venerdì 28 novembre 2008

Social card: chi ci guadagna davvero?

fonte: Altroconsumo

Il ministero dell'Economia ha presentato la social card, tesserina magnetica prepagata che era già stata annunciata la scorsa estate e che dovrebbe avere funzione di supporto per i meno abbienti. I soldi contenuti nella social card possono infatti essere spesi per pagare le bollette di luce e gas, e per comprare generi alimentari presso i negozi convenzionati che espongono l'apposito cartello. Ma ben pochi ne beneficeranno, e il costo per lo Stato va ben al di là di quel che finisce nelle tasche dei cittadini.

Pensionati: solo redditi inferiori ai 6.000 euro all'anno
Intanto partiamo da chi ne beneficerà: gli over 65 enni e le famiglie con bambini con meno di 3 anni.

Per i primi il provvedimento vale per chi singolarmente guadagna al massimo 6.000 euro (8.000 per gli over 70), considerando tra questi tutti i redditi, anche quelli assistenziali che generalmente non sono considerati ai fini fiscali. Ma attenzione, l'Isee (il documento che certifica la situazione reddituale della famiglia) prodotto dalla famiglia di cui si fa parte deve essere di 6.000 euro. Di conseguenza parliamo, ad esempio, di famiglie in cui due pensionati guadagnano complessivamente al massimo 723 euro netti al mese, che diventano ben 923 euro se hanno un figlio a loro carico. Ma c'è sempre un "ma" per lo Stato: oltre ai vincoli delle utenze che possiamo capire, la persona deve possedere al massimo una casa, che per non modificare l'Isee deve essere entro i 51.000 euro di valore catastale, un conto corrente con al massimo 15.000 euro di risparmi e un'auto. Ma attenzione, se la famiglia possiede un box, perde il diritto alla social card.

Ammesso e non concesso che con la categoria catastale C7 (tettoie), il Ministero intendesse la C6, quella tipica dei box, comunque non capiamo la precisazione, visto che si tratta sempre di immobili a uso non abitativo.
Famiglie con bambini: fino a poco più di 1.100 euro di reddito se si è in quattro
Le famiglie con bambini con meno di 3 anni, che possono beneficiare di una ricarica della social card per ogni figlio, non se la passano comunque meglio. Non c'è più il limite di reddito personale di 6.000 euro, ma per ottenere la social card (famiglia di quattro persone) non bisogna guadagnare più di1.131 euro netti al mese totali.

Ovviamente se si ha ancora un mutuo da pagare o si è in affitto i redditi netti riescono a essere un po' più alti grazie al valore Isee che si abbassa.
Solo in pochi negozi (e non nella grande distribuzione, meno cara)
La social card è utilizzabile per pagare le bollette di luce e gas e per comprare prodotti alimentari nei negozi convenzionati.

Il vero problema è che, come ha riconosciuto anche il Governo, solo il 5% dei commercianti ha aderito all'iniziativa, forse perché la paura dei tempi biblici (in media 200 giorni) di rimborso dello Stato ha giocato un ruolo fondamentale nella decisione.

Inoltre, le categorie merceologiche individuate dal Ministero sono limitate a panifici, latterie, macellerie, spacci, drogherie e supermercati (quindi piccole catene), dove i prezzi medi non sono certo quelli delle grandi catene di distribuzione. Questo vincolo di categoria limita di molto la possibilità di utilizzo, soprattutto per i pensionati, che hanno poche possibilità di spostamento: di conseguenza il reale utilizzo viene limitato al pagamento delle bollette, che garantisce (è un caso?) il maggior ritorno in termini di Iva e accise allo Stato.La scelta della tessera di plastica, poi, è stata giustificata dal Ministero per riconoscere agli utilizzatori sconti sulla merce, tuttavia, essendo i prezzi medi degli esercizi convenzionati mediamente più alti, gli sconti di fatto produrrebbero nel migliore dei casi solo un livellamento dei prezzi a quello già normalmente praticato dalle grandi catene.

Il costo per lo Stato: non tutto va ai cittadini
Il Ministero ha detto che allo Stato la social card costerà 450 milioni di euro annui a regime e che ne beneficeranno 1,3 milioni di italiani. Quindi, poiché entro dicembre daranno la prima tranche di 120 euro, i conti sono presto fatti: il costo entro dicembre è di 156 milioni di euro. In pratica, entro dicembre 2009 il Governo stima di spendere 606 milioni di euro per la social card. Che sono coperti da stanziamenti dello Stato ancora in fase di discussione per 650 milioni e da 200 milioni già donati da Eni e dai 50 milioni donati da Enel. Questi ultimi due soggetti in realtà daranno la possibilità allo Stato di recuperare parte degli investimenti grazie a quello che i consumatori spenderanno con la social card per pagare le bollette di luce e gas, sulle quali come ben sappiamo l'incidenza dell'Iva e delle accise è decisamente elevata. Ma la social card non è a costo zero per lo Stato, infatti, oltre a quello che finisce nelle tasche dei pochi italiani che rientrano tra i meritevoli di aiuto, ci sono i costi relativi allo strumento stesso.

Parliamo dei costi di produzione della tessera, di circuito, di pagamento e di ricarica. La produzione fisica della tessera costa circa 50 centesimi a pezzo (costo fornito dagli emittenti), quindi già 650 mila euro sono stati utilizzati. Il circuito di pagamento chiede una percentuale all'esercente, che in media è circa del 2% del pagamento stesso. Quindi, auspicando a una compartecipazione dell'esercente alla spesa, sono, a essere ottimisti, altri 6 milioni di spesa statale. Per quanto riguarda la ricarica, le commissioni normalmente applicate dalle Poste non sono certo esigue perché ammontano a 1 euro a ricarica. Quindi per ogni carta sono 6 euro annui che lo Stato dovrebbe pagare: in ogni caso, applicando ad esempio un costo di 10 centesimi a ricarica, lo Stato comunque versa a Poste italiane circa 800 mila euro in un anno.

Tirando le somme, senza considerare i costi delle lettere inviate agli italiani (ancora una volte le Poste ringraziano), circa 7,5 milioni di euro si perdono lungo il tragitto che porta i 40 euro al mese nelle tasche delle famiglie. Sarebbe stato meglio un trasferimento diretto, tramite pensione o busta paga.

giovedì 27 novembre 2008

Rivoli: Ecco la sicurezza della Scuola

segnalato da Davide Gullo

Di seguito una galleria fotogrfica che mostra la sicurezza del liceo Darwin di Rivoli, giudicate voi e poi tutti insieme scriviamo alla Gelmini e a Berlusconi chiedendogli a quando la prossima fatalita?






Darwin di Rivoli (To)

clicca sull'immagine per accedere all'album.







Calcestruzzi: Dda sequestra lotti autostrada

segnalato da Filippo Mancuso


Caltanissetta. I pm della Direzione distrettuale antimafia di Caltanissetta hanno ordinato il sequestro dei lotti 9 e 14 dell'autostrada Valdastico, in provincia di Vicenza. Il decreto è stato notificato stamani da carabinieri e Guardia di Finanza di Caltanissetta.
Il provvedimento rientra nell'inchiesta su presunte attività illecite svolte in seno alla Calcestruzzi spa ed alla Italcementi spa, entrambe di Bergamo, sui quali indaga la procura della Repubblica di Caltanissetta. Il sequestro, con facoltà d'uso dell'autostrada, è stato deciso in seguito agli accertamenti dei periti della Dda nissena che hanno evidenziato significativi scostamenti tra i dosaggi contrattuali di cemento con quelli effettivamente impiegati nella produzione dei conglomerati forniti all'impresa incaricata dei lavori di realizzazione. L'indagine mira ad accertare se la Calcestruzzi abbia proceduto, non solo in Sicilia, ma anche su tutto il territorio nazionale, ad una illecita creazione di fondi neri. Gli inquirenti vogliono accertare l'eventuale esistenza di una strategia aziendale finalizzata ad un sistematico risparmio del cemento nelle forniture di calcestruzzo destinate alla realizzazione di opere pubbliche. La Dda di Caltanissetta, oltre al sequestro, ha ordinato a Carabinieri e Guardia di finanza la perquisizione di alcune delle sedi dell'Italcementi, con specifico riferimento alle cementerie di Porto Empedocle (Agrigento), Isola delle Femmine (Palermo) e Calusco D'adda (Bergamo). Controlli sono stati eseguiti anche nella sede di Area Sicilia a Palermo e nello stabilimento di deposito di Catania per acquisire atti utili a verificare se vi è stata una corretta registrazione dei dati sulla fornitura di cemento alla Calcestruzzi. Le indagini del Reparto operativo dei carabinieri e del Gico della Guardia di finanza, coordinate dal procuratore di Caltanissetta, Sergio Lari e dal sostituto Nicolò Marino, sono supportate da riscontri documentali acquisiti durante le perquisizioni effettuate presso gli stabilimenti della Calcestruzzi in Sicilia e nella sede centrale di Bergamo. Inoltre dalle dichiarazioni di collaboratori di giustizia e dalle perizie disposte dalla Dda nissena, sono stati posti sotto sequestro preventivo beni materiali che costituiscono la Calcestruzzi, il cui valore è calcolato intorno ai 600 milioni di euro, ancora oggi in amministrazione giudiziaria.

MAFIA: CALCESTRUZZI; CONTROLLI STABILITA' ANCHE A TRATTI TAV


Caltanissetta. Nell'inchiesta sulla Calcestruzzi, indagata per mafia e sotto sequestro, emerge che la società avrebbe fornito quantitativi di calcestruzzo di qualità difforme da quanto previsto dai capitolati d'appalto per opere pubbliche, compresi tratti della Tav. Gli inquirenti ipotizzano una frode in pubbliche forniture. Per questo motivo sono sotto esame numerose altre opere, in Sicilia e nel resto d'Italia, su cui la Dda nissena ha disposto verifiche e perizie per accertarne la stabilità strutturale e, quindi, l'esistenza di eventuali pericoli per l'incolumità pubblica. Nei mesi scorsi i magistrati hanno ordinato il sequestro del palazzo di giustizia di Gela, del Porto Isola-Diga Foranea di Gela, la strada a scorrimento veloce Licata-Torrente Brami, lo svincolo di Castelbuono-Pollina sul tratto autostradale A/20 Palermo-Messina e, per ultima, l'autostrada Valdastico. Dagli accertamenti tecnici sono emerse irregolarità nel calcestruzzo fornito da impianti di betonaggio della Calcestruzzi Spa presenti in tutte le regioni, con riguardo anche alla Tav Milano-Bologna, alla Tav Roma-Napoli (terzo e quarto lotto), metrobus di Brescia, metropolitana di Genova e A4-Passante autostradale di Mestre.

