venerdì 24 ottobre 2008

Francesco Cossiga - Il Presidente "Emerito"

"Bisogna mandarli tutti all'ospedale"


....bè, che dire un Presidente emerito che pensa e dice queste cose vuoi per sarcasmo, vuoi per provocazione, vuoi perchè la testa le dice così deve sicuramente assumersi le proprie responsabilità, andando incontro a pensieri naturali e tendenziosi nel considerare che a dirlo non è un santo sceso dal cielo ma anzi......,con il rischio che qualche scheletro dall'' armado prima o poi esca fuori, visto tutti i libri e i documenti che girano su internet sulla sua figura opaca/oscura . Di seguito una breve storia di Cossiga per illustrare ai più giovani uno spaccato sul Presidente e per i più vecchi un ripasso, ma se con la lettura di questo virgolettato vi stuzzico l'appetito di sapere basta cercare sul mondoo immenso che il web ci offre....www.google.it

Ma, cominciamo con il ricordare cosa Cossiga Il Presidente ha detto il 23 ottobre 2008 in un'intervista pubblicata da QN de il Giorno:
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“Maroni […] dovrebbe ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città. […] Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri […] nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano […], soprattutto i docenti […] non dico quelli anziani, certo, ma le maestre ragazzine sì. […] Ci sono insegnanti che indottrinano i bambini e li portano in piazza: un atteggiamento criminale!”
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Diciamo che queste affermazioni sono gravi e irresponsabili qualsiasi sia l'intento visto il clima che il nostro paese sta respirando, inoltre voglio sottolineare che la sera stessa ho avuto modo di sentire su Radio24 nel programma laZanzara l'intervista a Cossiga riugardo le dichiarazioni fatte al quotidiano constatando che con molta spavalderia il Presidente emerito raccontava la sua visione attuale dell'Italia confermando le parole dell'articolo pubblicato su QN, bene io al Presidente emerito voglio solo ricordare alcuni lati oscuri che oggi il nostro paese non riesce a illuminare:


1) Sequestro Moro

Il Presidente emrito era Ministro degli interni, nel marzo 1978, quando fu rapito Aldo Moro dalle brigate rosse, creò a tempo di record ben due "comitati di crisi", uno ufficiale e uno ristretto, per la soluzione della crisi.

Molti fra i componenti di entrambi i comitati sarebbero in seguito risultati iscritti alla P2; ne faceva parte lo stesso Licio Gelli sotto il falso nome di ingegner Luciani. Tra i membri anche lo psichiatra e criminologo Franco Ferracuti. Cossiga richiese ed ottenne l'intervento di uno specialista americano, il professor Steve Pieczenik, il quale partecipò ad una parte dei lavori.

Circa la presunta fuga di notizie per la quale le BR parevano a conoscenza di quanto si discutesse nelle stanze riservate, Pieczenik ebbe ad affermare nel 1994 che aveva via via richiesto di ridurre progressivamente il numero dei partecipanti alle riunioni. Rimasti solo Pieczenik e Cossiga, affermò lo statunitense «la falla non accennò a richiudersi». Cossiga in seguitò non smentì, ma parlò di «cattivo gusto».

Non fu mai aperta alcuna trattativa con i sequestratori per il rilascio di Moro, il quale dalla sua prigionia scrisse a Cossiga dicendogli che «esiste un problema, postosi in molti e civili paesi, di pagare un prezzo per la vita e la libertà di alcune persone estranee, prelevate come mezzo di scambio.

Nella grande maggioranza dei casi la risposta è stata positiva ed è stata approvata dall'opinione pubblica.

Cossiga diede le dimissioni da ministro dell'Interno in seguito al ritrovamento del cadavere del presidente della DC in via Michelangelo Caetani. Al giornalista Paolo Guzzanti disse: «Se ho i capelli bianchi e le macchie sulla pelle è per questo. Perché mentre lasciavamo uccidere Moro, me ne rendevo conto. Perché la nostra sofferenza era in sintonia con quella di Moro».

