martedì 24 febbraio 2009

De Mauro, l'ultima pista caccia all'uomo che lo tradì

di Attilio Bolzoni

Nel suo taccuino l'aveva scritto: «Colpo di Stato». L´aveva scritto ma nessuno, fra i magistrati di Palermo che indagavano sulla sua morte o fra i poliziotti e i carabinieri che inseguivano il suo fantasma, si era incuriosito per quell'appunto. E mai, negli anni a venire, qualcuno aveva provato a capirne qualcosa di più.
Eppure lui aveva annotato quelle tre parole - Colpo di Stato - dopo un incontro con l´uomo che al tempo era considerato il più potente e inquietante di tutta la Sicilia: l'avevano chiamato Mister X, era stato la testa di ponte fra mafia e americani per lo sbarco sull´isola nel '43, il suo nome era Vito Guarrasi. Tutti lessero allora, trentanove anni fa, quelle tre parole. E tutti le dimenticarono.

L'appunto di un giornalista scomparso per mano di mafia e tanto altro di una Palermo lontana è finito in un libro che ha un titolo che annuncia tutto: Mauro De Mauro, la verità scomoda. L'ha scritto Francesco Viviano, il cronista che ha ritrovato anche quel documento che si era «perduto» fra migliaia di carte e paludose istruttorie. Un foglio ricopiato su carta intestata - «L´Ora, il redattore capo» - tre righe prese dall'agenda di De Mauro da un collega e consegnate agli investigatori palermitani. Era già tutto lì il mistero del rapimento di Mauro, avvenuto la sera del 16 settembre 1970 in via delle Magnolie, una delle strade eleganti di Palermo. Era stato lui, la vittima, a lasciare la prima traccia che tutti avrebbero ignorato: «Colpo di Stato». Più giù, su quell´appunto, c´era anche scritto: «... colpo di stato continuato, uomini anche mediocri ma di rottura, la guerra è un anacronismo».

Il nuovo libro di Viviano ricostruisce, partendo da quella nota e mettendo insieme gli atti dell´ultima inchiesta giudiziaria - è soltanto qualche anno fa e dopo mille depistaggi sbirreschi che il sostituto procuratore Antonio Ingroia ha riaperto il caso, individuato gli assassini del giornalista e portato a giudizio come mandante Salvatore Riina - perché Mauro De Mauro è stato condannato a morte dai boss.


Sapeva del colpo di Stato, sapeva che l'ex comandante della Decima Mas, il principe Junio Valerio Borghese - il suo capo di una volta, De Mauro in gioventù era stato un «repubblichino» - stava organizzando un golpe per l'8 dicembre di quell'anno: il 1970. Al colpo di stato avevano aderito anche alcuni fascisti palermitani. E i capi della Cupola. Di quel piano era venuto a conoscenza in qualche modo Mister X, Vito Guarrasi. Ne parlò lui con Mauro De Mauro. I mafiosi si insospettirono e il giornalista svanì per sempre. Le indagini più recenti del pm Ingroia hanno scoperto come il reporter, il più famoso del quotidiano della sera di Palermo, scivolò nella trappola.

Fu fermato sotto casa da Emanuele D´Agostino, uomo d'onore della famiglia di Santa Maria di Gesù. Era accompagnato da altri due boss: uno era Stefano Giaconia, l'altro Bernardo Provenzano. Era stato Totò Riina a dare l'ordine di prelevarlo per poi ucciderlo con il metodo della lupara bianca. Quello che ancora non era noto - ma che il libro di Viviano rivela - è che nel tragitto dalla sua casa al luogo dove il suo cadavere è stato seppellito (probabilmente alla foce del fiume Oreto), il giornalista è stato obbligato a far visita «presso un suo conoscente».

L'ipotesi sullo sfondo di una pista investigativa ancora tutta da percorrere: un «giuda» avrebbe tradito De Mauro. Uno che l´avrebbe invitato a confessare tutto ciò che sapeva sul golpe del principe Borghese, uno che gli avrebbe garantito che sarebbe tornato a casa dopo aver detto tutto. Questo personaggio - intorno al quale a Palermo s'indaga - sarebbe ancora vivo. Il resto del libro è sull'avventurosa esistenza di un uomo nato a Foggia nel 1921, figlio di un chimico e di un'insegnante di matematica, un ragazzo reclutato nelle file dei fascisti «decisi a tutto», l'accusa e il successivo proscioglimento per aver partecipato alla strage delle Fosse Ardeatine, una fuga verso la Sicilia sotto falso nome.

Dopo tante vite, l'ultima: quella di giornalista a L'Ora, il quotidiano delle grandi battaglie siciliane, una voce libera nella Palermo soffocata dai mafiosi. Sono firmate da Mauro De Mauro molte delle inchieste più «dure» di quegli anni. Sul traffico di stupefacenti. Sul «sacco» edilizio della città. Sulle contiguità fra mafia e politica.

Fu lui il primo a pubblicare già nel 1962 anche l'organigramma di Cosa Nostra - decine, famiglie, mandamenti - la stessa mappa che 22 anni dopo rivelerà il pentito Tommaso Buscetta al giudice Falcone. Uno scoop dopo l'altro fino a quella notizia che fu la causa della sua morte. Le indagini che seguirono e gli investigatori che le orientarono - unica eccezione il commissario di polizia Boris Giuliano che nove anni dopo la scomparsa di Mauro fu ucciso anche lui dai sicari di Riina - sono finite per tre decenni negli archivi polverosi del Palazzo di Giustizia di Palermo. Fu però Leonardo Sciascia a spiegare con una sola frase perché era morto davvero Mauro: «Ha detto la cosa giusta all´uomo sbagliato e la cosa sbagliata all'uomo giusto».


da palermo repubblica.it


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