Ansa

Messina: sono finiti i soldi

di Gian Antonio Stella

Il crac Il disastro dell'azienda di trasporti con 340 autisti per 21 veicoli
Finiti i soldi per gli autobus

Dipendenti senza stipendio da agosto, servizio sospeso

Se vi dovesse capitare di andare a Messina portatevi la macchina, una moto, una bici o un asino: da dieci giorni infatti, caso unico nel mondo occidentale, la città è in ginocchio. Senza più mezzi pubblici. Paralizzata da uno sciopero dei dipendenti che non prendono lo stipendio dalla fine di agosto. Ultima tappa tragica d'una storia scellerata di gestione allegra di pubblico denaro.

Qualcuno in vena di battute amare potrebbe dire che in fondo, i messinesi, hanno avuto modo di abituarsi, all'abolizione degli autobus e dei tram. Anno dopo anno, sotto il peso sempre più schiacciante di scelte disastrose e montagne di debiti, i mezzi pubblici si erano fatti via via più rari. Fino al record del 5 novembre scorso. Quando la Atm (Azienda trasporti Messina) riuscì a mettere in strada, come ha scritto Francesco Celi sulla Gazzetta del Sud, 16 pullman e 5 vetture tranviarie.

Vi chiederete: solo 21 mezzi per una città che coi suoi 245 mila abitanti è la 13a per popolazione d'Italia e copre un territorio di 211 chilometri quadrati che si estende lungo la costa per 55 chilometri? Esatto: 21. Contro i 205 che quella mattina uscivano dalle rimesse in una città con quasi 30 mila abitanti di meno come Padova.

Eppure, sulla carta, le vetture ci sarebbero. La flotta disponibile, spiega un rapporto del direttore generale dell'Atm Claudio Conte, che ha bellicosamente ribaltato le accuse sui partiti e le giunte comunali destrorse e sinistrorse di questi anni, può contare in teoria su 168 autobus. Ma sono così vecchi che, mentre a Trieste vengono contrattualmente dismessi dopo 7 anni di servizio, questi hanno mediamente undici anni. Peggio: quindici hanno passato la ventina e di questi uno è addirittura arrivato alla veneranda età di 24 anni. Il che equivale, in questo settore, a essere acciaccati come un novantenne con l'asma e l'artrite.

Risultato: i pullman in grado concretamente di uscire la mattina per mettersi al servizio dei messinesi sono in media, stando ai dati ufficiali, 47. Peggio, denuncia la Gazzetta: solo 32. Quanto ai tram, sono una dozzina. Ma la metà è di fatto inutilizzata perché, non avendo i soldi per comprare i ricambi, l'altra metà delle vetture è stata utilizzata per recuperare un pezzo di qua, uno di là... In compenso, non difettano gli autisti. Ce ne sono 340. Cioè, se è vera la denuncia del quotidiano peloritano, undici per ogni bus effettivamente disponibile. Più un'altra settantina che anno dopo anno si è smarcata presentando un certificato medico di «inidoneità definitiva». C'è chi non può guidare perché ha la sciatica, chi perché si stressa, chi perché non sopporta il rumore o lo smog...

Totale dei dipendenti attuali (e meno male che per alcune decine è stata spalancata la porta della pensione): 682. Un po' sparsi per gli uffici, un po' nelle officine, un po' in giro per la città a vigilare sui parcheggi comunali, un po' sui pullman, accanto agli autisti, a controllare chi non paga il biglietto. Un lavoro prezioso. Ma svolto seguendo «interpretazioni» così personali che l'azienda ha cercato di licenziarne sette perché colta dal dubbio che, invece che vigilare sulla correttezza dei passeggeri, se ne andassero a passeggio. Al punto che un paio, in quasi un anno di controlli, non avevano scovato neppure un «portoghese » senza biglietto. Manco uno. Manco per sbaglio. Tentativo fallito: i sindacati, che all'Atm possono sventagliare la bellezza di 10 sigle diverse, si son messi di traverso. E l'offensiva «brunettiana», diciamo così, si è risolta in un fiasco. In compenso, come avrebbe denunciato il commissario messo alla testa della società per cercare di arginare la catastrofe, crescevano (sulla carta) gli straordinari. Tanto che molti erano arrivati ad accumulare 150 ore al mese. Cinque al giorno, domeniche comprese.

Va da sé che, mese dopo mese, il degrado è stato inarrestabile. E i chilometri percorsi dalla flotta pubblica messinese, che nel 2003 erano complessivamente 7 milioni e 300mila, sono scesi a 4 milioni e mezzo. La metà di quelli coperti dai «cugini» padovani. E intanto, parallelamente, in una spirale perversa dove non è chiaro se una cosa sia causa dell'altra o viceversa, crollavano gli incassi e i finanziamenti comunali e regionali che dovevano ripianare i debiti.

Che le pubbliche casse debbano aiutare le aziende dei trasporti municipali è ovvio: non c'è autobus al mondo che possa servire i cittadini mantenendosi da solo. Ma c'è modo e modo di «mungere » alle mammelle pubbliche. Nel Nord i biglietti pagati coprono mediamente oltre il 35% dei costi, a Padova il 42%, a Messina il 16 e mezzo. Un disastro. Accentuato col passare degli anni. I ricavi dai ticket e dagli abbonamenti arrivavano nel 1999 a tre milioni e 972 mila euro, quelli del 2007 sono precipitati a due milioni e 958: un milione di euro di perdita secca.

Contemporaneamente, raddoppiava il costo del personale: +106%. Tolta l'inflazione, +86%. «Falso!», strillerà qualcuno: è colpa dei 132 ausiliari del traffico delegati a vigilare sul sistema «gratta e sosta» e dei 90 Lsu che il Comune ha passato all'Atm sventrandone il bilancio! Vero, in parte. Ma in realtà si è impennato in questi anni anche il costo pro capite. Salito per ogni dipendente a quasi 38 mila euro. Quattromila in più di quanto costa mediamente ogni impiegato di Buckingham Palace. Prova provata che c'è qualcosa che non quadra. Come non quadra la «rendita » delle strisce blu e dei parcheggi a pagamento: Padova con 27 addetti raccoglie 10 milioni di euro, Messina con 132 ne raccatta 2.577.183. Un quarto. Col quadruplo del personale.

Fatto sta che davanti a questi dati il consiglio comunale, prima in mano alla destra, poi alla sinistra, pare aver preferito chiudere gli occhi per non vedere. E dal 2001 non ha più approvato, come invece vorrebbe la legge visto che il Comune è il padrone, un solo bilancio dell'Atm. Occhio non vede, cuore non sente, portafoglio non paga. E infatti, messi in un angolo i conti, il Municipio ha ridotto i contributi annui alla sua azienda dei trasporti da quasi 14 a meno di 11 milioni di euro l'anno. Peggio: ha imposto che il biglietto per la corsa semplice (votate, elettori, votate...) costasse 50 centesimi. Dai e dai, l'Atm si è ritrovata con 36 milioni di spese annuali e un buco colossale che cresce di anno in anno dato che i contributi di Regione e Comune, parola del direttore generale, «non coprono neanche il costo del personale».

Il sindaco Giuseppe Buzzanca e il governatore Raffaele Lombardo, adesso, stanno cercando di metterci una pezza. E forse i dipendenti, che non prendono lo stipendio da tre mesi, potranno tirare il fiato. Se anche la protesta si placasse, dopo dieci giorni di paralisi, proteste, insulti, blocchi stradali, resterà comunque il tema: quale futuro può avere un Paese dove esistono aziende pubbliche così? E chi ha sbagliato sarà mai chiamato a pagare?

La sindrome del nano

di Marco Travaglio


A Stoccolma Roberto Saviano parla al mondo intero con Salman Rushdie, pochi giorni dopo che il governo svedese ha onorato il Nobel Dario Fo con uno speciale annullo postale. In Italia, per le cosiddette autorità, Fo è un mezzo terrorista. E il comune di Milano nega l’Ambrogino a Saviano e Biagi. Inutile riportare le ragioni addotte dai carneadi che occupano i banchi del Pdl. Ragioni inesistenti, come i loro sostenitori. All’origine di quel vergognoso No c’è sicuramente l’allergia dei berluscones agli uomini liberi, che continuano a dar fastidio anche da morti. Ma c’è anche il sacro terrore dei mediocri per il talento, la sindrome di Salieri dei nani della politica per i giganti che han saputo conquistarsi l’amore del pubblico. Ieri il solito poveraccio, già noto per aver insultato Biagi da vivo e da morto, è riuscito a sputare pure sulla tomba di Montanelli. L’ha fatto sul Giornale da lui fondato nel 1974, nel tentativo disperato di assolvere il padrone per la sua iscrizione alla P2, sostenendo che Montanelli “scrisse con il piduista Roberto Gervaso una Storia d’Italia in 6 volumi”. Non è vero niente: Montanelli scrisse i libri con Gervaso dal 1965 al ‘70, mentre Gervaso si iscrisse alla P2 nella seconda metà degli anni 70. E quando saltò fuori il suo nome nelle liste di Gelli, si ruppero i rapporti fra i due. Poi, quando Gelli insinuò cose false sui loro rapporti, Montanelli lo querelò e lo fece condannare per diffamazione. Lo sputo sulla tomba di Montanelli merita solo disprezzo. Ma, come diceva il vecchio Indro citando Chateaubriand, “il disprezzo va usato con parsimonia, in un mondo così pieno di bisognosi”.

mercoledì 26 novembre 2008

Il governo dei bluff: niente detassazione delle tredicesime

segnalato da Tito Lacca



Dopo sette mesi di governo, con la crisi economica di mezzo, il momento per sostenere famiglie e lavoratori sembrava essere arrivato. La detassazione delle tredicesime – per quanto fosse un intervento una tantum, per nulla risolutorio – era comunque una boccata di ossigeno epr chi ormai non arriva più nemmeno alla terza settimana del mese. Invece, a un mese da Natale, Berlusconi svela il suo solito bluff. I soldi per detassare le tredicesime non ci sono. Si sono trovati quelli per aiutare le banche, si è tagliato l’impossibile per fare cassa, ma ora che è il momento di ridistribuire, nessuno sa che pesci pigliare.

L’indiscrezione era arrivata già martedì sera: una frase rubata prima di rientrare a casa dopo il Consiglio dei ministri. Poche parole in cui Berlusconi però era già convinto che quelle cifre non erano «sostenibili dal bilancio». Poi, mercoledì mattina la conferma è arrivata dal sottosegretario Bonaiuti: «I costi della detassazione delle tredicesime sono elevati: 5-7,5 miliardi di euro. Cifre difficilmente pensabili in questa fase». Insomma, il discorso è chiuso: la busta paga più ricca, scordatevela. «Gli interventi devono essere suddivisi fra famiglie ed imprese», promette Bonaiuti, ma poi aggiunge che «dobbiamo sì tutelare le famiglie, ma chi dà lavoro sono le imprese».

Deluse quindi le aspettative delle famiglie e del Pd che ancora ieri, per voce del senatore Paolo Nerozzi, tornava a chiedere «un intervento immediato sui redditi, la detassazione delle prossime tredicesime, un intervento sugli ammortizzatori sociali a cominciare dall'aumento delle risorse ad essi destinati dal governo. Il Pd - prosegue ancora Nerozzi - torna a chiedere con forza la cancellazione della norma introdotta nel cosiddetto Dl infrastrutture che prevede una notevole riduzione delle tutele per i lavoratori di aziende in crisi che devono cedere parti o rami d'azienda».

L'Unità

La 'ndrangheta entra al ministero

segnalato da Luca Teodo


Ventiquattro fermi, indagato il braccio destro di Matteoli


Ventiquattro fermi, decine di perquisizioni. E’ Crotone l’epicentro di questa nuova offensiva giudiziaria. Un’inchiesta che lambisce il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli, che coinvolge il ministero dell’Ambiente e la Ue. Indagati (e perquisiti) per corruzione Emilio Brogi, capo della segreteria di Matteoli; il direttore generale del ministero dell’Ambiente, Aldo Cosentino; e il funzionario della Ue, Riccardo Menghi.

L’inchiesta di Crotone racconta gli affari della cosca Megna-Russelli di Papanice, le estorsioni, i traffici di droga, gli omicidi. Ma soprattutto i grandi affari. Per «Europaradiso» la politica (bipartisan: An e Ds, oggi Pd) e la ‘ndrangheta avevano stretto un patto di ferro, nel 2005. Il progetto era del finanziere israeliano David Appel: alberghi, residence, servizi, porti, teatri, centri commerciali, attrezzature e campi da golf. Un megavillaggio turistico in grado di garantire 14 mila posti letto e quattromila posti di lavoro. Investimento: tra i cinque e i sette miliardi.

Per «Europaradiso» la ‘ndrangheta ha fatto eleggere nel 2006 alcuni consiglieri comunali di Crotone (come il capogruppo Pd al Consiglio comunale, Giuseppe Mercurio) pagando 40 euro a voto. Ha organizzato una colletta di 280 mila euro tra i mafiosi per uccidere il sostituto procuratore Pierpaolo Bruni, una spina nel fianco. Per questo progetto si sono mobilitati anche gli affaristi che volevano partecipare a «Europaradiso».

Per il megavillaggio turistico che doveva sorgere lungo la costa, alla foce del Neto, sono stati corrotti funzionari del comune di Crotone come il direttore generale Francesco Sulla (15 mila euro) e della Ue come Riccardo Menghi (8 mila euro). E si è mobilitato il ministero dell’Ambiente.
Allora, nel 2005, ministro era Matteoli, a capo della segreteria c’era Emilio Brogi. Lui e il direttore generale del ministero dell’Ambiente, Aldo Cosentino, si sono mossi - secondo il pm Bruni - per impedire che la Ue dichiarasse quell’area «zona di protezione speciale», come chiedeva la Regione Calabria, bloccando la realizzazione di «Europaradiso».

Sulla, il direttore generale, è un altro personaggio chiave. C’è un’intercettazione nella quale parla con l’ex sindaco Pasquale Senatore (An), diventato consigliere regionale: «Allora noi abbiamo parlato con Matteoli in persona... Ci ha dato più soddisfazione di Gasparri. Adesso... guarda... ha messo un ministero a disposizione». In un interrogatorio ammette: «In un incontro, al quale partecipai, tra il sindaco Riganello e il ministro, Matteoli rimandò per le decisioni e le valutazioni per la Zps a Brogi e a Cosentino, che ritenevano non legittimo l’operato della Regione Calabria».

Sulla esplora anche altre praterie politiche. Verbalizza al pm Bruni: «Abbiamo avuto un primo incontro con il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa (al quale parteciparono anche gli israeliani) nel corso del quale fu illustrato il progetto. Cesa ci fece incontrare il sottosegretario Galati che, dopo aver convocato l’ufficio tecnico per valutare il progetto, ci disse che c’era la possibilità di un accordo di programma per l’assegnazione di risorse da parte del ministero delle Attività produttive».

La Stampa

Acqua? Un affare privato. L'oro bianco e' il nuovo business

di Giulia Cerasi


Roma. Tutta l’acqua che scorre si può bere, recita un proverbio. Ma ora bisognerà aggiornarlo aggiungendo: basta pagare fior di quattrini.

Grazie all’articolo 23 bis della già tristemente famosa legge 133/2008 a firma Tremonti, è stata decretata la privatizzazione dell’acqua. Il 6 agosto scorso, mentre tutti erano in vacanza, Pdl e Pd hanno votato a favore di quella norma che, oltre a smantellare il sistema universitario italiano, obbliga i Comuni a mettere le loro reti idriche sul mercato entro il 2010. L’acqua non sarà più un bene pubblico ma una merce. Una merce che maggioranza e opposizione hanno di comune accordo venduto alle multinazionali, nella consapevolezza che tanto a pagare saranno sempre e solo i cittadini.

I primi passi verso la privatizzazione dell’acqua si sono mossi nel 2002, quando le municipalizzate sono state convertite in S.p.a. e, nonostante i Comuni abbiano mantenuto la maggioranza azionaria, sono state aperte le porte a banche e multinazionali. Con la legge 133 la gestione dei servizi idrici dovrà essere sottomessa alle regole dell’economia capitalistica: addio acqua pubblica e via libera alla speculazione sull’oro bianco! In un mondo in cui, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile.

Un assaggio di ciò che porterà la privatizzazione delle reti idriche ce lo offre l’esempio di Aprilia. Nella cittadina laziale l’acqua è passata in mano ai privati già dal 2003. A controllare i rubinetti è Acqualatina, controllata 46,5 % da Veolia, la più grande multinazionale dell’acqua che fornisce il proprio servizio ben a 116 milioni di abitanti nel mondo in più di 59 paesi. Nel 2005 Acqualatina ha deciso di aumentare le tariffe del trecento per cento. I consumatori, quantomeno indignati, hanno messo in atto una singolare ma connotativa protesta, decidendo di continuare a pagare le bollette al Comune e non alla società idrica, che ora invia squadre di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori o ridurre il flusso dell’acqua ai morosi.

Ma i consumatori non sono gli unici ad opporsi al progetto di privatizzazione dei servizi idrici. Lo scorso 21 novembre si è tenuta a Palazzo Valentini a Roma una riunione del Coordinamento nazionale enti locali, organismo che riunisce governatori e sindaci di tutta Italia che biasimano gli effetti devastanti del 23 bis. Gli amministratori locali hanno approvato una bozza di statuto del coordinamento nazionale degli enti locali per l'acqua pubblica che, oltre a promuovere politiche di governo dell'acqua come bene comune e servizio pubblico mira alla ripubblicizzazione della gestione dei servizi pubblici locali.

La privatizzazione ha fatto smuovere le acque anche in ambito ecclesiastico. Mentre i vescovi di Brescia e Milano sono intervenuti pubblicamente riaffermando il concetto di bene pubblico, la Conferenza Episcopale Abruzzese ha messo per iscritto che l´accesso all´acqua “è un diritto fondamentale e inalienabile” e persino Papa Benedetto XVI, in un discorso il 16 luglio scorso, ha affermato che il diritto all’acqua “ha un proprio fondamento nella dignità umana. Da questa prospettiva bisogna esaminare attentamente gli atteggiamenti di coloro che considerano e trattano l’acqua unicamente come bene economico”.

Nel luglio del 2007 i comitati per l´acqua pubblica, sparsi in tutt´Italia, hanno raccolto 400 mila firme e depositato in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque ma, né sotto il governo Prodi né sotto quello di Berlusconi si è trovato un relatore, tantomeno dell’opposizione, capace di esaminare e illustrare la volontà dei cittadini.

A questo punto un interrogativo sullo stato della democrazia nel nostro Paese sorge spontaneo: come potremmo definire uno Stato in cui maggioranza e opposizione, di comune accordo, si uniscono e prendono decisioni contro il volere dei cittadini? Un Paese in cui gli interessi dei privati e delle multinazionali prevalgono sul bene pubblico? Un Paese in cui si permette - si legga incoraggia - la speculazione su un bisogno primario? Chi semina con l'acqua, raccoglie col paniere.

martedì 25 novembre 2008

Ndrangheta, 24 arresti a Crotone Indagati politici per corruzione

dal Corriere della Sera

Operazione della polizia contro le cosche di Papanice: al centro dell'inchiesta il progetto "Europaradiso"

CROTONE - Tre anni di indagini, derivanti da un precedente filone d'inchiesta, sequestri di decine di armi e migliaia di munizioni, 200 uomini sul campo per un blitz scattato alle prime luci dell'alba in Calabria ed in Lombardia, 20 persone finite in manette sulle 24 destinatarie di un provvedimento di fermo emesso dalla Dda di Catanzaro. Sono i numeri dell'operazione «Perseus», condotta dalla Polizia di Stato e mirata a scompaginare le cosche operanti nel Crotonese. Più precisamente i «Papaniciari», il cartello criminale emergente che stava per prendere letteralmente in mano Crotone e la sua provincia, e la cui ascesa è stata per il momento bloccata dall'esecuzione dei provvedimenti di indiziato di delitto, emessi proprio in virtù dell'urgenza di interrompere condotte criminali in atto particolarmente pervasive.

PERQUISIZIONI - Oltre ai fermi gli agenti della Polizia di stato hanno perquisito le abitazioni dell'ex direttore generale del Comune di Crotone, Francesco Antonio Sulla; del capogruppo del Pd in consiglio comunale, Giuseppe Mercurio; dell'architetto del comune, Gaetano Stabile; dell'agente immobiliare, Romano Rocco Enrizo; dell'ex vice sindaco, Armando Riganello (An); del presidente della Camera di commercio, Fortunato Roberto Salerno; del capo di gabinetto del Ministero dell'Ambiente, Emilio Brogi; del direttore generale del Ministero dell'Ambiente, Aldo Cosentino; e di un funzionario dell'Unione Europea, Riccardo Menghi.

