giovedì 4 dicembre 2008

Mancino: «'Why Not', pronto a lasciare» Napolitano chiede atti a Procura Salerno

segnalato da Silvio Pittoni

Il presidente del Csm: «Vicenda senza precedenti, con gravi implicazioni». Il vice: «Mai chiamato Saladino»

ROMA - Svolta nell'inchiesta sul presunto "complotto" ai danni dell'ex pm Luigi de Magistris. Il presidente della Repubblica Napolitano, che è anche presidente del Csm, ha chiesto gli atti alla Procura di Salerno parlando di una «vicenda senza precedenti, con gravi implicazioni istituzionali». Atti e informazioni sulla vicenda de Magistris sono stati chiesti dal segretario generale della presidenza della Repubblica, Donato Marra, al procuratore di Salerno Lucio Di Pietro. La richiesta è stata avanzata su preciso mandato del capo dello Stato dopo la decisione di sequestrare atti di inchieste condotte dall'ex pm della procura di Catanzaro ora in servizio a Napoli. Nella lettera si parla di «vicenda senza precedenti» e di vicenda che «suscita inquietanti interrogativi»; viene inoltre paventato il rischio di «paralisi della funzione processuale» (leggi il testo completo).


MANCINO: «PRONTO A LASCIARE» - Oggi c'è stata anche la riunione plenaria del Csm con l'intervento del vicepresidente Nicola Mancino, che si è difeso dalle indiscrezioni diffuse via stampa. «Il giorno in cui una campagna di stampa dovesse incidere sulla mia autonomia non ho difficoltà a togliere l'incomodo» ha detto riferendosi alle notizie pubblicate dal Giornale secondo cui sarebbe coinvolto nell'inchiesta della Procura di Salerno sul "complotto" contro de Magistris, il cui trasferimento è stato deciso proprio dal Csm. «Non vorrei avere su di me neppure l'ombra di un sospetto - ha detto Mancino -, il giorno che dovesse accadere non avrei esitazione a lasciare. Ho sempre operato al servizio delle istituzioni e sono venuto al Csm per cercare di conciliare politica e magistratura, probabilmente me ne andrò senza aver raggiunto questo obiettivo, ma ciò dipende anche da quello che si muove all'esterno del Csm».

TELEFONATA A SALADINO - «Non ho mai telefonato a Saladino - ha chiarito Mancino parlando dell'ex presidente della Compagnia delle Opere e principale indagato nell'inchiesta «Why Not» -, la chiamata partita da uno dei miei numeri di telefono è stata fatta da un'altra persona, da un rappresentante di Comunione e liberazione, Angelo Arminio, che nel 2001 era nella schiera dei miei collaboratori. Saladino non lo conosco, mi è stato presentato nel 1985 per un comizio che fece un candidato delle liste Dc e appartenente a Cl, pensavo fosse milanese, non ho mai avuto rapporti con lui». «Nel 2001 - ha ricordato ancora Mancino parlando di Arminio - ho cessato di fare il presidente del Senato, e quel collaboratore ha smesso di far parte della mia segreteria». Inoltre, a quel tempo «de Magistris non era ancora destinato a Catanzaro, dove è andato solo nel 2002. Si fa tanto clamore, dunque per una telefonata che non ho fatto».

LE INDISCREZIONI - Nell'articolo pubblicato dal Giornale si fa riferimento al decreto di perquisizione nei confronti dei magistrati di Catanzaro emesso dalla Procura di Salerno, in cui - alla pagina 442 - si dà conto di una telefonata giunta a Saladino da un numero fisso intestato a Mancino. Inoltre il Giornale cita un interrogatorio del dicembre 2007 in cui de Magistris parla del vicepresidente del Csm: «In questi mesi ho potuto registrare diverse dichiarazioni di appartenenti al Csm che in qualche modo hanno anticipato valutazioni negative sul mio operato. Mi riferisco in particolare alle dichiarazioni dei consiglieri (...) e del vicepresidente del Csm, Nicola Mancino. (...) Questo mi ha sorpreso perché come noto egli è presidente della sezione disciplinare che dovrà valutare la mia condotta». In una deposizione del novembre 2007 davanti ai giudici salernitani e riportata dall'Ansa, de Magistris afferma anche che «Why Not» gli è stata tolta quando «stavo praticamente per chiudere il procedimento» e «soprattutto stavo facendo degli atti anche molto importanti (...) che riguardavano esponenti di spicco della politica calabrese (Minniti, Tommasi, Adamo e D'Andria)». Si tratta di Marco Minniti, massimo esponente del Pd calabrese ed ex viceministro dell'Interno; Nicola Adamo ex vicepresidente della giunta regionale e attuale capogruppo del Pd alla Regione, Diego Tommasi (Verdi) ex assessore regionale all'ambiente, e Renato D'Andria (Psdi).

SOLIDARIETÀ - Il plenum del Csm ha espresso completa solidarietà a Mancino. «Eravamo ampiamente consapevoli che l'operazione in atto mira a colpire tutti noi - ha detto il togato di Magistratura Democratica, Livio Pepino -. Bisogna avere grande rigore e trasparenza con una risposta dura che ci porta a non farci intimidire». Giuseppe Berruti, rappresentante di Unicost, ha detto che «Mancino capirà che la sua missione è quella di questo consiglio, che riuscirà a reggere in questo momento difficile». Il vicepresidente, ha aggiunto Vincenzo Siniscalchi (laico del centrosinistra), «ha dato una grande prova di trasparenza democratica». Mancino, da parte sua, ha voluto ringraziare tutti i componenti del Consiglio per le loro parole sottolineando che «non ci dobbiamo chiudere a riccio, ho sempre rispettato l'esercizio della giurisdizione, ci possono anche essere eccessi, ma ci sono tre gradi di giudizio, il sistema permette che la verità possa emergere». Per questo Mancino rivendica il ruolo del Csm «che deve sempre essere svolto in totale imparzialità: il magistrato da valutare in sede amministrativa o disciplinare ha diritto a una giustizia imparziale».

DI PIETRO E ROTONDI - Solidarietà a Mancino anche da Di Pietro e Rotondi. «Non si getti fango su di lui: finché i magistrati non dicono che c'è un'inchiesta, si eviti di fare di tutta l'erba un fascio - ha detto il leader dell'Idv Antonio Di Pietro -. La stagione dei veleni non è finita, ma sarebbe giusto ridare a de Magistris le sue inchieste e permettergli di fare il suo dovere». E il ministro per l'Attuazione del programma Gianfranco Rotondi: «Chi conosce Nicola Mancino sa che nessuna ombra può esserci sulla sua autonomia e, soprattutto, sulla sua onestà personale attestata da mezzo secolo di presenza nella politica e nelle istituzioni».

da Corriere.it

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