mercoledì 26 novembre 2008

Acqua? Un affare privato. L'oro bianco e' il nuovo business

di Giulia Cerasi


Roma. Tutta l’acqua che scorre si può bere, recita un proverbio. Ma ora bisognerà aggiornarlo aggiungendo: basta pagare fior di quattrini.

Grazie all’articolo 23 bis della già tristemente famosa legge 133/2008 a firma Tremonti, è stata decretata la privatizzazione dell’acqua. Il 6 agosto scorso, mentre tutti erano in vacanza, Pdl e Pd hanno votato a favore di quella norma che, oltre a smantellare il sistema universitario italiano, obbliga i Comuni a mettere le loro reti idriche sul mercato entro il 2010. L’acqua non sarà più un bene pubblico ma una merce. Una merce che maggioranza e opposizione hanno di comune accordo venduto alle multinazionali, nella consapevolezza che tanto a pagare saranno sempre e solo i cittadini.

I primi passi verso la privatizzazione dell’acqua si sono mossi nel 2002, quando le municipalizzate sono state convertite in S.p.a. e, nonostante i Comuni abbiano mantenuto la maggioranza azionaria, sono state aperte le porte a banche e multinazionali. Con la legge 133 la gestione dei servizi idrici dovrà essere sottomessa alle regole dell’economia capitalistica: addio acqua pubblica e via libera alla speculazione sull’oro bianco! In un mondo in cui, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre un miliardo di persone non ha accesso all’acqua potabile.

Un assaggio di ciò che porterà la privatizzazione delle reti idriche ce lo offre l’esempio di Aprilia. Nella cittadina laziale l’acqua è passata in mano ai privati già dal 2003. A controllare i rubinetti è Acqualatina, controllata 46,5 % da Veolia, la più grande multinazionale dell’acqua che fornisce il proprio servizio ben a 116 milioni di abitanti nel mondo in più di 59 paesi. Nel 2005 Acqualatina ha deciso di aumentare le tariffe del trecento per cento. I consumatori, quantomeno indignati, hanno messo in atto una singolare ma connotativa protesta, decidendo di continuare a pagare le bollette al Comune e non alla società idrica, che ora invia squadre di vigilantes armati e carabinieri per staccare i contatori o ridurre il flusso dell’acqua ai morosi.

Ma i consumatori non sono gli unici ad opporsi al progetto di privatizzazione dei servizi idrici. Lo scorso 21 novembre si è tenuta a Palazzo Valentini a Roma una riunione del Coordinamento nazionale enti locali, organismo che riunisce governatori e sindaci di tutta Italia che biasimano gli effetti devastanti del 23 bis. Gli amministratori locali hanno approvato una bozza di statuto del coordinamento nazionale degli enti locali per l'acqua pubblica che, oltre a promuovere politiche di governo dell'acqua come bene comune e servizio pubblico mira alla ripubblicizzazione della gestione dei servizi pubblici locali.

La privatizzazione ha fatto smuovere le acque anche in ambito ecclesiastico. Mentre i vescovi di Brescia e Milano sono intervenuti pubblicamente riaffermando il concetto di bene pubblico, la Conferenza Episcopale Abruzzese ha messo per iscritto che l´accesso all´acqua “è un diritto fondamentale e inalienabile” e persino Papa Benedetto XVI, in un discorso il 16 luglio scorso, ha affermato che il diritto all’acqua “ha un proprio fondamento nella dignità umana. Da questa prospettiva bisogna esaminare attentamente gli atteggiamenti di coloro che considerano e trattano l’acqua unicamente come bene economico”.

Nel luglio del 2007 i comitati per l´acqua pubblica, sparsi in tutt´Italia, hanno raccolto 400 mila firme e depositato in Parlamento una proposta di legge di iniziativa popolare per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque ma, né sotto il governo Prodi né sotto quello di Berlusconi si è trovato un relatore, tantomeno dell’opposizione, capace di esaminare e illustrare la volontà dei cittadini.

A questo punto un interrogativo sullo stato della democrazia nel nostro Paese sorge spontaneo: come potremmo definire uno Stato in cui maggioranza e opposizione, di comune accordo, si uniscono e prendono decisioni contro il volere dei cittadini? Un Paese in cui gli interessi dei privati e delle multinazionali prevalgono sul bene pubblico? Un Paese in cui si permette - si legga incoraggia - la speculazione su un bisogno primario? Chi semina con l'acqua, raccoglie col paniere.

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