ASSALTO A CROTONE - I Papaniciari, nel momento in cui hanno preso a guadagnare terreno sugli storici gruppi criminali della zona, ritenuti dagli investigatori ormai in fase «calante», hanno compreso che il momento era propizio per «alzare il tiro» ed entrare nelle strutture amministrative del territorio, e nelle istituzioni anche a livello superiore, fiutando per primi, tanto per fare un esempio, il grande affare di «Europaradiso». Il mega villaggio turistico da 7 milioni di euro che doveva sorgere nella zona, e più precisamente l'ipotizzata pesante ingerenza nella fase della sua progettazione finalizzata ad ottenere più soldi possibile dall'Unione europea anche dove ciò non fosse possibile, rappresenta solo uno dei filoni dell'inchiesta, in cui gli inquirenti si sono imbattuti, ed in cui è emerso l'interesse indiscusso di tutte le famiglie del gruppo. «Il Comune di Crotone, è stato letteralmente preso d'assalto» ha riassunto efficacemente Emilio Ledonne, procuratore nazionale antimafia aggiunto, presente alla conferenza stampa che si è tenuta in Procura a Catanzaro, cui hanno partecipato anche il procuratore della Repubblica del capoluogo di regione Vincenzo Lombardo, l'aggiunto Salvatore Murone, il procuratore di Crotone Raffaele Mazzotta, i questori di Catanzaro e Crotone, il capo della Squadra mobile della città pitagorica Angelo Morabito, il capo della sezione criminalità organizzata della Mobile del capoluogo calabrese Saverio Mercurio. «Il dato giudiziario più rilevante dell'inchiesta - ha aggiunto Ledonne - è proprio quello che conferma l'esistenza di una «borghesia» mafiosa, quella zona grigia che consente alla criminalità di infiltrarsi nell'amministrazione tentando di alterarne gli equilibri, e che oggi ci viene indicata dagli elementi relativi e gravi episodi di corruzione di esponenti delle istituzioni, e di interferenza anche nello svolgimento delle ultime elezioni comunali del 2006».

LE DUE COSCHE - A tanto sarebbe giunto il cartello dei Papaniciari, decapitato da un'indagine definita «storica» dagli investigatori, «perché per la prima volta sono state coinvolte e colpite in concreto e globalmente le due espressioni della cosca in guerra tra loro per il controllo delle attività criminali sul territorio. Da una parte il gruppo facente capo a Mico Megna, boss subentrato a Luca Megna ucciso lo scorso 22 marzo; dall'altra quello capeggiato da Leo Russelli, finito in carcere lo scorso luglio, ed ora retto dal fratello del boss, Francesco Russelli». Se infatti nel precedente filone d'indagine sfociato nell'operazione «Eracles» ci si era preoccupati di individuare i vertici del cartello, con il naturale prosieguo delle investigazioni, sfociato in «Perseus», «si è fatta terra bruciata attorno ai capi - ha rimarcato Ledonne -, colpendo affiliati e uomini di fiducia». Quasi tutti soggetti incensurati, ha chiarito Morabito, oggi indagati, oltre che per associazione mafiosa, per reati fine che vanno dalla detenzione di arsenali di armi da fuoco, alle estorsioni e danneggiamenti contro imprenditori locali, al traffico di eroina, cocaina, hashish e marijuana. Soggetti identificati grazie ad un paziente lavoro di intelligence ampiamente elogiato oggi dai magistrati, che ha visto operare in stretta sinergia le Squadre mobili di Catanzaro e Crotone, con il supporto del Servizio centrale operativo della Polizia di Stato, sotto la guida di Sandro Dolce, sostituto procuratore antimafia di Catanzaro, e Pierpaolo Bruni, sostituto in servizio a Crotone e da tempo applicato alla Dda, con la collaborazione della Procura nazionale antimafia. Una cooperazione essenziale, questa, per conseguire risultati significativi specialmente «su un territorio in grave difficoltà - ha detto Mazzotta -, dove c'è una fortissima richiesta di legalità. In questo senso abbiamo dato un segnale importante della presenza dello Stato e della nostra efficienza - ha aggiunto -, nonostante si debba fare i conti con carenze di organico e di mezzi».

Rita Borsellino:''inefficace il sistema del 41 bis''

segnalato da Antimafia 2000



Palermo. "E' evidente che il 41 bis così come viene applicato in questo momento non funziona, ci sono delle falle nel sistema del carcere duro che richiedono una maggiore attenzione, specie in un momento in cui il disegno di legge sulla Sicurezza si avvia verso l'approvazione".
Lo dice Rita Borsellino commentando l'operazione "Rebus" di oggi. "Il 41 bis nasce come misura precauzionale per evitare che chi è condannato per reati così gravi continui ad avere rapporti con l'esterno e a controllare le cosche anche dal carcere, quanto emerso dall'operazione di oggi dimostra purtroppo il contrario".

Elezioni Abruzzo: il candidato del Pdl offre lavoro

segnalato da Luna Miccoli


Gianni Chiodi, candidato del Pdl in Abruzzo, per la sua campagna elettorale ha avuto una trovata "antica": offrire lavoro in cambio di voti. Alla luce del sole, con un comunicato ma soprattutto con uno spot via internet. Non c'è andato per il sottile, Chiodi: ha dato alla sua iniziativa l'accattivante titolo "Tutti i giovani del presidente" e poi ha scritto un comunicato e ha prodotto un video in cui - come hanno denunciato i parlamentari del Pd eletti nella regione - «si parla di censimento della formazione e della imprenditorialità. I giovani dovrebbero recarsi alle "bancarelle di Gianni" e lasciare nome e cognome, titolo di studio, attività svolta, aspirazioni lavorative, curriculum, indirizzo e mail». «Lo spot - riferiscono ancora i parlamentari Vittoria D`Incecco, Tommaso Ginoble, Giovanni Legnini, Giovanni Lolli, Luigi Lusi, Franco Marini, Lanfranco Tenaglia e Livia Turco - dice "iscriviti al tuo futuro con questo atto non esprimi una preferenza politica ma stai prenotando un incontro di selezione, di formazione e di avviamento al lavoro imprenditoriale. Entro il 31 Gennaio 2009 verrai convocato per la selezione e per il programma di formazion". Non riusciamo a credere quanto in basso si è potuto cadere con questo atto». Quello proposti da Chiodi sarebbe un "voto di scambio", né più né meno: è questa la denuncia che sale da più parti. «Illudere in questo modo i giovani in una regione a forte disoccupazione, proponendo un voto di scambio, è un fatto ignobile - attacca Cesare Damiano, viceministro del Lavoro nel governo ombra -. Mi auguro che intervenga la magistratura». Gianni Chiodi «è un cattivo maestro - aggiunge Damiano - che dovrebbe ritirarsi dalla politica». «Con quale faccia Chiodi si candida a governare l`Abruzzo usando spot che promettono posti di lavoro?», si chiede il senatore del Pd Giorgio Tonini, e Pina Picierno, ministro ombra delle Politiche giovanili, incalza: «È un atto gravissimo che smaschera i metodi clientelari, ancora evidentemente ben radicati, della vecchia politica». E Claudio Fava, segretario nazionale di Sinistra Democratica, chiosa: «Chiodi ha forse voluto maldestramente superare il suo leader Berlusconi, che solo pochi mesi fa consigliava alle precarie di sposare un milionario». Quando poi ad attaccarlo è stato pure il segretario de La Destra, Francesco Storace («Non sa che il voto di scambio è punito dalla legge?»), Chiodi ha pensato bene di far sparire lo spot dal suo sito internet.

Nuova inchiesta su attentato Addaura

Ansa

Caltanissetta.La procura della Repubblica di Caltanissetta ha aperto una nuova inchiesta sul fallito attentato al giudice Giovanni Falcone sventato il 21 giugno 1989 nella villa a mare dell'Addaura a Palermo.

I magistrati hanno iscritto una persona nel registro degli indagati. Si tratterebbe di un mafioso di Palermo accusato di essere fra gli esecutori materiali e che fino adesso non è stato mai sfiorato dalle indagini. Il nuovo retroscena è stato raccontato ai pm nisseni dal collaboratore di giustizia Angelo Fontana, un sicario delle cosche di Palermo condannato all'ergastolo. Secondo il pentito, in seguito al fallito attentato a Falcone, venne ucciso uno spacciatore la cui colpa era stata quella di aver assistito alle fasi esecutive del commando che piazzò la borsa con l'esplosivo tra gli scogli, a pochi metri dalla riva, a fianco del passaggio obbligato che dalla villa in cui alloggiava il magistrato conduceva al mare. Il testimone ucciso era Francesco Paolo Gaeta, il quale, secondo Fontana, aveva assistito, per caso, mentre faceva il bagno nel mare dell'Addaura. Il pentito Angelo Fontana ha detto che: "Gaeta riconobbe sugli scogli le persone che depositarono l'esplosivo, che arrivarono dal mare a bordo di un gommone". Fra i nomi che il collaboratore ha fatto c'é anche quello di Angelo Galatolo, 42 anni, condannato a 13 anni in appello per il fallito attentato. Gaeta, tossicomane, era ritenuto un personaggio inaffidabile. "Per questo motivo - ha rivelato Fontana - Vito Galatolo, padre di Angelo, appariva preoccupato: se a questo lo pigliano, diceva, ci consuma a tutti". Il pentito ha quindi riferito che Vito Galatolo, boss dell'Acquasanta, mai coinvolto nell' inchiesta, in un primo tempo provò a tenere Gaeta sotto controllo, ma in seguito decise di farlo eliminare. Per questo motivo i Galatolo si rivolsero a Fontana, nipote di Vito e cugino di Angelo. Francesco Paolo Gaeta fu ucciso a Palermo il 2 settembre 1992 a colpi di pistola. La causale finora conosciuta di quell' omicidio che costò a Fontana l'ergastolo, fa riferimento ad un regolamento di conti tra trafficanti di droga. Per l'attentato all'Addaura sono già stati condannati a 26 anni di reclusione ciascuno Totò Riina, Salvatore Biondino e Antonino Madonia, mentre Vincenzo Galatolo, zio di Angelo, a 18 anni, a nove anni e quattro mesi il collaboratore di giustizia Francesco Onorato.

Parità: via "l'amica" dei sindacati, arriva l'amica del Ministro

segnalato da Silvana Milelo

Fausta Guarriello (nella foto) è stata revocata dal suo incarico di Consigliera nazionale di Parità: aveva dato ragione ad alcune sindacaliste, quindi non è in linea con il governo, quindi via. Al suo posto, giusto per restare indipendenti, arriva Alessandra Servidori, consulente personale del ministro Sacconi.

lunedì 24 novembre 2008

Procura acquisisce video Di Matteo

Ansa

Palermo. La procura di Caltanissetta ha predisposto l'acquisizione della copia dell'intervista al Tg1 al collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, trasmessa ieri sera, in cui annuncia che presto farà i nomi dei killer della strage di via d'Amelio.

