venerdì 2 gennaio 2009

La memoria contesa del giudice Borsellino

di Francesco La Licata

Si moltiplicano gli "amici" e gli "eredi" del magistrato assassinato

PALERMO - Il frullatore di Palermo, puntualmente messo in moto dall’energia sprigionata dalle polemiche su mafia e antimafia, sembra aver prodotto l’ennesima maionese. Protagonista e forse anche un po’ ispiratore, il pirotecnico Vittorio Sgarbi, nella veste di sindaco di Salemi («La casa a un euro»), che offre la cittadinanza onoraria alla signora Agnese Borsellino, vedova di Paolo, il magistrato ucciso nella strage di via D’Amelio. Una frase pronunciata dalla singora Agnese, durante un giro con Sgarbi per il centro storico del paesino in provincia di Trapani, ha fatto da detonatore. Un plauso al professore-sindaco, a cui sarebbe stato regalato - secondo un comunicato del Comune di Salemi - lo status di «missionario», ha fatto girare le lame del frullatore. Così la signora Agnese è stata invitata a rifiutare la cittadinanza onoraria. L’invito è partito da persone che hanno tutti i requisiti per rivendicare la «difesa della memoria di Paolo».

E cioè i fratelli del magistrato assassinato, Rita e Salvatore, cui si sono poi accodate organizzazioni politiche che asseriscono di rifarsi all’insegnamento morale di Paolo Borsellino. Il risultato è una rissa, prepotentemente mediatica, alla quale il buon giudice che non c’è più si sarebbe volentieri sottratto. Ma invece il nome e la memoria di Paolo Borsellino sono da tempo un patrimonio che fa parecchio gola a politica e politicanti ed hanno dovuto spesso esser difesi. A fasi alterne, a turno, i familiari dell’eroe siciliano si son dovuti districare nella difficile missione di respingere «amici» ed «eredi» di Paolo. Al centro dell’attenzione generale una remota militanza di Borsellino, ai tempi dell’università, nelle fila del Fuan (i giovani studenti di destra). Certo, questa tutela, ognuno l’ha portata avanti secondo le proprie possibilità e conoscenze dei meccanismi della politica e della comunicazione, quindi non sempre al meglio.

La signora Agnese non si può certo definire una presenzialista e qualche volta le è capitato di non riuscire a fronteggiare le furbizie della politica. Per esempio la gestione del «Centro» intitolato alla memoria di Paolo. Anche allora Palermo mormorava, ma la ferita di via D’Amelio era ancora fresca e teneva a bada il frullatore. Eppure la presidenza del sacerdote, don Giuseppe Bucaro, non entusiasmava. Giravano soldi, di cui i familiari del giudice nulla sapevano, e molte ricorrenze erano frequentate da esponenti del centrodestra. Politici della vituperatissima Regione, ma anche nazionali che creavano qualche disagio, come dimostrava l’ostentata lontananza dalla prima fila di Manfredi, il figlio maggiore di Paolo Borsellino, allora prossimo ad indossare la divisa di poliziotto e profondamente contrario ad ogni esposizione mediatica. E così accadeva che, mentre l’ingenua disponibilità della signora Agnese accreditava ospiti illustri (una lunga fila di politici del centro destra), dall’altro lato faceva muro Rita, convinta dell’insufficiente impegno antimafia dispiegato da quello schieramento e vicina alla «discesa» in politica in senso stretto, dopo una lunga militanza nelle organizzazioni dell’antimafia sociale.

E’ nitido il ricordo di Gianfranco Fini al «Centro» di padre Bucaro ed altrettanto indelebile l’immagine di Silvio Berlusconi, già presidente del Consiglio, che tenta invano - con una lunga chiacchierata al citofono - di convincere Rita a riceverlo. Alla fine le chiede: «Cosa si può fare contro la mafia, signora? Dica e sarà fatto». E lei: «Lei è il presidente del Consiglio, nessuno meglio di lei può saperlo. Applichi i principi di mio fratello». Anche quella volta Palermo registrò la distanza tra le due Borsellino, distanza mitigata dalla generale adorazione collettiva verso il giudice eroe. Poi arrivò lo scandalo del coinvolgimento di padre Bucaro in una vischiosa vicenda di soldi che porterà allo scioglimento del «Centro» e al divorzio col prete che per anni aveva monopolizzato la memoria di Paolo Borsellino. La signora Agnese, principale vittima del raggiro, tacque. E tacque pure Rita.

Parlò forte Manfredi che scrisse una dura lettera per sottolineare come quei «salotti», stigmatizzati dal padre, fossero «ancora inquinati». Parlò della necessità di essere ed apparire trasparenti, di avere una «condotta esemplare» quando si porta sulle spalle la responsabilità di un grande nome. E, difendendo l’ingenuità materna, scrisse: «Gli ospiti sgraditi strumentalizzano mia madre». Analisi simile, oggi, in occasione dell’«elogio» di Sgarbi. Già, davvero faticosa la difesa della memoria. La coerenza di Rita e Manfredi; l’irruenza di Salvatore, fratello di Paolo, ingegnere a Milano. Ha metabolizzato a lungo, prima di uscire allo scoperto dopo aver maturato la convinzione che era giunto il momento di non lasciare più Paolo da solo nella sua battaglia per la legalità, anche dopo la strage. Ed eccolo battagliare su blog e dibattiti, con una foga commensurabile al dolore subìto.

E le figlie di Paolo, Lucia e Fiammetta, sempre silenziose, anche in presenza di malignità, come quella che rimarcava la collaborazione di Lucia alla giunta regionale di Raffaele Lombardo, il presidente che ha battuto alle elezioni il centrosinistra di Rita Borsellino. Pura malignità, se si pensa che la collaborazione è data all’assessore Massimo Russo, ex magistrato, che fu uno dei «pupilli» di Paolo Borsellino ed è stato chiamato a «bonificare» la palude della sanità sicula. Ma questo è il teatro siciliano, dove i ruoli sono difficili da assegnare. Il «teatrino» prevede adesso le minacciate dimissioni di Sgarbi e le risposte al vetriolo dell’antimafia militante: forse sarebbe il caso di lasciare in pace i morti che, alla fine, non sono proprietà di nessuno ma patrimonio di tutti.

da La Stampa

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