lunedì 10 novembre 2008

I mandanti occulti - La pista americana

Scritto da Gianni Barbacetto e Salvo Palazzolo

Quanti misteri restano nelle indagini sulle stragi di mafia del 1992-93: il biennio in cui è nata la nuova mafia, ma anche la nuova politica. Allora la parola-chiave era: trattativa. Tra gli uomini di Cosa nostra e lo Stato. E oggi?


C’è una nuova «pista americana» nelle indagini sulle stragi di mafia del 1992-93. Una traccia che parte dalla Sicilia e arriva negli Stati Uniti, attraverso un’inedita trattativa. Ed è l’ennesimo enigma che si aggiunge ai già numerosi misteri accumulati, in dodici anni d’indagini e processi, a proposito del biennio cruciale della storia italiana recente, quello in cui nasce la «seconda Repubblica».

L’ultimo tassello di questa nuova «pista americana» lo mette Paolo Bellini, un fascista che, dopo essere uscito dalla storia dell’eversione di destra degli anni Settanta, è entrato in quella dei rapporti tra la mafia e gli apparati dello Stato. Ai magistrati di Palermo che indagano sulla trattativa a suon di bombe del 1992-93, Bellini è tornato a riferire le confidenze ricevute da Antonino Gioè, uno degli esecutori materiali della strage di Capaci in cui fu ucciso Giovanni Falcone: «Questo mi disse Antonino Gioè nel nostro ultimo incontro, in una cava di Altofonte», detta a verbale Bellini. «Gioè mi raccontava di Capaci e ripeteva: “Ci hanno consumati”, “Ci hanno usati”. E poi mi spiegò che Riina aveva un ulteriore canale di trattativa, con lo scopo di ottenere benefici per l’organizzazione mafiosa. Era una trattativa triangolare fra l’Italia e gli Stati Uniti d’America, nel senso che Cosa nostra aveva dei tramiti negli Stati Uniti per una trattativa da condurre in porto con ambienti italiani che Gioè non mi disse». Svelò soltanto che i «tramiti negli Stati Uniti» erano in contatto con alcuni «parenti americani di Totò Riina».

Chi sono i protagonisti di questa «trattativa triangolare» tra le due sponde dell’Atlantico? Si sono messi a caccia di risposte i pubblici ministeri palermitani Antonio Ingroia e Domenico Gozzo, con gli investigatori della Dia (la Direzione investigativa antimafia). Nel frattempo, un altro tassello della «pista americana» è stato messo da Antonino Giuffrè, braccio destro di Bernardo Provenzano, ultimo dei grandi «pentiti». È anche in America che è stata decisa la morte di Giovanni Falcone, sostiene Giuffrè. Poco prima delle stragi, infatti, i cugini americani della famiglia Gambino mandarono un loro avvocato a Palermo, alla ricerca di contromisure ai danni causati anche oltreoceano dalle dichiarazioni dei «pentiti» Tommaso Buscetta e Francesco Marino Mannoia. All’epoca, quell’avvocato fu pedinato dalla polizia che indagava sul libromastro delle estorsioni commesse dal clan Madonia-Galatolo, ma nessuno sapeva che cosa fosse davvero venuto a fare in Sicilia e come mai ricevesse così tante visite all’elegante hotel Villa Igiea di Palermo. Lo ha spiegato, oggi, Giuffrè, raccontando le lamentele che arrivavano dall’America per l’azione di Falcone e dei suoi colleghi siciliani.
Ma più in là di questo, a Palermo non è stato possibile andare: i tempi rigidi imposti dal codice di procedura penale hanno imposto l’archiviazione delle indagini sulla pista americana e sulle altre trattative messe in campo dai boss nella stagione delle stragi. A Caltanissetta, però, c’è ancora tempo per cercare risposte. E Giuffrè è stato riascoltato, in quella che ormai è l’indagine numero tre, ancora in corso, sui «mandanti occulti» delle stragi del 1992. Tracce americane, comunque, sono ben visibili anche nei processi già celebrati per l’eccidio di Capaci: sono in quel pasticcio combinato dagli esecutori materiali della strage Falcone con i cellulari. Antonino Gioè, intuendo che i telefonini lasciassero tracce delle comunicazioni effettuate, si era premunito utilizzando un cellulare fantasma. Attivato grazie alla complicità di una talpa all’interno della Telecom. Gioè chiamava da un numero che risultava disattivato da mesi. Ma le tracce sono rimaste ugualmente. E la Dia ne ha segnato il percorso. Al processo per la strage di Capaci, l’avvocato Salvatore Petronio, difensore dell’imputato Salvatore Biondino, comincia a bersagliare di domande una funzionaria della Dia, la dottoressa Maria Luisa Pellizzari, a proposito dell’utenza telefonica di tale Andrea Di Matteo, imprenditore, cugino di Mario Santo Di Matteo, uno degli esecutori della strage. È lo 0337.893266, attivato il 19 marzo 1991 e disattivato il 21 aprile 1992, sei giorni dopo che l’intestatario aveva presentato una denuncia di furto dell’apparecchio telefonico. Ma il cellulare continuò misteriosamente a funzionare fino al 16 ottobre di quell’anno: chiamava altri componenti del commando di Capaci (le utenze ufficiali di Gioacchino La Barbera e di Antonino Gioè) e due donne che risultarono poi legate a quest’ultimo da rapporti sentimentali. Era, con tutta probabilità, lo stesso Gioè a utilizzare il telefonino fantasma. Il 23 maggio 1992, il giorno della strage, chiamò più volte un numero americano, del Minnesota, che ha impegnato non poco gli inquirenti: 001.612.77746990. Alle 15.17, per 40 secondi; alle 15.38, per 23 secondi; alle 15.43, per 522 secondi. Chi rispondeva, dal Minnesota? Le indagini non hanno risolto il giallo di questo terzo tassello americano delle stragi.
A chi conosce le storie di mafia torna in mente un’altra strage, quella del 29 luglio 1983, in cui Cosa nostra uccise il consigliere istruttore Rocco Chinnici. Il giorno dopo, l’Fbi intercettò negli Stati Uniti un mafioso di Bagheria, Gino Mineo, al telefono con un misterioso interlocutore a Palermo: «Hanno messo Tnt nella macchina, lui è morto, con la scorta e il portiere e altre 15 persone sono rimaste ferite». Non ci fu bisogno neppure di fare il nome di Chinnici. I cugini americani, evidentemente, già sapevano. All’epoca, fra la Sicilia e l’America era in corso la Pizza connection, il più grande affare di droga mai realizzato dalla mafia.