"Anche se io lo so - dice il pentito - in questo momento non posso dire nulla". Di Matteo è il padre del piccolo Giuseppe, strangolato e sciolto nell'acido su ordine di Cosa nostra come ritorsione nei confronti del collaboratore che stava rivelando i segreti delle cosche, in particolare quelli sulle stragi di Falcone e Borsellino. Il pentito nell'ottobre 1993 aveva fatto cenni su via D'Amelio ("per ora sono stanco, ne parlerò in seguito"), ma poi subisce il sequestro del figlio e abbandona l'argomento. Solo dopo avere appreso della morte del bimbo, il collaboratore riprende a parlare indicando alcune circostanze relative alla preparazione dell'attentato coinvolgendo Pietro Aglieri e Carlo Greco, che sarebbero stati avvertiti da Giovanni Brusca. I magistrati erano convinti che Di Matteo avrebbe potuto dire ancora molto sulla strage e per questo lo avevano citato più volte nei processi, ma lui si era rifiutato di deporre.

"Da quando collaboro con lo Stato non ho paura di essere ucciso, quando stavo li' dentro con la mafia avevo paura".

Lo ha detto il collaboratore di Giustizia, Santino Di Matteo, detto 'mezzanasca' (mezzo naso) ai microfoni del Tg1. L' uomo, uno degli stragisti di Capaci, faceva parte della cosca di Altofonte, in provincia di Palermo, padre di Giuseppe, il bambino di 11 anni rapito dai mafiosi nel novembre '93 su ordine del boss Giovanni Brusca (oggi anche lui collaboratore), per convincere il pentito a interrompere la sua collaborazione.
Giuseppe venne ucciso dopo circa tre anni di prigionia e il corpo fu sciolto nell'acido. "Giocava con mio figlio quasi ogni sera - ricorda Di Matteo parlando di Brusca - Una persona che gioca con un bambino e poi lo ammazza che cos'e'? E' un carnefice". Il collaboratore ha ribadito di non essersi mai pentito della sua scelta e rispondendo ad una domanda su una dichiarazione fatta alcuni giorni fa dalla moglie Franca Castellese, "Giuseppe ha vinto e la mafia ha perso", ha ribadito: "Si' quel tipo di mafia, quella di Riina, ha perso.
"E' un dolore difficile da togliersi, forse se ne andra' quando muoio" ha detto Di Matteo ricordando il piccolo Giuseppe.
Infine, la promessa di fare, a breve, i nomi dei killer della strage Via D'Amelio, dove morirono il giudice Paolo Borsellino con la moglie e la scorta: "Anche se lo so al momento - dice - non vi posso dire nulla".

Il gioco del Cucù

di Dario Campolo

Ormai sta diventando tutto un gioco per il nostro premier, una barzelletta da raccontare davanti a milioni di Italiani, ma vivendo in un paese democratico dobbiamo accettarlo perché la maggioranza lo ha eletto e finché la maggioranza è tale dobbiamo sopportarlo, certo, per tutti quelli come me che non lo hanno votato, o che comunque non ne condividano l'atteggiamento, e nel centro destra cominciano ad essere in molti. Mi preme innanzitutto difendere l'onorevole Di Pietro che in questi giorni è bersaglio di maggioranza e qualche frangia dell'opposizione, Di Pietro è l'unico che in questo momento sta cercando di avvisare del grave problema che il nostro paese ha, naturalmente il tutto passa come uomo malato di giustizia e che ha come sogno ricorrente la galera per il nostro Premier, , tutti i torti non li ha, in Di Pietro non mi riconosco politicamente, ma sicuramente è l'unico che in questo momento sprigiona il fresco puzzo di libertà che manca nel nostro paese e quindi lo sostengo.

Veniamo ai fatti e cerchiamo di analizzare il momento attuale per fare chiarezza su come il nostro premier e governo attuale stanno cercando di contenere la crisi globale attuale e altro ancora:

1) Crolla il tetto di una scuola a Rivoli in provincia di Torino dove muore un ragazzo di 18 anni, effettivamente le scuole in Italia fanno schifo edilizialmente parlando, ma come si dice, in certi casi il buon senso non dovrebbe permettere a nessuno, di destra di sinistra la strumentalizzazione dell'evento triste, ma, esiste sempre un ma, Berlusconi dice che le scuole in Italia sono sicure e dice che quel che è successo è "Fatalità". Che dire, no comment! Sarebbe opportuno che si facesse un giro in tutta Italia (Lui, Berlusconi) per capire se le scuole sono sicure e quanto, non a caso il fatto è accaduto al NORD e quindi non possiamo cadere nel classico errore del mezzogiorno. Ma il mio livello di intolleranza personale nei confronti del nostro governo è quando ieri sera ho visto al TG1 ospite nientedimeno il fido "Bertolaso" capo della protezione civile e sottosegretario alla presidenza del consiglio del governo attuale, pazzesco, lui che è stato in quasi tutti i governi da destra a sinistra, ma mai così in prima persona a difendere il governo attuale e sottolineando che l'attuale ministro Gelmini ha investito 300 milioni per la sicurezza delle scuole in Italia, allora il fido Bertolaso dovrebbe dirmi cosa sono 300 milioni e che peso hanno per sistemare le scuole in Italia sul lato sicurezza, ma è troppo impegnato a spostare la sedia e a far accomodare il premier Berlusconi quando il mercoledì si reca a Napoli per il consiglio dei ministri ormai noto per la spazzatura, e non dico bugie, lo si vede in tutti i telegiornali quando riprendono i 2, ma ovviamente nessuno ci fa caso. Cosa dire, nulla!

2) Elezioni in Abruzzo per la scelta del presidente della Regione, vediamo la scesa in campo del Berlusconi per portare su la paura del giù, dopo Trento non si può perdere, sarebbe un messaggio negativo e quindi via, in prima persona contro il candidato dell'Italia dei Vaori di Di Pietro che insieme al Pd potrebbe vincere. La strategia questa volta è attaccare Di Pietro senza paura, ma come fare? Semplice, dicendo "Nel ’92 la magistratura iniziò un’azione verso i cinque partiti democratici che, pur con molti errori, erano riusciti a garantire per 50 anni progresso e benessere» come dire che nel 92 Di Pietro e il pool di Mani pulite doveva chiudere un occhio sulla corruzione scoperta e fare in modo che il benessere andasse avanti, d'altronde è esplicito che la linea del governo Berlusconi sia questa. Ah dimenticavo che Berlusconi su Di Pietro dice ancora "Di Pietro? E' un uomo di violenza".

3) La crisi? Bisogna affrontarla con ottimismo, e non come quelli di sinistra (comunisti) che ogni giorno disfano il paese con il pessimismo, e conclude "Dico ai cittadini di spendere, bisogna ricominciare a fare acquisti altrimenti si che la crisi ci colpirà", cosa possiamo dire al nostro Premier, nulla, finalmente ha capito come affrontare la crisi.

4) Aiuti alle famiglie, a chi ha il reddito inferiore ai 12.000 euro con un figlio e a chi ha il reddito sotto i 20.000 euro con famiglia numerosa. Qui, mi permetto di dare un consiglio al nostro premier lo vorrei dare, si, Le consiglio di farsi un giro per lo stivale per capire che oggi i veri poveri sono il ceto medio che sta un po' sopra quel reddito citato, e le famiglie numerose le può trovare fra i gli extra comunitari (nulla contro di loro, anzi) perché oggi come oggi la famiglie media italiana si aggira sui 2 figli, inoltre, forse sarebbe stato utile un tavolo di crisi con l'opposizione per affrontare meglio questo tsunami che sta per arrivare, sarebbe bastato come inizio detassare le 13° per dare una boccata d'ossigeno alle famiglie, ma soldi non ce .....per Noi, per le Banche a iosa.

5) Il caso Villari? , dopo l'avvicinamento Di Di Pietro (fallito), De Gregori (riuscito), Orlando (fallito), Villari (riuscito), è complicato risolvere l'enigma, ma come si dice la Tv per Berlusconi è importante.

6) Letta al Quirinale? Direi di si, dice Berlusconi. E allora mi chiedo, ma il Presidente della Repubblica Napolitano, attualmente in carica è morto? no, e meno male, inoltre il mandato non è prossimo alla scadenza, e quindi? Che c'azzecca direbbe DI Pietro. Discorsi senza senso.

7) Alitalia la storia infinita, ma come dice Berlusconi è tutta colpa della sinistra. No comment!! Ogni cittadino è libero di giudicare quello che stiamo vedendo.

8) Berlusconi incontra di nascosto Bonanni della Cisl? Ma no, era una cena personale, chissà perché però Bonanni subito dopo si defila da alcuni scioperi nazionali..... A voi giudicare. La divisione dei sindacati è importante, divisi sono meno forti.

9) Prima con Bush tutto andava bene, adesso che c'è Obama mi sembra abbastanza evidente l'avvicinamento sempre più visibile a Putin, chissà forse un giorno diventeremo tutti comunisti, ma con la C maiuscola e neanche lo sapremo.....e Obama? vedremo se le chiederà qualche consiglio, d'altronde Berlusconi ha detto che è disponibile vista la sua esperienza e la sua età a dargli qualche idea.

10) cucù sono Silvio. L'avete visto? Mi ha fatto veramente ridere, chissà la Merkel cos'avra pensato.


Questi sono alcuni punti, potrei andare avanti ancora per molto ma il web è sempre disponibile per i più curiosi, cerchiamo di cercare sempre le notizie e non accontentiamoci di quelle che ci vengono imposte con le tv/radio nazionali, questo è un progetto strategico per tenere il popolo tranquillo, omicidi, suicidi, la strage di Erba, il delitto di Cogne, i film di natale a porta a porta, tutto è studiato a tavolino per rincoglionirci. Svegliamoci, perché altrimenti faremo la fine del film matrix, ricordate? tutti collegati a un tubo che ci fa immaginare di vivere ma in realtà è tutto un irreale pilotato, riguardatevi il film.

Un ultima sfogo, ma Beppe Grillo dove sei finito? Perché quando c'era Prodi andavi giù pesante, quotidianamente e adesso? i temi sono cambiati, si colpisci ma in modo light, e tutto ciò mi fa pensare molto.

Ovviamente è solo un mio modo di vedere.

Dario Campolo

domenica 23 novembre 2008

Di tutto non sappiamo niente

di E.D. Scimone

Un uomo costretto a suicidarsi per ottenere giustizia.
Si apre il bailamme tra mafia ed antimafia, tra diritto e favore.
Tra convenienze e sospetti.
Si aprono fascicoli e si chiudono speranze.

Una sentenza su un avvenimento che rappresenta la “gestione deviata ” della forza di questo stato, assolve tutti.
Genova da inserire tra gli scheletri nell’armadio di questa repubblica.
Tra le storie di giustizia negata.
Tra i fascicoli su Ustica, l’agenda rossa di Paolo Borsellino e i grembiulini da massoni.

Berlusconi gioca a “cucù” pensando come sempre di vivere in un film dei Vanzina. E’ la simpatica performance di un attore o la pessima rappresentazione di un paese governato da buffoni?

I ragazzi occupano e sfilano ma piano i media li abbandonano come una bomba in medio oriente.
Loro acquisiscono coscienza ma in troppi li ignorano. Sono ragazzi...

In molte città d’Italia si alternano manifestazioni di protesta di lavoratori senza stipendi da tre mesi o per chiusure di stabilimenti.
I Comuni e le Prefetture sono la meta dei cortei.
Ma in alto si continua a tagliare, pensando di poterci ancora far credere che la crisi è per gli altri.
Per vincere le elezioni si taglia l'ICI e si blocca la vendita di Alitalia, negando il diritto al lavoro a migliaia di cittadini.

Nelle università e nella sanità ci sono troppi sprechi.
Allora si diminuiscono gli investimenti.
Perché si ammette di essere incapaci.
Si da atto che gli sprechi non si riescono a fermare, le ruberie ed il malaffare nelle istituzioni sono più forti di una giustizia diroccata, ed allora niente più soldi, o meglio meno soldi da rubare.

Le parentopoli e gli appalti di costruzioni, forniture di beni e servizi sfuggono dai controlli.
Del resto alcuni professori dicono che non c’è niente di male se il figlio di un professore fa il professore.
Non è reato.
Come non lo era affidare l’appalto per l’informatizzazione di un policlinico universitario al fratello del rettore e via dicendo.
Non si può vietare per legge la baronia.
Che ve ne siete accorti ora? E’ sempre stato così.

Intanto 7 università del sud attraverso una società consortile si apprestano a ricevere dall'Europa decine di milioni di euro per un piano di ricerca.
Loro e qualche privato.
Qualche società privata e i vertici delle università firmeranno la quietanza.
Loro insieme. altri soldi da gestire ed altri figli da sistemare.

Le stesse università che l’onorevole Barbareschi sostiene rappresentino la “questione meridionale” nella sua arretratezza e nella sua visione assistenziale. Perché secondo lo stesso attore, al nord si lavora, si innova, si inventae va tutto bene.
Barbareschi ma va a cagare…

Intanto in televisione si parla ancora del delitto di Erba o di Perugia con approfondimenti sui film di natale.

Questo ho visto in questi giorni.

Di questo avrei voluto parlare, ma sono consapevole che tra qualche giorno i riflettori si sposteranno su altro.
Altro inchiostro verrà usato per riparlare di alimenti contaminati, di extracomunitari che rubano e i soliti lavoratori precari che manifestano.
L’informazione spicciola verrà così sempre alimentata.
Sempre qualcosa di nuovo che possa non far pensare a ciò che è successo qualche giorno prima.
E se qualcosa di nuovo manca ci sarà sempre l’omicidio di provincia da spolverare.

L’informazione rapida e veloce che non lascia il segno. Non deve.
Non ci si può permettere di andare a fondo, di riflettere.
Abbiamo nozioni di tutto ciò che ci viene illustrato.
Ma di tutto non sappiamo niente.
Questo è il trucco per perpetrare un sistema che si auto-immunizza.
Di tutto questo avrei voluto parlare ma di tutto questo non ne conosco niente.

venerdì 21 novembre 2008

La mafia liquida e la crisi in borsa

di Antonio Ingroia


Sono passati vent’anni da quando un magistrato lungimirante ed esperto come Giovanni Falcone lanciò l’allarme: “la mafia è entrata in borsa”. Falcone non improvvisava, né tirava ad indovinare.
La sua diagnosi si fondava su precisi e concreti elementi di prova che aveva personalmente riscontrato nelle sue indagini sul versante affaristico di Cosa Nostra, infiltratasi ormai da un pezzo nei santuari della finanza ed economia del Nord Italia. Di tempo ne è passato, il sistema economico è cambiato, siamo nell’epoca della globalizzazione, globalizzazione dell’economia legale e dell’economia illegale. Ed è cambiata la mafia, una mafia apparentemente meno sanguinaria, che sembra avere abbandonato le strategie criminali stragiste, di contrapposizione frontale contro le istituzioni, meno piedi “incritati”, minore attaccamento alla terra, e perciò meno investimenti in terre e palazzi, più agevolmente individuabili dagli inquirenti, e quindi più facilmente soggetti a sequestri e confische. Nel contempo, una mafia costretta ad allentare un po’ il controllo del territorio sotto la pressione dell’azione repressiva dello Stato e di una nuova coscienza civile. Ma Cosa Nostra, si sa, è sempre stata capace di fare di necessità virtù, ed ecco che la sua forzata “deterritorializzazione” la rende meno solida e pesante, una mafia che a forza di restare sommersa è diventata “mafia liquida”, dalla struttura sempre più leggera ed invisibile, con una maggiore capacità di mimetizzazione e di espansione al di fuori dei territori d’origine.

In questo contesto è maturata con naturalezza la nuova fase evolutiva della mafia, entrata in un processo di spiccata finanziarizzazione. Il che reca con sé almeno due conseguenze. In primo luogo, la “delocalizzazione” di Cosa Nostra, non più padrona assoluta del territorio, comporta una sua maggiore mobilità sul territorio nazionale ed internazionale, una sua maggiore competitività sui mercati illeciti internazionali. È la consapevolezza di ciò che ha probabilmente ispirato i più recenti progetti della direzione strategica di Cosa Nostra di riaprire i canali di collegamento oltreoceano, soprattutto con la mafia italoamericana, per cercare di riconquistare un ruolo da protagonista nei grandi traffici illeciti, oggi saldamente nelle mani della 'ndrangheta calabrese. In secondo luogo, il diminuire complessivo delle entrate degli ultimi anni ha fatto sì che nell’economia mafiosa abbia acquisito sempre maggiore peso il ruolo dei “colletti bianchi”, quel ceto di professionisti della finanza, di consulenti del riciclaggio, dai quali dipende la buona riuscita del reimpiego e degli investimenti del denaro sporco introitato dalla mafia negli anni d’oro della grande accumulazione illecita. Anche questa è una mutazione di Cosa Nostra, sempre meno popolare, meno rurale, e sempre più borghese, più finanziaria. Con la conseguenza che questo ceto professionale di mafiosi in doppio petto tenderà inevitabilmente a divenire sempre più importante nella scala gerarchica dell’universo criminale, creando nuove tensioni interne in funzione di possibili mutamenti dei rapporti di forza fra ala militare ed ala politico-finanziaria del sistema di potere mafioso. Dagli effetti imprevedibili.

Altrettanto difficile da prevedere è l’impatto sull’economia mafiosa della recente crisi dei mercati finanziari mondiali. Certo, sarebbe una bella beffa se il crollo della borsa avesse danneggiato il processo di finanziarizzazione della mafia! Se la mafia è entrata in borsa vent’anni fa, è certo non solo che non ne è mai uscita, ma che ci è rimasta a lungo e che ha sempre più espanso la sua presenza ed i suoi investimenti nei mercati borsistici, sicché sarebbe una giusta punizione per quella che è stata la più spregiudicata delle imprese capitalistiche che abbia mai operato, mortificando col sistema dell’intimidazione le regole della libera concorrenza. Ma si tratta, probabilmente, soltanto di un’illusione, perché il rischio è invece che la mafia possa cercare di sfruttare le difficoltà di qualche grosso gruppo economico in crisi di liquidità per tentare qualche clamorosa (e ben mimetizzata) scalata, forte delle proprie notevoli risorse finanziarie.

Solo fantasie fanatiche di un pm antimafia pronto a lanciare allarmi su nuovi pericoli criminali? Forse ci potrà essere anche un’eccessiva sensibilizzazione verso i pericoli di infiltrazione mafiosa, ma sarebbe bene che vi fosse anche una speciale sorveglianza, oggi più che mai, da parte degli organi di vigilanza del settore, a cominciare da Bankitalia e Consob. Così come diventa sempre più urgente, oggi più che mai, l’esigenza di una profonda revisione dell’intero sistema normativo in materia. Perché, allora, non cominciare concretamente ad elaborare, per poi approvare, un testo unico antiriciclaggio per potenziare le opportunità di verifica, controllo ed intervento di magistratura e forze di polizia su un terreno così delicato ed importante?


giovedì 20 novembre 2008

Villari: Schifani ci mette del suo

da Repubblica

Orlando contro Schifani:
"E' corresponsabile di corruzione politica"


"Il presidente del Senato Schifani ha svolto un compito che non gli compete corrompendo il suo ruolo istituzionale" e "il capo dello Stato non può rimanere indifferente ad una corruzione politica che coinvolge i massimi vertici istituzionali". Leoluca Orlando portavoce dell'Idv lo afferma a commento dell'evoluzione della vicenda della Vigilanza Rai. "Un giorno scopriremo - spiega Orlando - che anche il senatore Villari è stato consigliato dal presidente Schifani ad incontrarsi in via riservata ovviamente e sempre a fin di bene, con il presidente del Consiglio per stabilire patti e condizioni".

mercoledì 19 novembre 2008

Berlusconi, Orlando, Di Pietro e Villari...La Storia continua

di Dario Campolo


Siamo arrivati, adesso il bicchiere è quasi pieno e il nostro Presidente del Consiglio deve averlo capito, la tensione sale come i toni dello scontro, a dimostrarlo il fatto che ieri Berlusconi è stato costretto a intervenire telefonicamente in diretta durante la trasmissione Ballarò esternando l'irritazione nei confronti di Di Pietro "o Di Pietro mi denuncia, oppure lo denuncerò io", ma facciamo un passo indietro e vediamo cosa è successo. E' da luglio che si parla della presidenza vacante della Vigilanza Rai, e come logica vuole l'opposizione deve sceglierne il nome, in questo caso è stato scelto Leoluca Orlando dell'Italia dei Valori con l'approvazione di Udc e Pd, ma chi è Orlando? Per chi non lo sapesse Orlando è stato sindaco di Palermo negli anni del Maxi Processo, sempre in prima linea con scorta al seguito, quindi diciamo un uomo dell'antimafia di primo piano anche se qualche screzio con Giovanni Falcone c'è stato ma risolto negli anni con le famose critiche delle carte tenute nei cassetti nei confronti di certi politici ma questa è un'altra storia. Orlando in questi mesi ha evitato di comparire nei giornali per non creare malumori nella maggioranza per via di sue dichiarazioni magari spiacevoli, ma tutto ciò non ha evitato il no di Silvio Berlusconi che in Orlando evidentemente vede un uomo difficile da "gestire" ed ecco che la ragnatela della maggioranza comincia a tessere le sue tele infatti non a caso a tutte le votazioni per la presidenza manca sempre il numero legale per poter eleggere il presidente della vigilanza rai, la vigilanza rai per chi non lo sapesse non è solo come può sembrare per la rai ma vale anche per mediaset ed è importante mettere un uomo che non sia proprio contro il premier perchè potrebbe nuocere al colosso Mediaset, è importante sottolineare che quando il premier dice di non occuparsene vale a significare l'ovvietà del contrario, se volete indagare meglio cercate su internet i ruoli che il presidente della vigilanza rai ricopre e ne capirete meglio l'importanza. Ieri sera, a Ballarò il Premier elenca 3 punti fondamentali per giustificarsi dagli attacchi di Di Pietro:
1) E' vero che contattò Di Pietro per farlo diventare ministro, ma quando "ho capito che uomo era" dice il premier, "non lo ho più voluto". Quindi l'avvicinamento c'è stato.
2) Del caso Villari non ne so nulla, dice il premier. Sarà vero? Crediamoci.
3) Di Orlando mi hanno proposto di incontrarlo, ma mi è stato proposto da persone di Forza Italia e non da me. Quindi è vero.

