venerdì 2 gennaio 2009

Documenti - Un uomo annunciò al 113 la strage Borsellino

di Dario Campolo

Scartabbelando fra i vecchi giornali ho trovato un vecchio articolo di Repubblica risalente al 22 aprile del 1999 riguardo il processo sulla strage di via d'Amelio del 1992, leggendolo scoprirete come parti oscure presenti ancora oggi sulla strage si rafforzino sempre più, lo pubblico integralmente.

Un uomo annunciò al 113 la strage Borsellino
da Repubblica — 22 aprile 1999 pagina 22 sezione: CRONACA

CALTANISSETTA - Due ore prima della strage di via D' Amelio una "talpa", annidata dentro Cosa nostra, aveva avvertito la polizia che ci sarebbe stato un attentato contro il giudice Borsellino. Una telefonata particolarmente allarmante, considerato il clima che c' era a Palermo dopo la strage di Capaci, avvenuta solo un mese e mezzo prima. A rivelarlo è una "relazione di servizio" redatta il giorno della strage, il 19 luglio del 1992, da un agente di polizia in servizio al 113 ma venuta fuori solo adesso nel corso del terzo processo per la strage in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. La relazione oggi sarà acquisita agli atti del processo. Ecco cosa c' è scritto : "La sottoscritta Giuseppina Cadore, agente della polizia di Stato in servizio quale operatore del 113, con turno di servizio 12-19, riferisce alla Signoria Vostra quanto segue: alle ore 14,35 la scrivente riceveva al 113 una telefonata anonima con voce maschile la quale riferiva testualmente quanto segue: "tra mezzora esploderà una bomba sotto di voi". Dopo di ciò veniva interrotta la comunicazione. Di ciò veniva informato il funzionario di turno alla squadra mobile dottor Soluri. Tutto si riferisce per doverosa notizia". Due ore dopo, in via D' Amelio, i killer di Cosa nostra azionavano il telecomando facendo esplodere l' autobomba piazzata davanti l' abitazione della madre del magistrato. La notizia s' incrocia con altrettante inedite rivelazioni fatte ieri a Caltanissetta dall' ex pm di Mani Pulite, il senatore Antonio Di Pietro, chiamato a testimoniare nel processo ai mandanti ed esecutori della strage. Interrogato sui suoi rapporti con i giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, in relazione all' inchiesta Mani pulite e le sue connessioni con il "sistema" degli appalti in Sicilia, Di Pietro ha raccontato di avere avuto dei "contatti" più con Borsellino che con Falcone. "Con Falcone m' incontrai per ragioni relative alla mia inchiesta per alcune rogatorie in Svizzera, con Borsellino - ha detto Di Pietro - parlai un paio di volte di tangenti e appalti perché gli imprenditori del nord Italia (quelli che facevano capo alla Ferruzzi, Cabogi, Cogefar ed altre), da me inquisiti, pur avendo tanti appalti anche in Sicilia, rendevano dichiarazioni soltanto per le tangenti pagate a Roma o in Lombardia. Mai per quelle in Sicilia, perché avevano paura della mafia. Una paura che divenne più forte proprio dopo le stragi di Capaci e di via D' Amelio". E l' ultima volta che Di Pietro parlò con Borsellino di appalti e tangenti, fu in occasione del funerale di Giovanni Falcone. "In quell' occasione Borsellino mi disse: "ci dobbiamo vedere per approfondire quel discorso, perché dobbiamo andare di corsa, perché bisogna capire cosa sta succedendo"". Ma non ci fu il tempo. E cosa stava accadendo e accadeva Di Pietro ha sostenuto di averlo cominciato a capire dopo le stragi, le minacce di morte e anche dopo avere lasciato la magistratura. "Mi sono reso conto che Milano e Palermo (le inchieste ndr) dovevano essere fermate....Solo ora comprendo che piedi avevamo calpestato". Di Pietro ha poi rivelato che, nell' ambito dell' indagine sulle tangenti Enimont, scoprì che un miliardo e mezzo era andato a finire all' eurodeputato dc Salvo Lima, ucciso nel marzo del ' 92. "Li aveva ricevuti in Cct proprio alcuni giorni prima della sua morte ed ancora oggi nessuno li ha incassati". Rispondendo alle domande del pm, Anna Palma, Di Pietro ha poi ricordato che il giorno dopo la morte di Paolo Borsellino apprese, da un' informativa del Ros dei carabinieri, che lui ed il magistrato palermitano dovevano essere uccisi. Quella informativa, ha sottolineato Di Pietro, era però di alcuni giorni prima della morte di Borsellino. E soltanto agli inizi del ' 93, dopo le stragi di Capaci e di via D' Amelio i contatti con la Procura di Palermo, relativi alle inchieste sugli appalti, furono ripresi con Giancarlo Caselli ed i suoi sostituti. - dal nostro inviato FRANCESCO VIVIANO


Nessun commento: