martedì 3 febbraio 2009

Qualche domanda al guardagingilli

di Marco Travaglio

Dopo la débâcle delle inaugurazioni dell’anno giudiziario, dove ha raccolto solo fischi e pernacchie per la demenziale controriforma delle intercettazioni, Angelino Alfano dovrebbe porsi, se ci riesce, qualche domanda. Del tipo: ma che cosa sto facendo? Possibile che tutti i procuratori capi e generali, gente di una certa età, equilibrata, prudente, moderata, con l’ermellino e altri ammennicoli sulle spalle, non certo teste calde, mi diano torto? Possibile che sbaglino tutti, tranne me e il mio mandante? Se il Guardagingilli avesse un pizzico di umiltà per mettersi in discussione, o avesse intorno qualcuno in grado di farlo ragionare, si renderebbe conto che le motivazioni poste alla base della scriteriata riforma non stanno in piedi. A Torino il procuratore capo Gian Carlo Caselli ha esposto i dati nudi e crudi delle intercettazioni disposte negli ultimi anni nel suo distretto: «Nel periodo 2003-2008 il numero delle indagini (fascicoli) in cui si sono usate intercettazioni telefoniche è in media di circa 300 all’anno: a fronte di un introito medio dell’intero ufficio di Procura di 170.000 (noti e ignoti) fascicoli all’anno; con un totale di utenze controllate pari a circa 4.400 all’anno (che non significa soggetti controllati: ogni soggetto indagato spesso utilizza più utenze); in percentuale, di tutte le indagini svolte dalla Procura di Torino, solo lo 0,20% è condotto anche attraverso l’uso di intercettazioni».

Lo stesso vale per le altre Procure: su 3 milioni di nuovi fascicoli all’anno, si intercettano in Italia circa 50 mila utenze, che con le proroghe quindicinali diventano circa 120 mila e corrispondono a circa 15-20 mila soggetti (Totò Cuffaro utilizzava 31 fra schede e apparecchi diversi). Il che dimostra che non sono troppi gli intercettati, ma i non intercettati. Quanto alle spese, basta - come fa Torino- smettere di pagare i tabulati alle compagnie telefoniche, che nessuna legge obbliga a retribuire per quel servizio; e acquistare le attrezzature per gli ascolti anziché affittarle da privati (o da uno solo, Finmeccanica, come vuol fare il ministro).

Infine, oltre alla follia della durata massima di 45 giorni (prorogabili fino a 60 al massimo), Caselli sottolinea l’assurdità di consentire le intercettazioni non più in presenza - come oggi - di «sufficienti indizi di reato», ma di «gravi indizi di colpevolezza» (salvo per mafia e terrorismo). Cioè: si intercetta solo quando si è già trovato il colpevole. Ma, a quel punto, a che serve intercettare? Infatti il nuovo testo della legge limita l’intercettazione a «quando assolutamente indispensabile ai fini della prosecuzione delle indagini». Risultato: non si intercetterà più. Chissà se i tromboni della «sicurezza» e della «tolleranza zero», nelle file di Lega e An, l’hanno capito.

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