giovedì 8 gennaio 2009

Perche' stiamo perdendo

di Antonio Brella

Ciao Dario, ottimo il blog, vorrei collaborare anche io e quindi comincio da subito, di seguito un articolo di Giulietto Chiesa su megachip molto interessante e che naturalmente condivido pienamente sottolineando il ruolo dell'informazione molto importante per il sapere quotidiano, buona lettura.




di Giulietto Chiesa - megachip

A volte è necessario mettere ordine nelle idee. Specie quando accade che le tue idee appaiono così in contrasto con ciò che ti circonda da farti pensare che, forse, sei tu che sbagli e tutti gli altri hanno ragione.
Leggo la notizia che i morti, nella striscia di Gaza (4 gennaio sera) sono saliti a 500 e i feriti hanno superato quota 3000. Leggo, sugli stessi giornali, ma nelle ultime righe, che Israele ha avuto un solo militare morto. Due giorni dopo saliranno a quattro ma solo perché tre di loro sono caduti sotto il "fuoco amico" dei commilitoni.
Vedo che uno dei maggiori eserciti del mondo, dotato delle più avanzate tecnologie (americane) sta sviluppando un’offensiva a tutto campo contro la popolazione di un milione e mezzo di persone, schiacciata in un esiguo territorio, isolata, accerchiata, da 20 mesi strangolata da un embargo pressoché totale.
Leggo che l’«esercito» di Hamas ha non più di 25 mila uomini, so che non ha aviazione, non ha carri armati, non ha nemmeno pezzi di artiglieria pesante. Salvo missili artigianali che non servono neppure per la battaglia. Infatti partono da qualche cortile, a casaccio, spontaneamente. Cadono a casaccio. Qualche volta uccidono o feriscono. In tre anni sono morte 17 persone nelle cittadine e villaggi, ora israeliani, che circondano la striscia.
Leggo che tutto ciò è orribile, mostruoso. E lo è effettivamente. Ma queste cose le scrivono coloro che hanno taciuto sull’embargo che ha strozzato Gaza; quegli stessi che tacciono sulle violazioni di Israele di tutti gli accordi internazionali, delle risoluzioni dell’Onu; quegli stessi che negano che esista una questione umanitaria a Gaza, anzi che negano sia mai esistita. Certo io non lancerei missili a casaccio, nemmeno per ritorsione contro violenze multiple subite da anni, da decenni. Ma io abito a Roma e posso comprarmi le medicine in farmacia, sempre che abbia i soldi per farlo. Loro, i palestinesi di Gaza, i padri e le madri, devono scavarsi i tunnel sottoterra per arrivare in Egitto, e poi schivare le pallottole dei fratelli arabi al servizio di Hosni Mubarak.
Leggo anche il bilancio delle vittime israeliane dei mostruosi missili di Hamas. Se le cifre che ho visto non mentono - cifre americane - si tratta di due morti e 20 feriti in tre mesi. Orribile, perché erano innocenti civili. Ma, come disse padre Balducci, quando il conto delle vittime raggiunge rapporti superiori a 1 contro 500 non si può più parlare di guerra ma solo di strage.
Leggo che Israele ha il diritto inalienabile di difendere la propria esistenza. Ma chi è in grado, oggi, domani, in un futuro qualsiasi, di minacciare l’esistenza di Israele? Hamas? Suvvia, nemmeno chi le dice può credere a queste sciocchezze.
Leggo commenti scandalizzati per le bandiere di Israele bruciate e imbrattate con le svastiche naziste. Altri si sono scandalizzati per i musulmani che pregano nelle piazze europee, in segno di solidarietà con i fratelli di Palestina trucidati. A me pare che protesta più civile non si sarebbe potuta immaginare. Invece c’è chi la trova scandalosa, non politically correct. Infatti, che musulmani sono se si limitano a pregare? Noi li vorremmo sanguinari, con il coltello in bocca. Così non funzionano.
Ma poi ho l’impressione - scusate ma sono troppo confuso da questa doccia scozzese di notizie - che si pretenda correttezza politica dagli altri senza tenere conto della nostra (di noi europei, di noi italiani) responsabilità morale per avere tollerato, senza condannarlo, l’embargo illegale contro Gaza (per non parlare di tutta la storia pregressa dell’occupazione, anch’essa illegale, delle terre palestinesi). Mi chiedo: si può essere politicamente corretti in queste condizioni? Ovviamente di chi è oggetto di illegalità e violenza? Vogliamo concedere qualche attenuante generica?
Ma interrompo qui le mie rimostranze "logiche". Capisco che non finirei più di avere le idee confuse. Quindi metto ordine. La domanda è questa: come è possibile che decine di mass media, tutti i più importanti, centinaia di giornalisti, migliaia di diplomatici, di ministri, di parlamentari, di uomini di governo (lascio da parte, per ora, i milioni di spettatori e lettori, vittime delle precedenti categorie) possano non vedere la monumentale incongruenza tra i fatti e la loro narrazione? Tra le affermazioni che sostengono e i fatti? C’è una logica in questa follia?
C’è, e viene da lontano.