2) La presidenza del Consiglio dei Ministri

Appena un anno dopo, il 4 agosto 1979, fu nominato presidente del Consiglio dei Ministri rimanendo in carica fino all'ottobre del 1980.

Cossiga come presidente del consiglio fu proposto dal PCI per la messa in stato di accusa da parte del Parlamento, in votazione in seduta comune, con una procedura conclusasi con l'archiviazione nel 1980, l'accusa era di favoreggiamento personale e rivelazione di segreto d'ufficio.

Cossiga fu sospettato di aver rivelato a un compagno di partito, il senatore Carlo Donat Cattin, che suo figlio Marco era indagato e prossimo all'arresto, essendo coinvolto in episodi di terrorismo, suggerendone l'espatrio.

Il Parlamento in seduta comune ritenne però manifestamente infondata l'accusa, che era stata fatta procedere da parte della magistratura di Torino in seguito alle dichiarazioni del terrorista pentito Roberto Sandalo, benché tale prova apparisse abbastanza labile (Sandalo, che soprannominato il "piellino canterino" perché fu uno dei primi pentiti dell'organizzazione terroristica Prima linea, aveva riferito una conversazione di Marco Donat Cattin che gli avrebbe parlato dell'imminenza del suo arresto, appresa da fonti vicine al padre).

Nel denunciare il favoreggiamento personale il partito di Enrico Berlinguer fu assai deciso nel ritenere che Cossiga fosse la fonte della fuga di notizie sulle indagini sui terroristi. Una possibile spiegazione di tanta certezza è offerta dalla sorprendente nuova ricostruzione della vicenda offerta in un libro [4] e confermata in un'intervista del 7 settembre 2007 dallo stesso Cossiga ad Aldo Cazzullo del Corriere della sera: egli ha (con vent'anni di ritardo e prescrizione del reato) ammesso parte dell'addebito, ma soprattutto ha rivelato che lui stesso informò il cugino Berlinguer del crimine commesso, attendendosi comprensione e ricevendone invece l'utilizzo della notizia per una battaglia politica contro di lui.

Dopo un periodo di allontanamento dalla vita pubblica all'esito del quale riapparve totalmente incanutito,[5] nel 1983 fu eletto presidente del Senato.

3) Cossiga presidente

Nel 1985 divenne l'ottavo presidente della Repubblica Italiana, succedendo a Sandro Pertini. Per la prima volta nella storia repubblicana, l'elezione avvenne al primo scrutinio, con una larga maggioranza (752 su 977 votanti): Cossiga ricevette il consenso oltre che della DC anche di PSI, PCI, PRI, PLI, PSDI e Sinistra indipendente.

La presidenza Cossiga fu sostanzialmente distinta in due fasi quasi eterogenee. Assai rigoroso nell'osservanza delle forme dettate dalla Costituzione (essendo peraltro docente di diritto costituzionale) fu il classico presidente notaio nei primi cinque anni di mandato.

La caduta del muro di Berlino segnò l'inizio della seconda fase. Secondo Cossiga la fine della guerra fredda e della contrapposizione di due blocchi avrebbe determinato un profondo mutamento del sistema politico italiano che nasceva da quella contrapposizione ed era a quella funzionale. La DC e il PCI avrebbero dunque subito gravi conseguenze da questo mutamento, ma Cossiga sosteneva che i partiti politici e le stesse istituzioni si rifiutavano di riconoscerlo. Iniziò quindi una fase di conflitto e polemica politica, spesso provocatoria e volutamente eccessiva, e con una fortissima esposizione mediatica (fu detto l'"esternatore"), che valse a Cossiga negli ultimi due anni di mandato l'appellativo di presidente picconatore.