ALFA E BETA. La «pista americana» corre in un terreno minato, molto più vasto e complesso: quello dei misteri rimasti insoluti dietro le stragi. La parola-chiave è trattativa. Le bombe del 1992-93 sono state gettate sullo scenario di rapporti con lo Stato da attivare, di referenti politici da agganciare. La prima pista, percorsa dalla procura di Caltanissetta a caccia dei «mandanti a volto coperto» delle stragi, è stata quella che ha ipotizzato il coinvolgimento di un certo «Alfa» (Silvio Berlusconi) e di un certo «Beta» (Marcello Dell’Utri) nella stagione delle nuove interlocuzioni mafiose fra la Prima e la Seconda Repubblica. È stata archiviata il 3 maggio 2002. Un’inchiesta analoga della magistratura di Firenze aveva indagato un certo «Autore 1» (Berlusconi) e un «Autore 2» (Dell’Utri), ma era stata chiusa il 14 novembre 1998.
Già allora, la lettura dei decreti di archiviazione non tranquillizzava affatto, anzi finiva per accrescere le incertezze sui mandanti esterni. Scriveva infatti il giudice per le indagini preliminari di Firenze: «Le indagini svolte hanno consentito l’acquisizione di risultati significativi solo in ordine all’avere Cosa nostra agito a seguito di input esterni». Chi diede questi input? Il mistero è rimasto, ma i due indagati di allora, Berlusconi e Dell’Utri, hanno «intrattenuto rapporti non meramente episodici con i soggetti criminali cui è riferibile il programma stragista». Questa fu la conclusione del giudice di Firenze, che concedeva così all’ipotesi iniziale «una sua plausibilità», nonostante di riscontri veri e propri alle accuse dei collaboratori di giustizia non ne fossero arrivati. Il gip di Caltanissetta ha aggiunto: «Gli atti al fascicolo hanno ampiamente dimostrato la sussistenza di varie possibilità di contatto tra uomini appartenenti a Cosa nostra ed esponenti e gruppi societari controllati in vario modo dagli odierni indagati. Ciò di per sé legittima l’ipotesi che, in considerazione del prestigio di Berlusconi e Dell’Utri, essi possano essere stati individuati dagli uomini dell’organizzazione quali eventuali nuovi interlocutori».
Ma poi la trattativa andò in porto? Dell’Utri resta indagato a Palermo, per concorso esterno in associazione mafiosa, e il processo si concluderà entro la fine dell’anno. La requisitoria della procura lo accusa: «I suoi buoni rapporti con gli uomini di Cosa nostra sono sopravvissuti agli anni del terrore, il 1992-93. Nella transizione fra Prima e Seconda Repubblica, nella trattativa mafiosa per la ricerca di nuovi referenti, Dell’Utri è ancora una volta indispensabile per Cosa nostra». È lo scenario in cui nasce Forza Italia. «Da uomo d’affari», scrivono i pm Nico Gozzo e Antonio Ingoia, «Dell’Utri diventa politico: è Cosa nostra che ne agevola l’ingresso dalla porta principale del mondo delle istituzioni». E subito le stragi si bloccano. L’attentato degli attentati, preparato per l’inverno 1993 allo stadio Olimpico di Roma, dopo un tentativo fallito, non si ripeterà più.


MAFIA & APPALTI. I grandi cambiamenti del biennio in cui muore il vecchio sistema dei partiti e in cui trema l’intero establishment economico forse non sono spiegabili con una causa sola. Così la procura di Caltanissetta ha continuato a indagare sui «mandanti occulti», cercando nei meandri dei rapporti fra boss e grandi imprenditori, sullo sfondo di Tangentopoli, che in Sicilia diventa Mafiopoli. Anche questa indagine bis su mafia e appalti è finita archiviata, nel novembre 2003. Però ha fissato in maniera chiara i contorni del mistero, soprattutto ha segnato la strada su cui si dovranno cercare i mandanti occulti: la strada della trattativa tra mafia e Stato, che Paolo Borsellino – i giudici ne sono certi – aveva scoperto. «Per questo», assicura il boss Giovanni Brusca, «fu impressa un’accelerazione al progetto di ucciderlo».
I magistrati di Caltanissetta hanno affidato domande pesanti a una richiesta di archiviazione che suona piuttosto come un invito a proseguire le indagini: «Quando sarebbero iniziate queste trattative? Prima o dopo la strage di via D’Amelio? Chi vi ha preso parte? Solo l’ex sindaco Vito Ciancimino o anche altri della zona grigia dei sostenitori della mafia? Quale contenuto aveva esattamente, in entrambe le direzioni, dallo Stato alla mafia e ritorno?». E soprattutto: «Che cosa arriva a Riina?».


I DUE CANALI DEL «PAPELLO». E poi c’è il «papello», la lista delle richieste avanzate da Totò Riina alle istituzioni. Quel «pezzo di carta» – come l’ha chiamato il «pentito» Salvatore Cancemi – che il capo di Cosa nostra ha agitato nella riunione della Commissione di Cosa nostra tenuta subito dopo la strage di Capaci. Le richieste andavano dall’abolizione dell’ergastolo al ridimensionamento del ruolo dei pentiti, dalla revisione del maxiprocesso di Palermo alla liberazione di alcuni uomini d’onore. E, prima di tutto, l’abolizione del carcere duro, quello introdotto dopo le stragi dall’articolo 41 bis dell’ordinamento penitenziario. Quelle richieste furono sventolate a uomini dello Stato che «si erano fatti sotto».
Ormai sappiamo che il colonnello Mario Mori, allora vicecomandante del Ros (il Reparto operativo speciale dei carabinieri), dopo le stragi del 1992 andò con il capitano Giuseppe De Donno da Vito Ciancimino, ex sindaco di Palermo e uomo dei corleonesi. E sappiamo che un altro carabiniere, il maresciallo del Nucleo tutela patrimonio artistico Roberto Tempesta, aveva affidato alla «fonte confidenziale» Paolo Bellini un elenco di opere d’arte da recuperare, attraverso l’intervento di Cosa nostra. Dove arrivarono, davvero, questi due canali di trattativa?
Sappiamo che Ciancimino si mise in contatto con Antonino Cinà, che a sua volta parlò con Totò Riina. Bellini, invece, trattò con Antonino Gioè e le sue parole arrivarono fino a Giovanni Brusca e poi a Riina. Intanto, il tritolo esplodeva, in Sicilia e a Firenze, e a Roma, e a Milano. Il colonnello Mori e il capitano De Donno hanno detto di aver contattato l’ex sindaco di Palermo, ma solo per indurlo alla collaborazione. E il pm di Firenze Giuseppe Nicolosi ha precisato all’Ansa: «In questo caso la parola trattativa viene usata per semplificare. In realtà, noi abbiamo sempre parlato di «ritenuta trattativa da parte di Cosa nostra». Nel senso che quei contatti potrebbero aver convinto Cosa nostra che lo Stato fosse pronto a scendere a patti dopo Capaci e via D’Amelio. Tant’è che, quando il negoziato segnò il passo, la mafia si rifece viva con le stragi dell’estate 1993».
I magistrati di Caltanissetta, comunque, hanno sottolineato i punti ancora non chiari con le loro domande: «La trattativa ha avuto un risvolto politico? E in questo caso, accanto a chi (o spinta da chi) Cosa nostra ha agito politicamente, e i suoi tentativi di dialogo hanno trovato qualche interlocutore nelle istituzioni?». E ancora: «Che cosa aveva capito esattamente Borsellino? E che cosa intendeva fare?».
Fanno eco i magistrati di Palermo che, nel chiudere – per il momento – le indagini sul «papello», hanno glossato e riproposto le domande dei colleghi nisseni: «Prevalgono ancora molti buchi neri sulle varie fasi della trattativa svoltasi a cavallo dello svilupparsi della strategia stragista del 1992-93, anche a causa delle non poche contraddizioni irrisolte fra le versioni dei vari protagonisti della vicenda». Eccole, le contraddizioni.
La prima: «Si vedano i contrasti fra le dichiarazioni di Bellini e quelle di Brusca», indicano i pm. Brusca infatti continua a sostenere che fu Bellini a suggerire a Gioè di spostare la strategia stragista sul patrimonio artistico. Bellini giura che fu invece Gioè il primo a parlargliene («Che cosa ne direste se svegliandovi una mattina non trovaste più la Torre di Pisa?»). L’unica cosa certa è che, dopo Capaci e via D’Amelio, Cosa nostra aprì la serie degli attentati a edifici d’arte (l’Accademia dei Georgofili a Firenze, il Padiglione d’arte contemporanea a Milano, le basiliche di San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma). Intanto Gioè fu arrestato. E il 29 luglio 1993 fu trovato impiccato in una cella di Rebibbia. Referto ufficiale: suicidio.
La seconda: «Si vedano le contraddizioni fra le dichiarazioni del maresciallo Tempesta e quelle del prefetto Mario Mori», sottolineano i magistrati. In effetti, il primo sostiene di aver riferito al secondo dell’idea dei boss di colpire obiettivi sorprendenti come la Torre di Pisa. Il generale Mori nega: «Non ricordo alcun riferimento alla Torre di Pisa. Sono portato a escluderlo».
La terza contraddizione: «Si veda la ricostruzione dei fatti di Giovanni Brusca, del tutto confliggente con la versione degli ufficiali dei carabinieri». Brusca, infatti, ha parlato di una trattativa, avviata fra le stragi Falcone e Borsellino, in cui Riina pose le sue condizioni e presentò il suo «papello» ad alcuni referenti istituzionali. E ha avanzato l’ipotesi che quei referenti istituzionali fossero Mori e De Donno. Ma i carabinieri – ne dà atto la sentenza del processo chiamato «Borsellino ter» – «hanno sempre negato di aver mai ricevuto da Ciancimino “un papello” o comunque delle richieste per conto di Cosa nostra, poiché le uniche richieste formulate da Ciancimino erano delle precondizioni per la trattativa, e cioè che i futuri incontri con lui si svolgessero all’estero e che, quindi, gli fosse rilasciato un passaporto. Precondizioni peraltro respinte, perché qualsiasi possibilità di intavolare una trattativa era stata preclusa dalla risposta di Mori, secondo cui interessava loro solo l’arresto di Riina e degli altri capi dell’organizzazione». Dunque con Ciancimino non iniziò mai alcuna vera trattativa, secondo Mori e De Donno. Secondo i giudici di Palermo, che per il momento hanno chiuso il capitolo «papello», il caso resta però aperto.


