lunedì 9 febbraio 2009

Dalla Chiesa all’antimafia sociale “L’opposizione non c’è, adesso tocca a noi”


Il presidente onorario di Libera boccia la riforma e sprona la società civile. Sul dl intercettazioni: stretta necessaria, ma bastano direttive di Csm e ministero. L’accusa ai politici: vogliono l’impunità

Il concetto è semplice: per limitare l’uso disinvolto delle intercettazioni bastano ministero e Csm. E invece si usa la scure. Perché? Nando Dalla Chiesa ha un’idea chiara sulla riforma della giustizia targata Alfano: l’intera classe politica si pone al di sopra della legge. Docente universitario, presidente onorario di Libera, da sempre insieme agli altri familiari delle vittime delle cosche, quella di Dalla Chiesa è una militanza su più fronti, dalla politica all’antimafia sociale. E alla politica e all’associazionismo Dalla Chiesa lancia messaggi chiari: nel futuro c’è il governo Berlusconi, tocca alla società civile assumersi l’onere della denuncia forte e diretta perché l’opposizione non esiste e i movimenti politici non ci sono più.

Siamo agli sgoccioli sul dl sulle intercettazioni. Dalla Chiesa, cosa ne pensa?

“Inutile dirlo, il parere è negativo. Ma non ci dobbiamo nascondere che i problemi posti sono problemi concreti. Certo ci sono tanti modi per risolverli. Nessuno nega le storture che l’uso disinvolto delle intercettazioni ha comportato. È chiaro però che la problematica è un pretesto per mettere un freno alla magistratura”.

C’è chi però sostiene che casi come quello dell’ archivio Genchi svelino pratiche perverse.

“Ripeto , ci sono delle storture evidenti: dalla pubblicazione di trascrizioni di conversazioni personali al resto. Il punto sta nell’affidabilità di chi si occupa di attività così delicate, nella professionalità dei consulenti. Anche quello dei costi è un problema che va affrontato. Fissare dei tetti di spesa calibrati e limitare le consulenze esterne non è un’idea malvagia. Il dato di Torino ci dice che si possono fare inchieste serie, efficaci e portarle a termine con successo senza fare lievitare i costi”.

Cosa suggerisce?

“Semplicemente la situazione può essere affrontata e risolta con indirizzi precisi del ministero della Giustizia, dai tetti di spesa ai criteri di assegnazione delle attività, e con adeguate linee investigative del Csm, per mettere dei paletti ai pm”.

E invece la riforma Alfano va giù pesante.

“E invece dicono che si può intercettare quando ci sono gravi indizi di colpevolezza, cioè senza il colpevole le indagini non partono: assurdo. Come è grave continuare a limitare la lista dei reati e limitare la durata delle intercettazioni. A volte occorre l’ascolto per tempi lunghissimi, si va molto alla leggera. A volte le indagini partono da ipotesi di reato minori arrivando a svelare reati gravi e gravissimi, penso al caso della clinica Santa Rita a Milano. È chiaro che riforma limita pesantemente la magistratura, si depotenzia il potere di controllo giudiziario. È un processo che viene da lontano”.

Viene da lontano e punta ad andare lontano: prossimo obiettivo la separazione delle carriere. Ma nessuno fa le barricate, a quanto pare.

“Si ha il timore di sembrare antigarantisti assumendo atteggiamenti rigorosi. Gli abusi si possono semplicemente limitare. Invece, quando c’è chi apre la pista proponendo cose inimmaginabili, si cerca di limitare i danni. E poi quando hai limitato i danni pensi di avere fatto il tuo. Sembra di stare al mercato. Però quello che passa, in versione ridimensionata, è sempre un grave danno”.

Tutto qua? O ci sono anche delle convergenze sospette?

“Ci sono anche le convergenze, inutile negarlo. Dico che, in generale, c’è una irresponsabilità della classe politica, che nasce dalla volontà di coprire certi reati. Ci si appella alla privacy quando viene violato il santuario dei partiti. Ma nessuno si indigna quando si assiste ad abusi e violazioni della privacy in altri ambiti”.

Dato il quadro politico attuale, cosa ci dobbiamo aspettare?

“Nel futuro c’è questo governo. Il futuro sta nella capacità di opporsi a questo governo. Non nascondiamoci che i partiti sono deboli, l’opposizione non c’è. E mancano movimenti politici come quello dei girotondi. E le proteste che si fanno in piazza, penso a Di Pietro, sono pur sempre iniziative partitiche. Per questo le posizioni sono più deboli rispetto al 2001”.

Anche la stampa è chiamata in causa, si aggira lo spettro del carcere per i cronisti.

“Sulla stampa si sono lette cose inaudite. Porcate memorabili. Campagne stampa prezzolate, giornalisti che scrivono su comando di persone poco raccomandabili. Falsi, faziosità. C’è chi scrisse addirittura che Falcone era a capo di una cupola siciliana, e la passò liscia. Adesso dire che i giornalisti debbano finire in carcere o pagare somme esagerate quando usano le carte delle indagini mi sembra assurdo. Anche in questo caso, il rimedio è semplice: occorrono regole ferree in difesa delle indagini in corso. Pubblicare il resto è democrazia”.

E l’antimafia sociale come si pone rispetto alla fase attuale?

“L’antimafia sociale è poco rappresentata nel dibattito legislativo. Manca la capacità di incidere quando si parla di riforma della giustizia e di altro. C’è un atteggiamento psicologico scorretto: si fa la battaglia culturale, sociale, sui territori, anche campagne sulla stampa di grande efficacia, però spesso non si interviene sulle questioni generali o non lo si fa con continuità, come se la giustizia non riguardasse l’antimafia sociale”.

È una chiamata alle armi?

“Dico che l’associazionismo deve prendersi questo compito, assumersi la responsabilità della denuncia forte e diretta, soprattutto quando manca una vera opposizione”.

Si va verso il 21 marzo, la giornata della memoria delle vittime di mafia di Libera, quest’anno a Napoli. Un appuntamento ancora più carico di significati. Ma a quanto pare, il fronte dei familiari arriva diviso.

“Anche a Napoli saremo in tanti per dire che la violenza non è e non può essere un modello di vita, che le mafie si combattono coi valori della responsabilità, dell’onesta, della vita. È importante andare a Napoli. Ci andremo compatti. Io queste divisioni non le vedo. Chi vuole lanciare denunce più forti e dirette, come accade, lo può fare liberamente, è sacrosanto. Questo non vuol dire dividersi. Siamo una comunità, il legame è talmente forte che non ci si fa dividere dalla politica. Del resto, se c’è qualcuno che ha voglia di dividersi, sono fatti suoi”.

Cosa pensa della partenza a rilento della commissione antimafia?

“I tempi di partenza della commissione sono sempre lenti. Io credo che Pisanu sia una persona seria, lo ha dimostrato in passato, potrà essere un buon presidente. La commissione antimafia dovrebbe avere la capacità di incidere sulla politica legislativa del governo, di dare impulsi sui tempi della giustizia. È un ruolo istituzionale fondamentale. Sono fiducioso”.

Ultimo punto: sul 41 bis c’è una stretta positiva. Si andrà avanti secondo lei?

“La strada è quella giusta. Adesso si dovrà vigilare sui giudici di sorveglianza: non si devono ammettere sconti facili sul carcere duro”.

da liberainformazione.org

Nessun commento: