mercoledì 7 gennaio 2009

L'ultimo pentito di via D'Amelio


di Francesco La Licata

Palermo - Un nuovo pentito di mafia - un boss da anni tentato a collaborare ma fino a ieri trattenuto dall’opposizione della moglie e dell’unico figlio maschio - rimette in discussione la ricostruzione della strage del giudice Paolo Borsellino e della scorta, ormai consacrata in sentenze passate in giudicato. Il nuovo pentito, si tratta del capomandamento del quartiere Brancaccio Gaspare Spatuzza, si autoaccusa del furto dell’auto, la famigerata Fiat 126, che servì da contenitore all’esplosivo che disintegrò le cinque vittime.Detto così, il particolare potrebbe sembrare poca cosa nell’economia delle migliaia di carte che costituiscono il fascicolo dei processi già passati al vaglio della Cassazione. E invece un insignificante furto d’auto rischia di stravolgere l’impianto accusatorio che è basato, in gran parte, sulle rivelazioni di un altro pentito, quel controverso e contestatissimo Vincenzo Scarantino, alla fine creduto dai magistrati. Cosa diceva Scarantino? In sostanza raccontava che lui, per conto dei boss del mandamento, aveva commissionato il furto dell’auto ad un giovane del quartiere, Salvatore Candura, un mezzo tossico borderline che nell’operazione si avvalse della collaborazione di un amico. Anzi, per la verità, si fece tanto aiutare da andare a rubare l’utilitaria della sorella di questi. Insieme con tanti particolari, sostenuti da descrizioni varie sull’auto, sul metodo usato per il furto ed altro, Scarantino riversò su magistrati e investigatori il quadro di una «congiura» che coinvolgeva anche Totò Riina e Pietro Aglieri, capomandamento di Santa Maria di Gesù. Secondo il collaboratore, durante la riunione decisiva, «avvenuta a Villa Calascibetta», l’intera cupola di Cosa nostra decretava la strage e Totò Riina «raccomandava di fare le cose per bene», spalleggiato da Aglieri che commentava: "Non come l’altra volta (Capaci ndr) che quello stava rimanendo vivo". Tanta dovizia di indizi rischia ora di naufragare di fronte alla confessione di Spatuzza, attraversato da una crisi spirituale e religiosa (ha scritto una lettera al Vescovo) e dal desiderio di liberarsi del peso del rimorso per aver provocato dolore ai familiari delle vittime e ingiusta carcerazione ad alcune persone, condannate anche all’ergastolo. Gaspare Spatuzza ha cercato un contatto col procuratore nazionale Piero Grasso a cui - in un colloquio investigativo - ha consegnato la sua verità. Una verità che, a quanto pare, avrebbe trovato più di una conferma nell’attività di riscontro eseguita dalla Procura di Caltanissetta, attivata dalla Procura Nazionale.
Sembra proprio che Spatuzza dica il vero. Lo dimostrerebbe un sopralluogo, curato dal procuratore capo nisseno, Sergio Lari, durante il quale il collaboratore avrebbe indicato esattamente il luogo dov’era parcheggiata l’utilitaria e il posto esatto dove, dopo il furto, venne sistemata. Una ricostruzione confermata, sembrerebbe, pienamente dalla testimonianza della proprietaria dell’auto. Spatuzza avrebbe fornito anche qualche "minuzia" importante per valutare la proprio affidabilità, come la descrizione della forzatura del bloccasterzo, mai confermata nelle precedenti ricostruzioni. Un altro elemento di diversità con Scarantino riguarda la presunta sosta dell’auto nella rimessa di Giuseppe Orofino, dove - a suo dire - sarebbe stata imbottita di tritolo. Il racconto di Spatuzza scagiona il proprietario della rimessa, che, tuttavia, era uscito quasi indenne dal processo per mancanza di certezze investigative.
Con l’avvento di Spatuzza torna in primo piano la figura controversa di Vincenzo Scarantino, personaggio inquieto e fragile. Tanto da essere stato, a suo tempo, contestato anche da Ilda Boccassini, il magistrato che nel ‘92 conduceva l’inchiesta, insieme col capo della "Squadra Falcone e Borsellino", il questore Arnaldo La Barbera (scomparso nel 2002). La Boccassini non uscì entusiasta dall’incontro con Scarantino e, non molto tempo dopo, quando lasciò Caltanissetta e le indagini, scrisse una relazione abbastanza critica sull’attendibilità del pentito. Questo documento (una minuta comunque sarebbe ancora in suo possesso) deve essere rimasto sepolto tra la montagna di carte del fascicolo, visto che adesso non si trova, anche se non sarà difficile recuperarlo attraverso gli indirizzi a cui fu spedito e cioè le procure di Caltanissetta e di Palermo.
Una impressione, quella della Boccassini, che avrebbe trovato conferma nell’altalenante, successivo comportamento processuale di Scarantino. Il quale arriverà persino ad una clamorosa ritrattazione in aula, quasi alla conclusione del primo grado di giudizio. Una ritrattazione "velenosa", che accusava magistrati ed inquirenti di "indottrinamento del teste" ("mi dicevano quello che dovevo dire"), tanto da provocare l’apertura di un procedimento a Catania per Anna Palma e Nino Di Matteo, i sostituti procuratori applicati all’inchiesta. Con altrettanto clamore, poi, Scarantino fece la ritrattazione della ritrattazione e l’inchiesta di Catania fu archiviata perché venivano meno i presupposti.
Il contenuto delle dichiarazioni di Gaspare Spatuzza cambiano anche il quadro, rispetto al vertice di Cosa nostra che ordinò la strage. Il pentito, infatti, sostiene che l’attentato venne organizzato dal mandamento di Brancaccio e dunque dai fratelli Graviano. La sentenza passata in giudicato prospetta, invece, un coinvolgimento pesante anche del boss Pietro Aglieri. Dal punto di vista della detenzione una eventuale nuova indagine sposterebbe poco, perché le condanne all’ergastolo di Aglieri, per altre vicende, sono più d’una. Le rivelazioni di Spatuzza ancora non sono state depositate e quindi non sono ufficiali, anche se in giro se ne parla parecchio. Tanto che più di un legale sta già caricando le armi in direzione della richiesta della revisione del processo, basata - così dicono - non solo sulla "novità Spatuzza", ma anche su un presunto "contrasto di giudicato" che graverebbe sulle motivazioni dei processi.
Per la strage di via D’Amelio i condannati che sperano in una revisione potrebbero essere cinque: quelli condannati prevalentemente per le rivelazioni di Scarantino.

da antimafia2000.com

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