TRATTATIVA CONTINUA. Ricordando l’ennesimo anniversario delle vittime delle stragi, il procuratore di Palermo Pietro Grasso ha proposto una riflessione: «Ma la trattativa fra Cosa nostra e i nuovi referenti politici individuati come interlocutori fin dal 1992-1993 è finita o continua ancora?». Questa domanda è l’oggetto di alcune inchieste palermitane, sui mandanti occulti dell’omicidio del leader andreottiano Salvo Lima: quell’omicidio inaugurò, il 12 marzo 1992, la stagione delle vendette, delle stragi e delle trattative. L’inchiesta «sistemi criminali», aperta da Roberto Scarpinato e poi condivisa con i colleghi Guido Lo Forte, Antonio Ingroia e Nico Gozzo, ha indagato i rapporti tra Cosa nostra e altri poteri (la politica, l’imprenditoria, la massoneria...). Oggi una nuova indagine, chiamata «sistemi criminali bis» e affidata a Nino Di Matteo, Domenico Gozzo e Annamaria Palma, funziona da canale di comunicazione tra le procure di Palermo, Caltanissetta e Firenze, sotto la supervisione del Servizio stragi della Direzione nazionale antimafia (Dna) voluto dal procuratore Piero Luigi Vigna.
La «sistemi criminali bis» è iniziata proprio con la trasmissione a Palermo di alcuni verbali della Dna: erano i risultati di colloqui investigativi con detenuti, non siciliani, che sono stati in contatto in carcere con esponenti di Cosa nostra. È emerso uno scorcio di verità sulla frettolosa uccisione di un boss trapanese, Vincenzo Milazzo, e della sua compagna, Antonella Bonomo, che era incinta: pochi giorni prima della strage di via D’Amelio, furono strangolati e i loro cadaveri nascosti. «Erano contrari alla strategia stragista di Riina», hanno spifferato le confidenze. Ma è il «pentito» Gioacchino La Barbera ad aggiungere il vero particolare importante: «Fu uccisa anche la donna perché avevamo paura che potesse raccontare quanto gli aveva confidato Milazzo. Lei aveva un parente nei servizi segreti».



IL SENATORE DI COSA NOSTRA. In tanti anni d’indagini sui «mandanti occulti», con tante piste seguite, ce n’è una che è sembrata, per molto tempo, l’ipotesi più concreta. È quella che ruota attorno al ruolo del senatore democristiano Vincenzo Inzerillo ed è stata battuta dalla procura di Firenze. Inzerillo è stato a lungo indagato per concorso in strage dopo le dichiarazioni del «pentito» Vincenzo Sinacori, che lo indicava fra i partecipanti di un incontro segreto tenuto sul finire del 1993 all’Euromare Village, una struttura turistica sulla splendida costa di Campofelice di Roccella, fra Palermo e Cefalù.
Al summit erano presenti anche i latitanti Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano, Matteo Messina Denaro, Peppe Ferro e Nino Mangano: il gotha della strategia stragista, il ristretto gruppo di comando delle stragi. «Inzerillo era l’interfaccia capace di portare il messaggio giusto, con le parole giuste, nella stanza dei bottoni», ha spiegato Giovanni Brusca. Prima assessore alla Casa al Comune di Palermo e poi senatore della Repubblica eletto nel 1993 nel collegio del Brancaccio, Inzerillo era a disposizione di Cosa nostra, e dei Graviano in particolare, boss del Brancaccio. Per loro si era sempre «interessato per mille cose delicatissime e gravi, dove ho potuto arrivare, veramente, con sacrifici». Nel biennio delle stragi, poi, si era occupato soprattutto della situazione carceraria dei boss: «Il suo incarico, in quel periodo, era stato di fare proselitismo in Senato esclusivamente in ambito politico per attuare i contraccolpi negativi delle stragi e per cercare di trovare consensi a una legislazione più favorevole a Cosa nostra», scrive il giudice per le indagini preliminari di Firenze Antonio Crivelli. Un lobbista della mafia. L’ambasciatore contro il 41 bis.
Attivissimo in questa indagine è stato Gabriele Chelazzi, il pm fiorentino morto d’infarto l’anno scorso, che ci si è dedicato senza sosta, come fosse una missione. L’inchiesta si era addentrata nella verifica di un complesso reticolo di relazioni che sembrava mettere in connessione Inzerillo con un professionista di Mazara del Vallo vicino a dirigenti del partito socialista e con i vertici dell’amministrazione penitenziaria. Ma le verifiche non hanno dato grandi risultati. Inzerillo è stato condannato, a Palermo, a otto anni per associazione mafiosa, ma per le stragi è stato invece archiviato, nell’ottobre 2003: il gip Crivelli ritiene provato che Inzerillo fosse «a conoscenza del programma di stragi fin da prima della sua attuazione», che avesse «saputo anche quali erano i luoghi che si intendevano colpire» e che avesse accettato l’incarico di darsi da fare in Senato per ottenere, in questo contesto, leggi a favore dei boss. Del resto ai magistrati fiorentini non sfugge la «non casuale coincidenza temporale» fra le stragi della notte tra il 27 e il 28 luglio 1993, a Milano e a Roma, e le notifiche, iniziate il 20 luglio, dei decreti ministeriali che prorogavano il carcere duro per i boss siciliani trasferiti l’anno prima a Pianosa. Pianosa, in Toscana: la regione punita, il 27 maggio 1993, con la bomba dei Georgofili. Ma poi, secondo il giudice, Inzerillo non riuscì a ottenere risultati. Era addirittura preoccupato per questo: al summit dell’Euromare «si era lamentato delle difficoltà che aveva incontrato in quella attività commissionatagli dai Graviano di attivare consensi a Cosa nostra, manifestando il timore che l’esito negativo delle sue iniziative fosse preso dai Graviano e da Bagarella come manifestazione di disinteresse».
Anche il «pentito» Tullio Cannella ha raccontato di Inzerillo: «Alla procura», scrive il gip Crivelli, «il collaboratore di giustizia ha spiegato che Inzerillo fu da lui avvicinato su mandato dei Graviano, nel luglio 1993, nell’ambito della costituzione del partito Sicilia Libera. Nell’occasione, Inzerillo gli confidò di essere stato messo a conoscenza del programma di stragi fin da prima della sua attuazione e di avere saputo anche quali erano i luoghi che si intendevano colpire. Disse che questa conoscenza gli veniva direttamente dai Graviano e che egli aveva cercato di dissuaderli in quanto aveva detto che si trattava di un errore e che sarebbe stato un danno per Cosa nostra». Dunque Inzerillo aveva fin dall’inizio espresso le sue perplessità «sull’efficacia politica dello stragismo». Anche per questo, alla stretta finale, le accuse contro di lui sono state archiviate.