Quindi, permettetemi di pensare male su Villari, il presidente attuale in carica scelto dalla maggioranza e membro del Pd, non voglio dire nulla, anche se quando il suo partito e quindi il Pd gli chiede di dimettersi e lui si rifiuta per sensi di responsabilità, mi sorgono grossi dubbi, ma quale responsabilità? per rispetto di chi? sicuramente Veltroni dovrà cacciarlo immediatamente dopo le dimissioni alla presidenza rai se mai avverranno.

Sull'avvicinamento di Orlando invece qualcosa da dire l'avrei ma preferisco tacere, no per paura ma per capire cosa ne pensate voi, di seguito pubblico uno stralcio delle intercettazioni telefoniche di Saccà e Berlusconi per piazzare certe attrici pericolose e per "conquistare" qualche senatore facendo cadere il governo Prodi, se le volete integrali cercatele con google, il web ne è pieno, leggete questo frammento e capirete una cosa, "Il contatto per agganciare Orlando" è lo stesso? Il sistema del contatto arriva sempre tramite altri referenti che preparano il terreno? Come si dice, il lupo perde il pelo ma non il vizio.

Legenda
A. = Agostino Saccà
S. = Segreteria Saccà
B. = Presidente Berlusconi


A. Chi è? ....Pronto?
S. Direttore Saccà, buonasera, la segreteria del presidente Berlusconi
A. Ah, sì, grazie
S. Glielo posso passare?
A. Certamente
S. Grazie

-Dopo qualche secondo di attesa:-
S. Direttore, ancora un istante, grazie
A. Sì, grazie, certo
-Dopo qualche secondo di attesa:-

B. Pronto?
A. Buonasera, presidente, come sta? Bene, bene ....
B. Sto lavorando per far cadere il Governo e conto di riuscirci
A. E credo che ce la pu fare .... io le volevo ....
B. Io le telefono per due cose...
A. Sì, sì
B. Oltre ... ti telefono per due cose oltre alla vicenda della Rai, naturalmente, per ... Sì, sì
B. Questo Fabiano Fabiani è anche uno con cui penso che tu sia amico, no?
A. Diciamo che lui ama la fiction, perché è stato presidente ed ho un buon rapporto ...
B. Io anche ho un buon rapporto con lui, non gli telefono per salutarlo perché adesso sono in contro
corrente e che in effetti devono darci il presidente, no, ecco, comunque, insomma, credo che, che non sarà disastroso ...

A. No
B. Credo che non sarà disastroso
A. Penso che è uno che va a vedere i fatti concretamente e darà giudizio ...
B. Va bene, senti un po', lui è stato direttore generale della Rai, no?
A. Lui è stato vice direttore
B. Vice direttore generale
A. E' stato direttore del "TG1", ma parliamo degli anni sessanta, poi direttore dei "culturali", poi vice direttore generale, poi è uscito, è andato in"Iri" a fare il presidente delle autostrade ...
B. Eh

A. Poi dopo autostrade, è passato a fare il direttore di "Finmeccanica" centrale, poi ha fatto l' amministratore delegato di "Finmeccanica" e lì ha venduto l' Alfa Romeo alla Fiat, e c'è questa cosa, tutta questa vicenda qui, e poi è andato a Napoli a ge... a fare quel discorso del recupero della' ex area "Finsider", no, e non ha cavato un ragno dal buco, e poi Veltroni l' ha nominato prima presidente di "Roma expo", che è una società sulle, sulle esposizioni romane, e poi direttore generale di coso, di, di, di "Acea", e da direttore generale di "Acea" ha fatto una grossa operazione, questa se la faccia tirare fuori, di, come dire, di affidamento a, a, come dire, a "copservizi",è una cosa molto grossa, molto, molto grossa di un carico importante, e, e, e, di tutte le municipalizzate di Roma, eccetera ...


B. Comunque è uno capace ...
A. Sì, sì, no, è uno molto capace e che poi, che giudica sui fatti, allora ... è come lei, presidente, quando io parlo di lei, dico: ma a Berlusconi non gliene frega, l' importante è che i gatti pigliano i topi ...
B. Sì, sì
A. Se sono neri, se sono rossi, sono bianchi ...
B. Va bene ...

A. Per lui ...
B. Grazie, grazie mille ... allora, le due cose per cui ti disturbo, Agostino, sono ...
A. Sì, sì
B. Una, e, e, e, perché, e, e, e ... tu mi hai parlato di quel calabrese ...
A. Sì
B. Eletto in Australia ...
A. E lì, su quello io ho delle notizie importanti, molto importanti ...
B. Ecco ...
A. E possibilmente positive, se governata la situazione ...
B. Sì, e allora io su quello sono interessato, che sto facendo l' operazione, sto cercando di aggregare più senatori possibili, no ...
A. Sì
B. Ecco, quindi su quello se hai delle cose da dirmi, se poi ti ...
A. Io delle cose, se vuole gliele posso già dire al telefono e poi ...
B. Sì, sì, dimmele, vai, dimmele, dimmele
A. Allora, lui era il direttore ... non è vero quello che mi avevano detto, perché lui in realtà di cultura era più, come dire, laburista, lì, no ...
B. Uhm

A. Questo è il dato, per, per, per ... e dirigeva, non come mi è stato detto, "La fiamma di Sidney", ma l' altro giornale della stessa proprietà, che è una proprietà di italiani che vengono dal Veneto, importanti, che sono grandi importatori dall'Italia di prodotti alimentari ...
B. Eh
A. E lui è un uomo di questi, signori, praticamente, di questi signori qua, ... lui ha fatto due cose ... intanto sta tornando poco in Australia, sta tornando molto poco, se vi dico come ... perché fu un mio amico, e, e, e, carissimo, che tra l' altro vive a Milano, è noto, eccetera, è un cugino di un grande ristoratore australiano, e questo signore andava tutte le sere a mangiare quando usciva dal giornale, a mangiare ... e quindi so tutto proprio .. e allora, lui ha fatto due cose, uno, ha dichiarato alla radio degli italiani in Australia che se il governo non fa entro quest'autunno, non approva comunque un disegno di legge sulla doppia cittadinanza per gli italiani d' Australia, lui lascia ... evidentemente dice l' amico, e, e, e, come dire, ristoratore, si sta preparando il modo per uscire, perché, evidentemente, sta riflettendo chi lo rielegge la prossima volta, ed è chiaro che il governo non ce la fa a fare un disegno di legge, approvarlo sulla doppia cittadinanza in Australia, e poi perché agli italiani e non ai sudamericani, eccetera, eccetera ... l' altra cosa è che, il giornalismo per lui è importante, è importante il futuro, chi l' aiuti .. quindi, glielo vorrei dire meglio a voce, diciamo, presidente ...







B. Sì, ma senti un po' , c'è una persona che potrebbe, che potremmo usare per contattarlo ...?
A. Sì, c' è questo mio amico che è un commercialista importante, di origine calabrese, che sta a Milano, che tra l'altro è nostro proboviro, lì, di "Forza Italia" a Milano, quindi è uno proprio nostro ...
B. Di casa
A. Nostro, importante, che io mi sono rivolto a lui sapendo che lui aveva questo cugino che era .. aveva una catena di ristoranti importanti in Australia, e lui subito mi ha detto tutto ...
B. Allora se tu puoi ...
A E lui si propone proprio per dire: allora se devo essere l' uomo di contatto, allora divento l' uomo di contatto ...
B. Se tu potessi combinare un incontro con Marinella di questo signore a Milano con me lunedì o martedì prossimo, mi faresti una cortesia ...
A. E' troppo presto, presidente, ci dobbiamo dare ... non ce la faccio in così pochissimo tempo
B. No, ma no del, del dep... del senatore ...
A. Ah
B. Del proboviro
A. Ah, certo del nostro amico, del nostro, e, e, e, del commercialista, subito ...
B. Va bene
A. Questo lo faccio immediatamente
B. Va bene; punto primo, e questo grazie e moltissimo ...
A. Sì

B. Punto secondo, quella pazza "della" Antonella Troise...
A. Sì
B. Si è messa in testa che io la odio ...
A. Sì
B. Che io ho bloccato la sua carriera artistica ...
A. Ma ...
B. E' andata a dire delle cose pazzesche in giro ... ti chiedo questa cortesia, di farle una telefonata ...
A. La chiamo ...
B. E di dire: guarda che, e, e, e ... fissare un appuntamento, non lo so, dire che c' è qualche cosa, e di dire che io ti ho tolto la tranquillità perché sono un po' di settimane che continuo a dirti: io devo far lavorare "la" Troise...
A. Va bene, la chiamo, la convoco ...
B. Scusa, dille, sottolinea un mio ruolo attivo ...
A. Va bene

B. Perché io continuo a dirglielo ma lei dice pensa che io le sia di ostacolo addirittura, che è una cosa folle, io non sono mai stato ostacolo a nessuno in vita mia in nessun campo ... va bene, per è pazza e, quindi ...