Il Glasgow Media Group (rete di accademici e ricercatori britannici che da trent’anni monitora i media del Regno Unito) ha pubblicato un’analisi di come quei media hanno "coperto" il conflitto israelo-palestinese. (per saperne di più e in dettaglio si legga su www.megachip.info, che ha ripreso un articolo uscito su www.senzasoste.it). Il GMG ha analizzato 200 differenti edizioni dei Tg della BBC e di ITV News e intervistando più di 800 persone che hanno assorbito i loro messaggi. Il tutto in un periodo preciso, gli anni tra il 2000 e il 2002. Piuttosto lontano dagli eventi attuali. Ulteriore avvertenza: dato che il mainstream britannico è considerato tra i migliori del mondo (anche se di gran lunga non sempre lo è per davvero) possiamo ritenere che il suo esempio sia la versione migliore, il paradigma del mainstream occidentale nella sua interpretazione più decente, o, se preferite, meno indecente. Ebbene, ecco, in sintesi, i risultati.
Gli spettatori del Regno Unito hanno capito poco e male le cause del conflitto, le sue origini gli sfuggivano. Ma hanno assorbito in generale le spiegazioni date dal governo israeliano. Anche perché, si capisce, le fonti israeliane ascoltate e viste erano più del doppio di quelle palestinesi. A rafforzare la monodimensionalità del messaggio sono stati chiamati numerosi parlamentari e senatori americani, invariabilmente favorevoli a Israele, a prescindere. I bambini palestinesi risultavano quasi sempre vittime del "fuoco incrociato" tra palestinesi e israeliani. Buona parte degli spettatori non sapeva cosa fossero i "territori occupati", e neppure chi fossero gli occupanti, se israeliani o, per caso, gli stessi palestinesi. Quasi tutti gl’intervistati pensavano che gl’incidenti erano sempre iniziati dai palestinesi e che gl’israeliani non facevano che reagire alle offese subite. La maggioranza del pubblico concepiva gl’insediamenti dei coloni israeliani come pacifiche comunità di agricoltori minacciate dall’aggressività araba. Il numero dei morti israeliani risultava di molto superiore a quello dei morti palestinesi, sebbene il tragico conto della seconda Intifada dica che il rapporto delle vittime delle due parti fu di cinque palestinesi contro uno israeliano.
Possiamo fermarci qui.

Il caso di Israele è un’eccezione? Niente affatto. Queste tecnologie informative sono state sperimentate in tutti gli scenari di conflitto , senza eccezione alcuna. Negli ultimi vent’anni, anzi, esse si sono affinate e migliorate, nel senso della loro efficacia manipolatrice. Si veda, come esempio più recente, la "copertura" della guerra di Georgia contro l’Ossetia del Sud. L’intero mainstream occidentale ha assunto come standard questa intelaiatura al tempo stesso linguistica, concettuale, temporale, funzionale: il pensiero unico integrato con il messaggio unico.
Vi è, per questo, una spiegazione oggettiva: l’esistenza del nemico comunista aveva reso relativamente semplice il compito di assegnare ad esso le cause dei problemi del mondo. C’era un "male" visibile (anch’esso sapientemente costruito nei primi anni post-bellici) al quale potevano essere immediatamente attribuite tutte le responsabilità, i crimini, le efferatezze, le ingiustizie ecc. Per giunta senza tema di smentite che provenissero dall’altra parte. Quando le si registrava era solo per irriderle.
Il crollo del comunismo rese più complicata l’esigenza di "motivare" la violenza e la sopraffazione occidentale. Da qui la creazione artificiale del "pericolo islamico", momento topico, culmine della quale fu l’11 settembre 2001.

Il conflitto israelo-palestinese è quindi il luogo principale dove la strategia manipolatrice, di cui stiamo analizzando i caratteri, ha potuto svilupparsi con tutta la potenza dei suoi componenti. È in Palestina che l’Occidente intero si scontra quotidianamente con i suoi nemici. È aiutando Israele che l’Occidente si lava le mani dell’olocausto hitleriano, che dall’Occidente fu concepito e attuato. È in Palestina che, mille volte più che altrove, la verità dev’essere rovesciata nel suo contrario; che la sopraffazione del più forte dev’essere dipinta come necessità di difesa contro il più debole. E in Palestina che deve essere imposta, a tutti i costi, la favola di Esopo, del lupo - a monte - che accusa (e uccide) l’agnello - a valle - dopo averlo accusato di intorbidirgli l’acqua del ruscello.
Ciò contrasta - lo sappiamo - con la fisica dei corpi, che impedisce all’acqua di salire da valle a monte. Da qui la difficoltà dell’impresa di motivare l’uccisione dell’agnello. Esopo ha scritto la favola proprio per dimostrare l’assurdità della pretesa del lupo. Nasce da questa considerazione morale-letteraria una conclusione che è impossibile evitare. Essa dice che non c’è nulla di casuale in tutto quello che si è fin qui detto. Queste strategie comunicative sono state studiate accuratamente, e vanno molto oltre la disonestà intellettuale e professionale di individui - pur spregevoli - come Riotta, Pagliara, Ostellino e altri, di cui qui è perfino inutile parlare.

Queste strategie, come emerge limpidamente dallo studio citato del GMP, si basano sulla "sedimentazione" di medio e lungo periodo. Solo un pubblico già preventivamente manipolato (istupidito) può infatti accettare, senza cadere in confusione e poi in crisi, la favola del lupo e dell’agnello come logica. Dio non voglia, sopratutto il Dio degli eserciti, che lo spettatore precipiti in una crisi da confusione. Smetterebbe non solo di applaudire gli assassini, ma anche di fare shopping! Due cose inammissibili.
La manipolazione deve dunque essere sistematica, organizzata, continua, molteplice. Pagliara, per esempio, deve essere selezionato per tempo e inviato a Tel Aviv, mandando via i corrispondenti precedenti che facevano onestamente il loro mestiere, nel caso specifico Mark Innaro (esiliato al Cairo) e Paolo Longo (promoveatur ut amoveatur a Pechino). Avverrà così per mesi, per anni, che il pubblico italiano verrà imbonito quotidianamente del pensiero unico filo-israeliano e anti-palestinese.
Questa procedura spiega bene, per converso, come mai la manipolazione mediatica cui abbiamo assistito, lo scorso agosto (guerra di Georgia) non abbia funzionato se non per pochi giorni, per essere poi (provvisoriamente) abbandonata subito dopo: perché il pubblico occidentale non era stato preparato per tempo a "vedere" Saakashvili come il baluardo dell’Occidente.
C’era sì, certo che c’era, perfettamente lubrificata dai tempi della guerra fredda, la macchina russofobica. Ed è stata usata a piene mani mobilitando tutti i dinosauri commentatori dell’epoca, insieme ai loro epigoni attuali. Ma le generazioni cambiano e lo sforzo è risultato non sufficiente a mobilitare emozioni nell’opinione pubblica occidentale e a scagliarle contro l’evidenza dei fatti. Il lupo, cioè, non è riuscito a vestirsi da agnello.
E si spiega perfettamente. Perché per operazioni di questo genere - come bene dimostra la ricerca del Glasgow Media Center - ci vuole tempo e sistematicità. Ci vuole la "sedimentazione" di pensieri e, soprattutto, di immagini. Una volta che si è riusciti a far "sedimentare" nelle menti la propria narrazione del mondo (di quel problema in particolare) risulta allora più facile risvegliarla. Essa riappare obbediente, sollecitata da associazioni mentali che sono state accuratamente predisposte in anticipo.