SILENZIO, PARLA RIINA. Oltre ai magistrati, c’è un altro protagonista che negli ultimi tempi ha preso a chiedere a gran voce la verità sulla trattativa con lo Stato: è Totò Riina. Ha cominciato il 25 marzo 2003, nell’aula del processo per le stragi di Firenze: «Il pentito Di Carlo dice che è stato avvicinato in carcere, in Inghilterra, dai servizi segreti inglesi e americani, che gli chiedevano di fare male a qualcuno. Allora lui gli diede come referente suo cugino di Altofonte, un certo Nino Gioè, che poi sappiamo com’è andato a finire. Quindi io non so più niente di cosa fanno questi servizi segreti, se vennero in Sicilia, se incontrarono Gioè. Però la verità è che quando io mi vengo a fare questo processo di Firenze, mi vengo a trovare Gioè e Paolo Bellini che discutono insieme ad Altofonte». Dopo una pausa, Riina si rivolge direttamente al presidente della Seconda corte d’assise di Firenze: «Ma quanto a Paolo Bellini che affaccia nella strage di Bologna, che affaccia in certi processi e poi non si vede più, ma che ci andò a fare a discutere con Gioè ad Altofonte, dove gli ha detto e gli ha messo in testa di potere fare queste stragi a Firenze, verso Pisa, verso l’Italia?». Poi il finale a effetto: «Signor presidente, io questo Bellini me lo trovo in mezzo ai piedi con i servizi segreti... ma che cosa c’è?».
Riina torna a mandare segnali il 10 marzo 2004, durante un’udienza del processo per quel fallito attentato allo stadio Olimpico che doveva concludere con un gran botto e tanto sangue la stagione delle stragi e invece fu sospeso: «Signor presidente, la verità è che io forse allo Stato servo per parafulmine, perché tutto quello che succede in Italia e che è successo in Italia, all’ultimo si imputa a Riina». E giù ancora con la storia di Gioè (il «cugino») e Bellini (il «terrorista»):«Il cugino, poverino, si è messo a disposizione però poi c’ha lasciato le penne. E quindi questo qua c’andava per esempio a trovarlo pure il terrorista per commettere delitti, che questo terrorista... si cita, l’avvocato mio, Cianferoni, e altri lo citano per essere citato, però non si deve citare questo testimone perché gliel’ha mandato i servizi segreti, era mandato del colonnello Conforto (Roberto Conforti, ex comandante del Nucleo tutela patrimonio artistico, ndr) che oggi è generale». Riina si concede anche una lezione di moralità: «Cercare la verità non è che significa commettere delitti, la verità sta bene a tutti, signor presidente, può stare pure bene a me. Ma perché mi si deve condannare per le cose che io non so, che io non ho commesso e che io non ho fatto?».


CHI HA VENDUTO RIINA. Il padrino che si è intestato la strategia delle stragi è in cella ormai dal 15 gennaio 1993. Ma delle modalità del suo arresto si discute ancora, come della mancata perquisizione della casa dove viveva. Dopo anni d’indagini su questi misteri, i magistrati della procura di Palermo hanno chiesto l’archiviazione delle accuse nei confronti dei carabinieri che fecero l’operazione Riina, il colonnello Mori e il capitano Ultimo. Ma il giudice per le indagini preliminari Vincenzina Massa, invece di archiviare subito, ha deciso di discutere in udienza la richiesta della procura.
Nei giorni scorsi, Mori e Ultimo si sono presentati davanti al giudice per spiegare che non ci fu alcun mistero in quella perquisizione effettuata 18 giorni dopo l’arresto del capo dei capi. Nessun intento di favorire i boss, che intanto avevano ripulito il covo. A giorni, il giudice comunicherà la sua decisione. L’inchiesta ha comunque già confermato un sospetto: Riina fu tradito da una soffiata interna alla Cosa nostra che aveva tentato di creare a sua immagine. Non ci sono più dubbi: un verbale agli atti dell’inchiesta sul covo, oggi pubblico, spiega che l’arresto e il repentino pentimento di Balduccio Di Maggio, in Piemonte, non fu casuale. Il tenente colonnello dei carabinieri Domenico Balsamo ha spiegato ai pm di Palermo che, nell’autunno 1992, «l’indicazione confidenziale» arrivò a un appuntato in servizio alla stazione di San Giuseppe Jato e a un maresciallo del Gruppo Palermo 2 di Monreale. Un gruppo di carabinieri partì subito dalla Sicilia per il Piemonte, destinazione Borgomanero. Poi fu chiesto alla procura di Palermo l’autorizzazione a intercettare l’utenza di tale Natale Mangano, che si rivelò il tramite giusto: l’8 gennaio 1993 una perquisizione nella sua officina portò al ritrovamento di un’arma e all’arresto di Balduccio Di Maggio.
Quando però i carabinieri di Monreale arrivarono in caserma, c’era già un numero spropositato di ufficiali a interrogare quello sconosciuto fermato per un’arma non denunciata. «Di Maggio si trovava a colloquio con il generale Delfino, comandante della Regione Piemonte, e con numerosi ufficiali e sottufficiali», ha confermato Balsamo ai pm di Palermo, «naturalmente la cosa mi stupì un po’ e chiesi, unitamente ai miei uomini, di partecipare all’incontro per svolgere il lavoro per il quale ero stato inviato a Novara. Dopo una breve ma intensa trattativa, solo io fui ammesso a partecipare al colloquio con Di Maggio, con la motivazione che lo stesso non intendeva incontrare persone che provenivano o che lavoravano in Sicilia».
In quel primo verbale, Di Maggio vergò a mano uno schizzo della zona di Palermo attorno a via Leonardo da Vinci: «dove ho visto Riina», disse, «insieme a Raffaele Ganci». Curiosa coincidenza: a settembre, un’altra fonte confidenziale aveva rivelato al comandante della stazione di Terrasini, Antonino Lombardo (che poi si ucciderà in caserma), che Riina era spesso accompagnato da Antonino Ganci. Gli uomini del capitano Ultimo avevano già iniziato i pedinamenti del clan Ganci, ma senza risultati. Fu il contributo di Di Maggio, che parlò anche degli imprenditori Sansone, a essere determinante. E nel giro di una settimana si portò a compimento l’operazione Riina. Cosa nostra si preparava già ad avere un nuovo capo, Bernardo Provenzano, l’uomo che aveva cominciato a lavorare alla fase del dopo-stragi prima ancora che le stragi fossero attuate.
Il «pentito» Giuffrè ci ha descritto Provenzano intento a curare un singolare sondaggio. Erano le settimane precedenti all’assassinio di Giovanni Falcone: «Provenzano voleva cogliere lo stato d’animo di determinati ambienti (imprenditoriali, politici, massoni) e i possibili riverberi dell’uccisione di Falcone e Borsellino». Gli avrebbero fatto da consulenti i componenti del suo gruppo ristretto di fidati: «Tommaso Cannella, Pino Lipari, Gino Scianna, Vincenzo Giammanco, Vito Ciancimino». Ora anche la pista del «sondaggio» è finita nell’inchiesta (la terza sulle stragi) della procura di Caltanissetta. Di certo, arrestato Riina e esaurita la spinta delle bombe, Provenzano predicò l’inabissamento e la riforma di Cosa nostra, come se il dialogo con lo Stato a colpi di tritolo si fosse concluso con successo.
L’IMPUNITÀ. Il metro della sconfitta nella lotta alla mafia è questo: Provenzano resta latitante da 41 anni e della strage in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e i ragazzi della sua scorta non conosciamo neanche tutti gli esecutori. Altro che indagini sui mandanti occulti. L’esercito dei «pentiti» non ha saputo fare i nomi di chi operò in via D’Amelio, quel 19 luglio del 1992, per premere il pulsante dell’esplosivo. E alla procura di Caltanisetta si sono ritrovati a dover riesaminare tutto daccapo. Con un paio di misteri aggiuntivi: l’agenda di Borsellino trafugata dal luogo della strage; e una misteriosa sequenza di contatti telefonici che hanno fatto dire al consulente informatico della procura Gioacchino Genchi che c’è puzza di servizi segreti dietro quella strage.
Le verifiche sono ricominciate: in questi mesi la procura di Caltanissetta ha delegato accertamenti alla Dia, sollecitata dalla sentenza del processo Borsellino bis d’appello del marzo 2002 in cui è scritto: «I vuoti di conoscenza che tuttora permangono nella ricostruzione dell’intera operazione che portò alla strage di via D’Amelio possono essere imputati anche a carenze investigative non casuali». Il riferimento annotato dal presidente della corte, Francesco Caruso, era proprio alla deposizione di Genchi che al processo aveva riferito, per la prima volta in pubblico, delle indagini su mafia e servizi condotte con l’allora capo della squadra mobile palermitana, Arnaldo La Barbera. Ma quelle indagini durarono poco, furono subito bloccate. «Una deposizione importante e inquietante», dice la sentenza del Borsellino bis. Quelle «carenze investigative non casuali», affermano i giudici, possono essere state «un limite» che «può aver condizionato l’intera investigazione sui grandi delitti del 1992, come è spesso capitato per i grandi delitti del Dopoguerra in Italia, quasi esista un limite insormontabile nella comprensione di questi fatti che nessun inquirente indipendente debba superare». Ecco: come spesso accade in questa storia di bombe e trattative, un atto finale d’indagine – una sentenza, un’ordinanza – invece di mettere la parola fine invita ad andare avanti, a riprendere le ricerche.


