mercoledì 10 dicembre 2008

Strage in via D´Amelio, sono troppi i segreti

da "UOMINI liberi" supplemento mensile al "CITTADINO"

Salvatore Borsellino: "Strage in via D'Amelio, sono troppi i segreti"

E' come un fiume in piena. Le parole sgorgano impetuose dalle sue labbra, e hanno la forza di un macigno. Salvatore Borsellino, 66 anni, ingegnere informatico, fratello minore del giudice Paolo Borsellino, ucciso il 19 luglio 1992 nella strage di via D'Amelio, a Palermo, da 16 anni si porta nel cuore una rabbbia senza fine.
"E' la mia voglia di giustizia" dice "Sono passati 16 anni dalla morte di mio fratello e ancora mille misteri circondano il suo assassinio. Sono stati individuati e condannati i manovali del crimine, ma non si conoscono i mandanti e gli ispiratori. Lo dico senza mezze parole, questa non è una strage di mafia. A qualche grosso personaggio della politica e delle istituzioni interessava che Paolo fosse tolto di mezzo"
Sono molte le domande che Salvatore Borsellino, che è venuto a trovarci qualche giorno fa nella Casa circondariale, continua a porsi da anni. Domande per ora senza risposta e forse destinate a non trovarla mai.

Quali sono queste domande?

"Per esempio i tempi della comunicazione della strage. Io ero a casa a Milano, quel giorno, quando mia moglie mi chiamò. La televisione stava dando la notizia che era esplosa un'altra bomba a Palermo, che c'erano delle vittime. Erano passati solo 57 giorni dalla strage di Capaci, costata la vita al giudice Giovanni Falcone, alla moglie e alla scorta. Sentii un brivido lungo la schiena, sapevo che mio fratello era nel mirino della mafia, ma prima di sapere che era lui la vittima dell'attentato passarono ben cinque ore. Invece è stato accertato che nel breve giro di 140 secondi alcuni uomini dei servizi segreti sapevano che il giudice Paolo Borsellino era morto. Dal castello Utveggio, punto ideale di osservazione su via D'Amelio e da qualcuno indicato come luogo da cui fu azionato il telecomando della bomba, pochi secondi dopo l'esplosione partirono alcune telefonate, dirette a mafiosi acclarati. Ma una era diretta a una barca nel golfo di Palermo. A bordo c'erano alcuni agenti dei servizi che subito si precipitarono sul luogo della strage. E c'è un'altra cosa: in quei giorni il castello di Utveggio ospitava una società dietro la quale si celava una cellula del Sisde"

Quindi lei sospetta un coinvolgimento dei servizi?

"Penso che qualcuno delle istituzioni sapesse bene quello che stava per succedere. Sono troppe le coincidenze, i primi ad arrivare sul posto e a comportarsi con lucidità furono gli uomini dei servizi. Non si erano ancora dissolti il fumo e la polvere quando uno di essi prese la borsa di mio fratello dalla carcassa dell'auto e la portò via. La riportò dopo un'ora, ma dalla borsa era scomparsa la famosa agenda rossa sulla quale mio fratello annotava puntigliosamente tutto quello che faceva. Era molto meticoloso, Paolo. L'agenda non fu mai ritrovata. E poi ci sono altre cose che mi fanno pensare a una coilusione di certe strutture dello stato.

Quali ?

"Mio fratello era una persona in pericolo. Lui lo sapeva, al punto che in famiglia diceva che nel suo lavoro "doveva far presto, aveva poco tempo". Tutti lo sapevano, dopo la morte di Falcone era l'uomo di punta della lotta alla mafia. Aveva la scorta, aveva dei comportamenti abituali non modificabili come quello di recarsi periodicamente a casa della mamma, in via D'Amelio, per accompagnarla dal cardiologo. Eppure nessuno aveva mai pensato di vietare la sosta delle auto in quella strada, come si fa davanti alle case sei politici o dei funzionari di rango. Mio fratello sapeva che a Palermo era arrivato un carico di tritolo, anzi di semtex, l'esplosivo militare, destinato a lui, glielo aveva detto il ministro Scotti, incontrato casualmente all'aeroporto. Ma il suo capo, il procuratore Pietro Giammanco, che aveva ricevuto l'informativa glielo aveva tenuto nascosto. Perchè tutte queste negligenze?"


Lei cosa pensa ?
"Penso che siano frutto di un patto scellerato che in quei giorni lo Stato stava facendo con la mafia. E' quello che è stato soprannominato "il papello di Riina": 12 richieste scritte a mano dal capo dell Cupola per fermare l'attacco con le bombe al cuore dello Stato. Riina le aveva fatte pervenire tramite Vito Ciancimino al colonnello Mori dei Ros. Era la fine di Giugno. Il 1° luglio mentre stava interrogando tre importanti pentiti di mafia tra i quali Gaspare Mutolo, mio fratello fu convocato con urgenza dal ministro Nicola Mancino. Cosa gli disse il ministro? Solo lui potrebbe dirlo, se guarisse dall'amnesia che gli ha fatto dimenticare addirittura l'incontro. Che però negli appunti di mio fratello rimane: 1° luglio, ore 19: Mancino. Da quell'incontro mio fratello tornò sconvolto. Perfino Mutolo, il pentito, se ne accorse e dichiarò che al ritorno Paolo era così nervoso che si accese contemporaneamente due sigarette! Ecco, io penso che mio fratello sia venuto a conoscenza di questa trattativa dello stato di venire a patti con la mafia e l'abbia respinta con sdegno. Una decisione che accellerò la sua fine."

E' cambiato qualcosa da allora?

"Poco. Sono cambiati i metodi, sia della mafia che delle istituzioni. Oggi i magistrati non saltano più in aria con le autobombe. Vengono semplicemente trasferiti. Penso a De Magistris, alla Forleo. Mentre i politici, anche quelli inquisiti, restano al loro posto. I partiti dovrebbero avere più coraggio e fare piazza pulita al loro interno delle mele marce. Mio fratello aveva una grande fiducia nei giovani, voglio averla anch'io. Per questo passo la mia vita andando in giro a paralre con loro, a dire cose molto gravi che nessuno si prende la briga di smentire. Se lo facessero correrebbero il rischio di riaprire un fascicolo che tutti vogliono tenere chiuso. E così io porto in giro la mia rabbia, la mia sete di giustizia. Sperando che domani il sacrificio di mio fratello sia servito a qualcosa.

www.19luglio1992.com

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