Purtroppo la cosiddetta contro-informazione, l’informazione alternativa a quella del mainstream, non dispone di queste strategie. E, se anche le avesse elaborate (cosa che non è) non avrebbe gli strumenti per realizzare una diversa "sedimentazione". Purtroppo la sinistra e l’intero campo democratico, in occidente, non è stata capace, fino ad ora, nemmeno di capire il funzionamento di questa macchina, che merita senza dubbio l’appellativo di orwelliana.
L’origine di tutte le sconfitte di questi ultimi 30 anni, quelli dell’avvento della televisione e dei computer, patite dalla democrazia e dalla civiltà, deriva dal fatto, ormai tremendamente evidente, che il controllo della informazione-comunicazione è stato interamente preso dalle forze dominanti, in primo luogo dall’Impero. Mentre le forze popolari e le loro rappresentanze politiche sono rimaste in una condizione subalterna: tanto dal punto di vista dei mezzi materiali e tecnologici, quanto da quello della teoria, quanto da quello dell’organizzazione politica.

Le sinistre - in Italia in modo particolarmente stupido, poiché sono state le sinistre a lasciare aperto il varco al dominio berlusconiano - hanno subito la pratica, e la teoria, che l’avversario stava elaborando e realizzando. L’anchilosi teorica della sinistra e del liberalismo democratico (ma anche quella della Chiesa cattolica) si è trasformata in subalternità ideologica e in impotenza pratica. La società in trasformazione non è stata studiata, non solo nei suoi aspetti sociali e strutturali (che significavano una diversa composizione della fisionomia delle classi sociali), ma anche nella impressionante serie di modificazioni che le innovazioni tecnologiche producevano nella coscienza delle grandi masse.
Basti pensare che la parte migliore, più attiva, ma comunque largamente minoritaria delle sinistre si è impegnata nella cosiddetta "contro-informazione". Senza neppure rendersi conto, per esempio, che l’informazione è una parte esigua del flusso dei messaggi, largamente sopravanzata da intrattenimento e pubblicità. E che la parte assolutamente decisiva del condizionamento manipolatorio delle coscienze non avviene soltanto, o prevalentemente, mediante l’inganno informativo o il silenzio informativo, bensì si realizza nell’intrattenimento e nella pubblicità. E, dunque, non essendoci a sinistra alcuna ipotesi di "contro-intrattenimento" e di "contro-pubblicità", la lotta contro la manipolazione diventa uno sforzo vacuo e impotente, con mezzi insufficienti e nella direzione sbagliata, perché secondaria.

E basti pensare che in larghi settori della sinistra - e in generale tra le giovani generazioni, anche questo è segnale che l’egemonia culturale è ormai saldamente nelle mani dell’Impero - prevale ancora l’idea che la via della liberazione sia quella di Internet. Che non solo non può rispondere, nel breve e medio periodo (perché in esso Internet resterà comunque minoritaria e "nicchia") ai problemi descritti sopra, ma che, sotto altro profilo, altro non è che l’illusione secondo cui la tecnologia può liberare l’individuo.
E si tenga conto che tutto ciò, pur con tutti i suoi limiti, concerne la parte migliore, la più giovane, quella intellettualmente più attiva, delle forze democratiche. Il resto: i partiti politici, le istituzioni rappresentative, i mass media, le caste accademiche, gl’intellettuali "progressisti", sono stati risucchiati completamente dalla narrazione egemonica del pensiero unico. Narrazione eminentemente televisiva, che ha modificato, con impressionante potenza "di fuoco", i contenuti e i luoghi della politica, la forma e la durata dei ricordi collettivi, ha ri-plasmato la qualità e l’intensità delle emozioni individuali, ha rivoluzionato il linguaggio e ha marchiato di sé le stesse forme di apprendimento che presiedono all’educazione degl’individui.
In una parola ha creato una "mutazione antropologica".

La politica dell’homo videns non può essere la stessa che fu per l’homo legens. Così è per la democrazia. I dominanti hanno come obiettivo l’eliminazione dell’una e dell’altra. I dominati devono chiedersi se hanno capito il rischio che corrono e se esiste una via per resistere.
Tutto ciò avrebbe richiesto - e richiederebbe urgentemente anche adesso, ormai in condizioni di emergenza democratica - una strategia, uno studio attento delle nuove condizioni in cui le forze democratiche possano organizzare una controffensiva o, come minimo, possano difendersi dall’ondata "rivoluzionaria" che sopraggiunge di pari passo con la più grave crisi del sistema capitalistico.
È, o dovrebbe essere, evidente, che l’insieme delle tecnologie del potere che nel frattempo il Potere ha organizzato sarà utilizzato con abbondanza di mezzi e una furia iconoclasta direttamente proporzionale alla paura che le classi dominanti hanno ormai elaborato e secreto.

Il loro dominio non offre loro una soluzione ai limiti, alle crisi - finanziaria, energetica, climatica - che la Natura sta frapponendo sul loro percorso. Gli spiriti selvaggi che lo sviluppo capitalistico "infinito" ha evocato non sono dominabili (e comunque solo per breve periodo) se non esercitando la violenza sui più poveri in forme mai prima sperimentate. Altrimenti vi sarà spazio per la rivolta. La paura rende feroci. La "distruzione creativa" verrà dunque applicata alle istituzioni della democrazia liberale, ormai obsolete e inutilizzabili nelle attuali condizioni. Dai modelli di democrazia autoritaria, già largamente in uso, si passerà alla guerra: quella di classe all’interno dei singoli comparti, quella classica, militare, tra stati e verso le aggregazioni, di qualunque forma e geometria, sotto qualunque latitudine e longitudine, che si mostrassero renitenti.
Solo chi non comprende la vastità della crisi può ignorare o trascurare questa prospettiva. Ma farvi fronte significa contestare la narrazione dominante. Ed essa non può più essere contrastata con la "vecchia politica". Solo una diversa narrazione, a cominciare da un diverso uso delle immagini in movimento, che raggiunga larghe masse popolari, può costituire un’alternativa di eguale potenza.

È questo l’unico terreno possibile per la difesa e il contrattacco. Si potrebbe dire, parafrasando antiche terminologie: niente capacità di comunicare, niente possibilità di difesa. Non basta più avere una buona descrizione del problema, del conflitto. Anche la migliore idea, analisi, proposta, se non potrà essere trasmessa, risulterà inutile, monumento all’impotenza. Al massimo patrimonio di una nicchia di privilegiati che hanno capito. Comunque inoffensiva, anche se fosse relativamente grande. Il Ministero della Verità e quello dell’Amore potrebbero perfino lasciarla in vita, tanto saprebbero che non conta.
Il progetto di una televisione indipendente, Pandora, ha questo significato. Di altri progetti, magari migliori, per il momento, non c’è traccia. Chi alza le spalle e guarda altrove, si troverà di fronte, da qualunque parte si giri, come avviene oggi, gli schermi che raccontano la strage di Gaza come evento giusto. E non potrà fare altro che strapparsi i capelli.
Aggiungo: meritatamente.

da megachip.info

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