Rimonta a quest'epoca l'abbandono, da parte sua, di uno dei più antichi tabù della politica democristiana, cioè quello che esorcizzava l'esistenza di illeciti: conformemente alla formazione "tavianea" della sua iniziale carriera politica, egli tenne moltissimo a dimostrare (quasi "pedagogicamente") agli italiani i costi che in termini di legalità avrebbe sostenuto il mantenimento della pace pubblica durante il cinquantennio in cui in Italia vi era il più forte partito comunista d'Occidente. Rivendicò di aver nascosto da giovane - come tutti gli altri dirigenti democristiani degli anni Cinquanta - "mitragliatrici e bombe a mano" per il caso in cui il PCI avesse tentato la presa del potere; ascrisse alla sua grafia gli omissis con cui fu censurato al Ministero della difesa (all'epoca del suo sottosegretariato, negli anni Sessanta) il rapporto Manes con cui si descrivevano le attività paragolpiste del piano Solo; si autodenunciò come referente politico di Gladio e come frequentatore della sua base di capo Marrargiu, quando il presidente del Consiglio Giulio Andreotti fu indotto a rivelarne l'esistenza.

Tra le più infelici esternazioni del presidente Cossiga vi fu quella contro il magistrato Rosario Livatino, definito sprezzantemente giudice ragazzino. Livatino venne assassinato dalla mafia nel 1990.

Cossiga si dimise dalla presidenza della Repubblica il 28 aprile 1992, a due mesi dalla scadenza naturale del mandato, annunciando le sue dimissioni con un discorso televisivo che tenne simbolicamente il 25 aprile. Fino al 25 maggio, quando al Quirinale fu eletto Oscar Luigi Scalfaro, le funzioni presidenziali furono assolte, come previsto dalla Costituzione, dall'allora presidente del Senato, Giovanni Spadolini.

La Democrazia Cristiana venne più tardi sciolta dal segretario Mino Martinazzoli, dando origine ad una serie di formazioni politiche di vario orientamento. Il Partito comunista italiano nel 1990 divenne Partito democratico della sinistra per poi assumere l'attuale denominazione di Democratici di sinistra poi confluiti nel Partito Democratico. Parallelamente ai cambiamenti storici, gli scandali legati al finanziamento illecito dei partiti (Tangentopoli) ebbero un ruolo non secondario nel processo di cambiamento.

4) Cossiga e Gladio

Le asserite responsabilità di Cossiga nei confronti di Gladio furono confermate dal medesimo interessato che, ancora presidente, ebbe a chiedere di essere processato e a definirsene «l'unico referente politico», precisando di «essere stato perfettamente informato delle predette qualità della struttura». Vi sono state differenti valutazioni politiche sul suo coinvolgimento nella vicenda di Gladio.

Mentre Cossiga ha recentemente dichiarato che sarebbe giusto riconoscere il valore storico dei gladiatori così come avvenne per i partigiani, il presidente della Commissione Stragi Giovanni Pellegrino ebbe a scrivere: «[...] se in sede giudiziaria un'illiceità penale della rete clandestina in sé considerata è stata motivatamente e fondatamente negata, non sono state affatto escluse possibili distorsioni dalle finalità istituzionali dichiarate della struttura, che ben possono essere andate al di là della sua già evidenziata utilizzazione a fini informativi...».

L'attività della organizzazione "Gladio" non è tuttora sufficientemente chiara sin nei dettagli, e si sono reiterate ipotesi di "organizzazione illegale" nonché di "cospirazione", essendo stata una struttura gerarchizzata operante in violazione all'articolo 18 della Costituzione, che vieta il perseguimento di scopi politici da parte di associazioni organizzate secondo strutture militari.

Secondo Cossiga ci sarebbero stati due ministri della Margherita di Gladio nel governo Prodi II.

5) La procedura di messa in stato di accusa

Cossiga fu messo formalmente in stato di accusa dal Parlamento con una procedura conclusasi con l'archiviazione, da parte del comitato parlamentare, come si legge negli atti parlamentari del 12 maggio 1993. Tra i firmatari delle mozioni accusatorie vi erano Ugo Pecchioli, Luciano Violante, Marco Pannella, Nando Dalla Chiesa, Giovanni Russo Spena, Sergio Garavini, Lucio Libertini, Lucio Magri, Leoluca Orlando, Diego Novelli.