DODICI ANNI. Ne è passato davvero tanto, di tempo. Perché le inchieste sono complicate, le prove quasi impossibili da trovare. Ma anche perché a volte gli investigatori avevano diverse prospettive d’indagine. Il caso più clamoroso è quello cresciuto attorno alla maxi consulenza ordinata dai pm di Palermo sui telefonini dei boss di Castellammare del Golfo, Gioacchino Calabrò. Da quelle ricerche sono emersi molti contatti con gli stragisti di via D’Amelio. Ma a Caltanissetta questa indagine non è mai decollata. Ecco i fatti: nei giorni precedenti la strage Borsellino, uno dei cellulari clonati utilizzati dai capimafia del trapanese, lo 0337.863695, intestato ad Antonietta Castellone, è in contatto con un misterioso ospite nel più esclusivo albergo di Palermo, il Villa Igiea.
I tabulati della Telecom dimostrano la spiccata vocazione manageriale di Calabrò e dei suoi: quel cellulare clonato resta in funzione dal 21 ottobre 1991 al febbraio 1993. Sono 2.845 i contatti che i magistrati di Palermo verificano fra Sicilia e Stati Uniti, Germania, Malta e Slovenia. Non c’è da meravigliarsi: già due sentenze hanno accertato il coinvolgimento del gruppo di Castellammare del Golfo nel traffico internazionale d’armi.
Ma il telefonino con il numero clonato di Antonietta Castellone viene scoperto il 15 febbraio 1993, nel corso di un blitz che porta all’arresto di quattro latitanti a Calatafimi, in provincia di Trapani (Antonino Alcamo, Vincenzo Melodia, Vito Orazio Diliberto e Pietro Interdonato). Probabilmente, si convincono gli inquirenti, non è l’unico apparecchio a funzionare con il medesimo numero. Di certo, di quella clonazione beneficiavano uomini d’onore del trapanese. «Era in uso alla famiglia di Alcamo-Castellammare», hanno ribadito i magistrati della procura antimafia di Palermo nell’ordinanza d’arresto che ha svelato i retroscena di molti dei delitti commessi dalle cosche trapanesi.
Il consulente Gioacchino Genchi incrocia i numeri del lungo tabulato fornito dalla Telecom e si sofferma sul mese di luglio. Il 13, dal cellulare denominato ormai in codice «Castellone» viene chiamato l’hotel Villa Igiea. Così anche il giorno dopo. Il 16, risalta una telefonata alla società Elenka; poi, un nuovo contatto con l’albergo. Ma subito prima e subito dopo, il «cellulare Castellone» chiama il numero di casa di un boss di Castellammare, come se il possessore del telefonino avesse fatto da tramite con il misterioso ospite di Villa Igiea.
Il 17 luglio, una chiamata in Germania; poi, alle 15.43 e alle 20.31, torna Villa Igiea, con comunicazioni di lunga durata. Sono i giorni in cui Gioacchino Calabrò e altri boss uccidevano il capomafia «ribelle» di Alcamo, Vincenzo Milazzo, e la sua convivente, Antonella Bonomo, sospettata di essere in contatto con un agente dei servizi segreti. Sono i giorni in cui altri boss organizzavano la strage Borsellino. Ufficialmente Calabrò e i suoi non sono mai stati indagati per l’eccidio di via D’Amelio. I magistrati di Caltanissetta avevano chiesto la condanna del padrino del trapanese Mariano Agate come componente della Commissione regionale di Cosa nostra, ma è stato assolto. Dunque nessun elemento a carico dei trapanesi, sul cui conto si indagò anche alla ricerca di tracce che portassero al deposito del Semtex, il micidiale esplosivo di provenienza bellica utilizzato in via D’Amelio.
Eppure, dallo sviluppo del traffico in entrata e in uscita sul cellulare «Castellone», emergono altre telefonate, il 18 e il 19 luglio, che destano più di un sospetto. Ci sono tre chiamate a un’utenza di Villagrazia di Carini, nella stessa zona in cui si trova la villetta dove Paolo Borsellino fu ospite poche ore prima di morire. Solo una coincidenza? Ce n’è anche un’altra, di coincidenza: il cellulare clonato interrompe di colpo i suoi contatti il pomeriggio della strage, tra le 14.19 (ora dell’ultima telefonata con destinazione Germania) e le 19.43.
Nei giorni successivi, il 21 luglio, alle 8.46, riprende a funzionare. Chiama un’utenza di Roma intestata a un pregiudicato che gli inquirenti hanno incontrato più volte nel sottobosco dei servizi segreti.
La signora Castellone, che non abita in Sicilia, è caduta dalla nuvole quando gli inquirenti le hanno chiesto conto di tutte quelle telefonate. Non le aveva fatte lei, che non aveva certo grandi conoscenze all’estero. Invece il telefonino con il suo numero clonato aveva chiamato più volte, per esempio, il numero 001.416.6648573. Un’altra telefonata in America, un altro giallo che continua.

Nessun commento: