sabato 13 dicembre 2008

La fine dell’ultimo grande latitante De Stefano

segnalato da Lara Trovisi

Era tornato a Reggio Calabria per riprendere il potere. E' figlio del superboss Paolo, il re del quartiere Archi ucciso nella guerra di 'ndrangheta

Meno uno sulla lista dei trenta latitanti più pericolosi d’Italia. Giuseppe De Stefano, l’ultimo della famiglia il cui cognome a Reggio Calabria significa ‘Ndrangheta, è stato tratto in arresto dalla squadra mobile reggina guidata da Renato Cortese lo scorso mercoledì, mentre si trovava nella sua abitazione di Pietrastorta con moglie e figli. “Una tappa storica – ha spiegato il questore di Reggio Calabria Santi Giuffrè - resa possibile dall’impegno di molti e dalla condizione di sorvegliato speciale di Giovanni Tavella, fiancheggiatore del boss, nel cui palazzo al sesto piano risiedeva De Stefano con la famiglia”. Su di lui pendono due condanne definitive dei tribunali di Reggio Calabria e Messina, che ammontano complessivamente a quasi trent’anni anni di reclusione, per associazione a delinquere di stampo mafioso e per traffico di sostanze stupefacenti.

A Giuseppe De Stefano, inoltre, è stata attribuita anche la responsabilità dell’omicidio Spinelli con una condanna in primo grado a trenta anni di reclusione. Latitante dal 2003, Giuseppe De Stefano, trentanove anni, pare fosse rientrato a Reggio per riequilibrare determinate situazioni, i cui fermenti si erano già annunciati nei mesi scorsi. A scuotere anche i più distratti, l’esplosione nella notte di San Lorenzo del bar “Dolce Sapore”, sul viale Aldo Moro, di proprietà Luciano Lo Giudice, di cui poi si perderanno le tracce nell’ottobre successivo. Confluiscono, infatti, non casualmente in questo quadro anche la vicenda della sparizione del trentesettenne Paolo Schimizzi di Archi, nuovo referente della cosca Tegano, e quella di qualche tempo dopo di Luciano Lo Giudice, figlio del boss Giuseppe Ucciso nel 1990 in piena guerra di mafia. Quella cominciata con la strage del Roof Garden, nel novembre del 1974. Dunque la necessità di ristabilire equilibri nei rapporti interni ed esterni, avrebbero richiesto la presenza di Giuseppe De Stefano in città. Suo padre, Paolo, già capocosca venne ucciso nell’ottobre del 1985 nell’agguato che siglò l’inizio di una delle faide più violente che abbiano insanguinato Reggio Calabria. Non a caso questo cognome, come più volte sottolineato dal procuratore capo Giuseppe Pignatone, è strettamente legato alla peggiore storia di Reggio Calabria. Finita una latitanza etichettata dal Ministero degli interni come altamente pericolosa. Finita una latitanza che è costata a Giuseppe De Stefano la perdita della patria potestà sui suoi due figli nati quando, infatti, le condanne a suo carico erano già state emesse. Affidati esclusivamente alla moglie Fiorenza, i due bambini sono stati, per la prima volta nello scenario giuridico italiano, considerati a rischio di asservimento a logiche di sopraffazione e predominio del potere mafioso e preservati dallo suddetto rischio. Senza successo, era stata già avanzata la richiesta per Maria Morabito, moglie del “Supremo” Pasquale Condello arrestato lo scorso febbraio, e per la moglie del cugino del boss. Respinta anche la richiesta di decadenza dalla patria potestà della moglie di Giuseppe De Stefano, Fiorenza - 33 anni - ma accolta quella relativa al marito. Una sentenza, la prima nella letteratura giurisprudenziale italiana, ha infatti colpito la genitorialità di un padre in ragione di quella mafiosità che lo ha eletto tra i latitanti più pericolosi del paese. “Il suo prolungato stato di latitanza – si leggeva nella motivazione della sentenza del Tribunale dei Minori di Reggio Calabria – ha privato i figli dell’ineliminabile figura paterna e del ruolo che essa è chiamata a svolgere nel’equilibrata formazione del carattere”. Un’assenza sanzionata con la perdita della patria potestà. Un attacco alla sacralità delle ‘ndrine che sul vincolo di sangue fondano la loro forza e il loro predominio sul territorio; che sul concepimento di figli durante la latitanza fondano il proprio riscatto agli occhi di quella giustizia che non riconoscono e che oltraggiano costantemente. Una svolta nella lotta alla ‘ndrangheta si è rivelato il documento sottoscritto dall’allora procuratore aggiunto Salvatore Boemi e dai sostituti Nicola Gratteri, Domenico Galletta, Giuseppe Lombardo. In esso si legge di diritto del minore ad un’alternativa alla famiglia mafiosa e di protezione del minore dal contesto di illegalità e sudditanza, cui sarebbe incolpevolmente condannato per solo fatto di discendenza. “ La famiglia di ndrangheta assume tutte le caratteristiche di un vero e proprio clan, di un centro di imputazione di interessi affaristici e illegali inconciliabili con quelli dello Stato e della sue istituzioni, alla stregua di una cellula terroristica con finalità eversive e destabilizzanti dell’ordine democartico”. In questi termini si è espressa la DDA di Reggio Calabria all’atto di chiedere la privazione di De Stefano della patria potestà. Un provvedimento che è una sfida, attesa la rilevanza costituzionale che assumono la famiglia e l’educazione dei figli nel nostro ordinamento giuridico e attesa la centralità della famiglia nelle dinamiche della mafia calabrese, e che finora aveva consentito una così pregnante invasività solo nella sfera delle persone condannate in via definitiva all’ergastolo. Un varco importante che deve essere tuttavia percorso fino in fondo per la tutela di intere generazioni, futuro di mafia o di legalità per sé stessi e per il territorio in cui vivono. Un sfida che pare scuotere gli ambienti mafiosi che hanno a “cuore” due cose: la famiglia e il patrimonio. Due strumenti di potere.

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