A. Sì
B. Fammi questa cortesia perché sta diventando pericolosa
A. Va bene; ho un' altra cosa da dirle io, perché io ho visto pure Pietro "Fusa", per so che lì sta andando anche un' altro discorso avanti, eccetera, eccetera, quelle due ...
B. No, lì così siamo fermi invece
A. Allora le dico quello che mi ha detto, glielo dico rapidissimamente, eccetera, lui mi ha detto, dice: guarda, Agostino ... lui poi è di poche parole, è stato due ore a casa mia, è venuto lui a casa mia in Calabria, a casa di mia sorella, ha detto: guarda, Agostino, intanto apprezzo questa cosa che Silvio ha messo te, che vuol dire che allora mi rispetta e mi stima, perché io ti consi... le dico quello che mi ha detto, ti considero un grande intellettuale, un uomo importante ....
B. Bene
A. E quindi vuol dire che, che mi valuta per quello che io merito, eccetera, per ti dico due cose che devi dire a lui, allora, uno, che io sto con lui, cioè , voglio dire, li odio questi qua, io sono democristiano, dico, non sono che so stato costretto a finire lì ...due, che quand'anche io passo, se lui non risolve il problema di Casini, perché io vivo al Senato, in piedi il Governo lo tengono i senatori di Casini ...
B. No, non possono tenerlo i senatori di Casini, perché Casini si "sputtanerebbe" definitivamente di fronte a tutti ...
A. No, per di fatto, sotto sotto ...

B. No, no, ma sotto sotto noi denunceremmo con grande violenza tutto questo, andrei io in televisione a dire: questo Casini è un porco traditore e, quindi, squalificato per sempre della scena politica dei liberali
A. Per lui mi ha detto: questo è il problema, perché siamo in dieci, non ce la facciamo più, mi ha detto ...
B. Sì, sì, sì ...
A. Non ce la facciamo più
B. Infatti io ce ne ho diversi, io sto facendo la corte a più di venti
A. Un' altra cosa che lui mi ha detto ...io ho detto: sì, per io ... se Berlusconi si è scomodato per chiamarmi, io la cosa gliela devo portare, dico: Pietro, mica ci muoviamo, perdiamo tempo, voglio dire, dai, dico io gli posso comunque dire una cosa, che se lo aggredissero personalmente sulle sue sostanze, sulla sua azienda, sulle sue cose, tu non ci stai, garantisci glielo, m' ha detto, questo glielo puoi garantire ...



B. Grazie
A. Poi sul resto vediamo ... questo garantisci glielo, che su questo io non ci sto, e lo dichiaro, perché è una persecuzione, sarebbe una persecuzione personale ...

B. Va bene, grazie mille; senti ...
A. Il resto, io ...
B. Allora adesso io Fusa penso di cucinarmelo io, gli telefono direttamente io, lo invito io
A. Eh, io so che, che lui ... qualcosa c' è, perché lui mi ha detto : e ma io poi lo vedo ... cioè, capito, lui me l' ha detto questo ...
B. Va bene
A. Dico: benissimo ... va benissimo, così gli ho detto ...
B. Va bene ... va bene
A. Poi, presidente, quando pu e vuole, io le devo dire anche altre cose, la Rai, ma comunque ...
B. Va bene, quando vuoi telefona "alla" Marinella
A. Va bene, va bene
B. Glielo dico e fissiamo un appuntamento subito
A. Intanto io con Marinella mi metto d' accordo per mandarle il "Pilello" ...
B. Come si chiama?
A. "Pilello", Pietro "Pilello"
B. "Pivello"?
A. Pietro "Pilello"
B. "Pilello"
A. Tra l' altro è un personaggio anche importante a Milano, perché è nella commissiona tributaria di Milano ...

B. Benissimo, benissimo
A. E' una persona seria ...
B. Grazie mille
A. Va bene presidente
B. Grazie
A. Buon lavoro
B. Grazie moltissimo, Agostino, ciao
A. Comunque le voglio dire una cosa, che sul territorio ho trovato un consenso verso di lei, in Calabria, per cui è papa subito, (ride)
B. (Ride), va bene
A. Ma è una cosa meravigliosa
B. Va bene, grazie mille
A. Arrivederla
B. Ciao, grazie molto, grazie.

martedì 18 novembre 2008

Vergogna - Nel 2008 revocato il 41 bis a cinquanta padrini

di Salvo Palazzolo

Palermo. Il fronte dell´antimafia cede silenziosamente. Negli ultimi cinque mesi è stato revocato il carcere duro a 13 padrini di Cosa nostra, 'Ndrangheta e Camorra. È rimasta vuota la cella al 41 bis che ospitava Salvatore Calafato, il mandante dell´omicidio del giudice Rosario Livatino.
Sono rimaste libere anche le celle di Giuseppe Iamonte, Fioravante Abbruzzese e Mario Pranno, capi storici della criminalità organizzata calabrese. Anche Giuseppe Biviera, uno degli 'ndranghetisti coinvolti nella faida che ha portato alla strage di Duisburg, non è più al carcere duro. Da gennaio a giugno, come denunciato da Repubblica, erano stati addirittura 37 i padrini che avevano vinto la loro battaglia legale con i giudici di sorveglianza, da Torino a Roma, da Perugia a Napoli. Il ministro della Giustizia è riuscito a far ritornare al 41 bis solo il capomafia Antonino Madonia, uno dei mandanti dell´omicidio Dalla Chiesa. Tutti gli altri restano detenuti comuni, nonostante le condanne all´ergastolo e i misteri che ancora custodiscono. Nonostante, soprattutto, i ripetuti annunci di inasprimento del regime del carcere duro. L´emendamento sul nuovo 41 bis, approvato all´unanimità nei giorni scorsi dalla commissione Giustizia e Affari costituzionali del Senato, deve ancora andare in aula (l´esame è previsto nei prossimi giorni).
Intanto, ormai dalla primavera fanno vita più comoda Giuseppe La Mattina, uno dei mafiosi che uccise il giudice Paolo Borsellino. Poi Giuseppe Barranca e Gioacchino Calabrò, che si occuparono degli eccidi del 1993 fra Roma, Milano e Firenze. Al carcere duro non stanno più da mesi neanche altri capi storici dell´Ndrangheta: Carmine De Stefano, Francesco Perna, Gianfranco Ruà e Santo Araniti, il mandante dell´omicidio Ligato. E neanche il boss della Camorra Salvatore Luigi Graziano.
La nuova lista degli annullamenti contiene altri nomi di livello. Tutti nomi di capi. Giuseppe Iamonte era fra i trenta latitanti più pericolosi d´Italia quando fu arrestato, appena tre anni fa, dopo una lunga carriera a cui lo aveva iniziato il padre Natale. Il figlio era però andato oltre: era diventato il fornitore ufficiale di tritolo per i clan del Mezzogiorno, per questo veniva riverito più di un padrino. Gli ultimi provvedimenti di revoca riguardano pure il capo della cosca degli "Zingari" di Cosenza, Fioravante Abbruzzese; poi il capo di un altro clan di Cosenza, Mario Pranno; il capo storico della mafia di Gela Davide Emmanuello e il suo collega camorrista Gaetano Bocchetti, anche lui dai meriti criminali riconosciuti da diverse sentenze, per essere stato il fautore della cosiddetta «alleanza di Secondigliano». Infine, anche Eduart Tresa, rappresentante della mafia albanese in Italia. Eccoli, i 50 padrini a cui nel 2008 è stato revocato il carcere duro: quando erano in libertà organizzavano e ordinavano. Spesso, senza sporcarsi le mani. Adesso, in carcere, sono detenuti modello. Ai giudici di sorveglianza che si sono occupati dei loro casi sono mancate notizie aggiornate sull´«attuale pericolosità riconosciuta», che è il requisito per il mantenimento del 41 bis.
Dice Leo Beneduci, segretario generale dell´Osapp, la prima organizzazione sindacale dei poliziotti penitenziari: «Abbiamo appreso con piacere della annunciata riforma, ma come spesso accade non si sono fatti i conti con la realtà, ovvero con chi deve applicare norme maggiormente restrittive. Servono più personale, più fondi, più mezzi. Siamo già oberati di lavoro. Uno dei compiti più gravosi resta quello con i detenuti cosiddetti ad "alto indice di vigilanza", quelli a cui è stato revocato il 41 bis: rientrano nel circuito ordinario, dove spesso c´è sovraffollamento, e impedire che tornino a comunicare all´interno e all´esterno del carcere è davvero un carico insostenibile».

lunedì 17 novembre 2008

La Camorra "I Casalesi"

di Manuela Arcuri

Oggi pubblichiamo un articolo tratto dal web con oggetto la lotta alla mafia, l'articolo che seguirà è preso dal Blog di Antonio Di Pietro, leggetelo è molto interessante il quesito che pone un cittadino del casertano attualmente al centro dell'attenzione per via della guerra che il clan del casalesi stanno portando avanti contro lo Stato.

Il quesito:

Presidente,
Sono del casertano, 21 anni. Qua sembra che ci sia una guerra civile in corso con tutte queste volanti, mancano solo i carrarmati. In verità a me sembra una messa in scena. Credo che lo Stato non voglia togliere di mezzo questa camorra, non ci vuole proprio lottare. Eppure qui tanti problemi sono evidenti a tutti! Tutti sanno del "sistema" camorra. Ma lei una risposta giusta ce l'ha al problema camorra? La si sta combattendo? Ci sono interessi per non combatterla? Desiderei da lei che tanto stimo, una risposta chiara. Grazie per tutto quello che fa per il bene dell'Italia.


La risposta di Antonio Di Pietro:

Caro Alfonso,
come ha messo bene in evidenza Saviano, il Sistema della camorra si basa su meccanismi che coinvolgono l’economia (malata) a livello anche internazionale, e la sopravvivenza stessa di un territorio straordinario come quello in cui vivi. E’un fenomeno complesso che non si combatte certo con azioni eclatanti come quelle che descrivi; tanti sono i coraggiosi che combattono in silenzio da anni: parroci, forze dell’ordine, magistrati, commercianti… Noi siamo dalla parte di questi coraggiosi. Anche io ritengo che tutta questa mobilitazione sia soprattutto una “messa in scena”, e che se non si ha il coraggio di andare a colpire quei meccanismi di finanza malata e intreccio affaristico dentro e fuori la Campania, a nulla servirà mandare esercito e carri armati. Fa parte delle strategie di immagine e comunicazione di questo governo, che racconta ancora di aver risolto il problema della spazzatura a Napoli. Hanno paura di dire le cose come stanno, ma noi no. Io faccio il possibile, nella mia attuale attività parlamentare, per cercare di riaffermare un’idea della politica davvero “pulita”, e basata in primis sui valori della legalità, contro mafie, caste e privilegi, a qualsiasi livello.