti al potere e agli abusi di baroni, funzionari e gendarmi, corrotti e non in grado di garantire l'ordine pubblico.

In questo contesto si realizza una privatizzazione della violenza, anche come premessa di sicurezza: nobiltà, clero, corporazioni e società mercantili provvedono da sole alla propria sicurezza personale e a quella dei propri interessi, ingaggiando gruppi di facinorosi sino a creare delle vere e proprie milizie organizzate.

Questi gruppi, ben presto, cominciarono a mettersi in proprio, costituendosi in sette o cosche, sottoposti a regole ferree e segrete per sostenersi vicendevolmente e potersi così opporre a tutti quei poteri che avevano sino ad allora goduto dei loro servigi.

Con il formarsi di gruppi organizzati in un territorio dove i suoi membri sono ben conosciuti si forma progressivamente quella che oggi chiamiamo mafia. Il fatto che i suoi membri fossero conosciuti e riconoscibili per il proprio operato agli occhi del resto della popolazione costituisce la peculiarità del mafioso rispetto al criminale comune: quest'ultimo, per le sue azioni, accetta di vivere un'esistenza separata dal contesto civile e legale.

Il mafioso, al contrario, è un criminale che non rinuncia ad esercitare un ruolo nella società e usando i suoi mezzi illegali cerca di piegare il potere legale ai suoi fini, senza opporvisi apertamente.

Proprio per questo il mafioso necessita di una rete di amicizie e di complicità in grado di trarlo d'impaccio nel minor tempo possibile cosicché egli possa presentarsi, nonostante la sua risaputa colpevolezza, agli occhi dei suoi concittadini, magari nella piazza principale del paese, dimostrando a tutti il suo potere.

Il sorgere di questo nuovo fenomeno, sociale e criminale, non passò inosservato. Già nel 1838 il funzionario borbonico Pietro Calà Ulloa scriveva in una relazione inviata ai suoi superiori che "in molti paesi ci sono fratellanze, specie di sette senz'altro legame che quello della dipendenza da un capo.

Una cassa comune sovviene ai bisogni, ora di fare esonerare un funzionario, ora di conquistarlo e di proteggerlo.

Molti magistrati coprono queste fratellanze di una protezione impenetrabile." Questo stato di cose, già chiaro agli occhi del Calà Ulloa, divenne via via sempre più palese negli anni immediatamente successivi all'Unità d'Italia, allorché i rivolgimenti risorgimentali porteranno ai vertici del potere, prima locale ma ben presto anche nazionale, nuovi gruppi emergenti che, più o meno consciamente, offriranno spazi sempre più ampi a queste organizzazioni protomafiose tali da consentire il loro progressivo sviluppo sino ai giorni d'oggi.

Storia della Mafia di Alberto Foresi

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