giovedì 18 dicembre 2008

Il nuovo autunno caldo dell'ingiustizia italiana

segnalato da Anna Linsoni


LA STORIA si ripete. Dopo il pm di Catanzaro Luigi De Magistris tocca ai colleghi salernitani Gabriella Nuzzi e Dionigi Verasani diventare protagonisti del nuovo autunno caldo dell'ingiustizia all'italiana. Per i due magistrati, "colpevoli" di avere messo le mani nel marcio della Calabria, pochi giorni fa il Csm ha avviato le procedure di trasferimento. Sono accusati di avere utilizzato metodi poco ortodossi, nelle perquisizioni disposte nei confronti di sette magistrati della Procura di Catanzaro ed eseguite il 2 dicembre scorso, il primo giorno di quella che ormai è passata allo storia come la "guerra tra le Procure". Una frase fatta. Un modo semplice e comodo per sintetizzare la gravità di fatti che non hanno precedenti nella storia giudiziaria italiana e per spostare l'attenzione dell'opinione pubblica dal contenuto dell'indagine di Salerno alle modalità con cui l'indagine è stata portata avanti.
La storia si ripete. Identica ad un anno fa, anche sotto questo aspetto. Allora bisognava far dimenticare ai cittadini "Why not" e "Poseidone", i soldi dei calabresi finiti letteralmente a mare, i posti di lavoro venduti al miglior offerente, le elezioni viziate da accordi e ricatti. Oggi cambiano i protagonisti, ma restano immutate forma e sostanza di un modo d'agire che ha il marchio del made in Italy, che cerca di rendere la magistratura sempre più casta e le leggi sempre più inutili. In quest'ultimo scorcio d'autunno, infatti, è toccato ai pm Gabriella Nuzzi e Dionigio Verasani squarciare il velo sui nuovi scandali di Calabria. Appoggiati dal procuratore capo Luigi Apicella e da altri quattro colleghi salernitani, Nuzzi e Verasani hanno creduto di poter portare a compimento alcune indagini delicatissime. Non hanno scelto loro di indagare. È il lavoro in quel distretto giudiziario che glielo impone. Nella rovente estate del 2007 si sono ritrovati tra le mani denunce scottanti, hanno scavato, cercato di capire, verificato, interrogato. Quello che hanno creduto di trovare sotto il tappeto è il marcio più marcio che si sia mai visto da anni. Legami perversi tra politica e magistratura, tra imprenditoria e magistratura, tra potere e magistratura. Collusioni, corruzione, indagini inquinate, processi in vendita. Tutto e ancora di più. Hanno delineato un quadro devastante, nelle 1700 pagine del decreto di perquisizione con cui il 2 dicembre si sono presentati a Catanzaro. Quel decreto oggi è stato reso pubblico: si trova facilmente su internet e chiunque può leggerlo per rendersi conto delle motivazioni che hanno portato all'emissione di numerosi avvisi di garanzia per reati gravissimi. Sotto accusa vengono messi i vertici della magistratura catanzarese, gli stessi che – a poche ore dalle perquisizioni – hanno pensato bene di firmare dei "contro-avvisi" di garanzia, accusando i colleghi campani di abuso d'ufficio, e che oggi sono travolti dalla stessa procedura di trasferimento del Csm (Salvatore Curcio, Alfredo Garbati e Domenico De Lorenzo). Avviso contro avviso, dunque. Sequestro contro sequestro. Di quelle famose carte dell'inchiesta "Why not", che la Procura di Salerno chiede inutilmente da un anno a quella di Catanzaro. Un paradosso giudiziario che lascia attoniti i semplici cittadini, ma che nessuno si è sforzato di commentare. Anzi, la maggior parte delle voci che si sono levate negli ultimi giorni, hanno gridato pesanti atti d'accusa contro i pubblici ministeri di Salerno, colpevoli di avere usato metodi troppo invasivi nei confronti dei colleghi e di avere messo in piedi un teorema che viene definito inconsistente, secondo il quale, nel capoluogo calabrese sarebbe stato ordito un vero e proprio complotto per far trasferire De Magistris e bloccare così le sue inchieste. La stessa Anm, l'organo teoricamente deputato a difendere i magistrati, ha tacciato Apicella e i suoi sostituti di facile protagonismo, mentre il Csm ha aperto una procedura disciplinare che, con tutta probabilità, finirà con il trasferimento dei magistrati "incriminati" e l'oblìo delle inchieste su Catanzaro.
La storia si ripete. Identica a se stessa e, se possibile, ancora più crudele. Nel silenzio di un'informazione allineata a schemi precostituiti e nel clamore di una politica che aspettava solo l'occasione per affrettare il varo di una pessima riforma della giustizia. I cittadini, dal canto loro, guardano e non capiscono. In realtà, non ne hanno la possibilità. Perché nel baillame degli ultimi giorni, pochi dicono che la Procura della Repubblica di Salerno stava svolgendo le funzioni che la legge gli assegna, ovvero stava indagando su eventuali reati che sarebbero stati compiuti dai colleghi in servizio a Catanzaro. Nessuno si affanna a precisare che le indagini sono ancora in corso e che, in ogni caso, gli indagati "eccellenti" avranno la possibilità di difendersi e dimostrare le propria innocenza nei numerosi gradi di giudizio che la giustizia italiana prevede per tutti i cittadini. Purtroppo è quel "per tutti" che, in questa storia, sta venendo pericolosamente meno. Perché già per la seconda volta, nel giro di due anni, capita che le indagini che lambiscono i rapporti perversi tra la politica, l'imprenditoria e la magistratura vengano fermate con metodi violenti. Con un accanimento che trasuda ansia di mettere la parola fine ad inchieste che potrebbero rivelare segreti inconfessabili. Se così non fosse, perché fermarle? Perché usare diversi metri e diverse misure se gli indagati sono parlamentari e magistrati oppure semplici cittadini? Forse che l'Italia non è più una democrazia? Guardando ciò che sta accadendo tra Catanzaro, Roma e Salerno, sembrerebbe proprio di no.

da liberainformazione.org

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