lunedì 22 dicembre 2008

Berlusconi: con gli indagati ci parlo io, e li candido

di Natalia Lombardo


«Io ho il 72 per cento del consenso, e questo la dice lunga sulla fiducia che hanno gli italiani di questi magistrati politicizzati».
Mette in scena un plebiscito su se stesso, Berlusconi, vincendo persino sul corso della giustizia. Silvio assolve se stesso e assolve i tanti parlamentari (25) condannati anche in via definitiva e la trentina di indagati che siedono in Parlamento. Anzi, fa capire di candidarli proprio perché hanno dei guai con la giustizia che, comunque, considera un'arma di battaglia politica. Il solo parlare di indagati è «una provocazione». «Quando abbiamo deciso di inserire nelle liste elettorali delle persone su cui esistevano indagini o procedimenti della magistratura lo abbiamo fatto sempre a ragion veduta. Cioè ascoltando e conoscendo queste persone».

Il premier fa capire quindi di avere offerto loro il protettivo ombrello parlamentare. E dà per scontato che ogni accusa dei magistrati sia «un'arma di battaglia politica contro l'avversario». Anche quando ad accusare sono dei camorristi. Naturalmente mette in prima fila se stesso, fra le «vittime» dei pm, ma «ho vinto le elezioni con 10 punti in più» quindi agli italiani non interessa, evidentemente.
Sottotono, molto attento a mostrarsi moderato (ma esageratamente "abbronzato" per il trucco), nella conferenza stampa di fine anno a Villa Madama, il presidente del consiglio ripete come un disco il solito repertorio del vanto di governo. Esclude la possibilità di sedersi a un tavolo con Veltroni, immedesimandolo con Di Pietro, anche se si tiene alla larga dal dare giudizi sul segretario Pd. Il dialogo? «Sarebbe una farsa, come posso sedermi a un tavolo con chi mi paragona a Hitler o a un dittatore argentino?».

Però preferisce ch ci sia «un'opposizione magari violenta» perché senza «non sarebbe una democrazia». Berlusconi auspica una riforma condivisa sulla giustizia (con il ministro Alfano, giovane della "nouvelle vague" seduto in prima fila, ma fa sapere che «la riforma è pronta con il punto cardine della separazione delle carriere» e sarà presentata al primo consiglio dei ministri di gennaio.
Quanto al disegno di legge sulle intercettazioni, il premier è intenzionato a cambiarlo, magari con «un emendamento del governo». Perché il ddl, spiega, in Parlamento deve «avere una soluzione più restrittiva». Ovvero vietare le intercettazioni sui reati contro la pubblica amministrazione. Comunque invita ad «andarsene» il sindaco di Napoli, Rosa Russo Iervolino, e il Governatore campano, Bassolino.
Da mesi Berlusconi ripete il suo copione. Non vede neppure un suo successore, perché «non mi diverto a stare a Palazzo Chigi», dice sornione, e si augura che "nel 2013", alle prossime elezioni, «nel centrodestra si trovi qualcuno che possa sostituirmi».
Per ora, quindi, non c'è. Ritorna senza convinzione sulla possibilità di cambiare la legge elettorale per le europee, e poi si lancia sulla via del presenzialismo.

Un Berlusconi di cera, impermiabile a ogni domanda. Sulla crisi vanta le poche cose fatte dal governo, e ripete che i dipendenti pubblici non hanno di che preoccuparsi perché lui ha «messo in sicurezza le banche e i loro risparmi». Un’Italia che dovrebbe stare bene, secondo le sue visioni delle cose e per come ha dipinto il Paese uscito dai suoi mesi di governo.
Perché allora i cittadini non spendono, quindi?

da l'unità.it

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