Le accuse che il comitato ritenne tutte manifestamente infondate erano 29. Tra queste:

a) l'espressione di pesanti giudizi sull'operato della commissione di inchiesta sul terrorismo e le stragi;
b) la lettera del 7 novembre 1990 con la minaccia di «sospendersi» e di sospendere il governo onde bloccare la decisione governativa riguardante il comitato sulla Organizzazione Gladio;
c) le continue dichiarazioni circa la legittimità della struttura denominata Organizzazione Gladio benché fossero in corso indagini giudiziarie e parlamentari;
d) la minaccia del ricorso alle forze dell'ordine per far cessare un'eventuale riunione del consiglio superiore della magistratura, nonché del suo scioglimento in caso di inosservanza del divieto di discutere di certi argomenti;
e) i giudizi sulla Loggia massonica P2, nonostante la legge di scioglimento del 1982 e le conclusioni della commissione parlamentare d'inchiesta;
f) la pressione sul governo affinché non rispondesse alle interpellanze, presentate alla Camera nel maggio 1991 da esponenti del PDS;
g) l'invito ad allontanare il ministro Rino Formica dopo le sue dichiarazioni sulla Organizzazione Gladio;
h) la rivendicazione di un potere esclusivo di scioglimento delle Camere e la sua continua minaccia;
i) la minaccia di far uso dei dossier e la convocazione al Quirinale dei vertici dei servizi segreti;
l) il ricorso continuo alla denigrazione, onde condizionare il comportamento delle persone offese e prevenire possibili critiche politiche.

Tratto da google.it
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E concludo con una lettera aperta di Giorgio Bongiovanni che racchiude tutto ciò che penso e sottoscrivo su Cossiga, scritta nel 2007.

Dario Campolo
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LETTERA APERTA AL CORRIERE DELLA SERA

Caro Direttore,
le scrivo in merito alla polemica sorta in seguito all’intervista di Alzo Cazzullo al Presidente Emerito della nostra Repubblica italiana Francesco Cossiga, pubblicata dal suo giornale il 7 settembre scorso.

Dal mio piccolissimo osservatorio sulla scena politica nazionale mi sento infatti di rispondere, insieme alla redazione della rivista ANTIMAFIADuemila, che mi onoro di dirigere, alle accuse rivolte dal senatore a vita all’on. Nando Dalla Chiesa, al giudice Giancarlo Caselli, al compianto on. Enrico Berlinguer e ad altri che hanno replicato con giustificate proteste e richieste di chiarimento.

Francesco Cossiga, è questo ciò che penso, è una mente diabolica e raffinatissima.
E per smascherare le menzogne di una mente diabolica e raffinatissima suggerisco un metodo: opporre delle antitesi alle sue tesi, ossia leggere le sue dichiarazioni esattamente al contrario.
Il sistema è semplice. Se Cossiga dice che “la P2 è una bufala”, la realtà ha un significato totalmente opposto: la P2 era un’associazione criminale che ha tentato e tenta di dominare il Paese con un potere basato sulla violenza. La storia è testimone.

Stesso discorso per le accuse rivolte a Giancarlo Caselli, che secondo Cossiga avrebbe votato, insieme ai “suoi amichetti” contro Giovanni Falcone. A dimostrare il contrario ci sono le carte: i verbali del Csm – di cui Caselli ha fatto parte dal 1986 al 1990 – testimoniano come il giudice abbia in realtà votato a favore di Giovanni Falcone per l’elezione a capo dell’Ufficio Istruzione di Palermo. Proseguendo in questi anni la sua battaglia sul fronte antimafia con coraggiose inchieste che hanno portato, nel caso per esempio del senatore Andreotti ad una sentenza sì di assoluzione, ma solo per prescrizione del reato. La sentenza ha infatti confermato le collusioni con la mafia di Giulio Andreotti che fino al 1980 ha intrattenuto rapporti con esponenti di spicco di Cosa Nostra siciliana.

In ultimo Nando dalla Chiesa, che secondo il Presidente Emerito avrebbe detto già “abbastanza *******” sul padre Carlo Alberto. Al senatore vorrei ricordare che nel libro Delitto Imperfetto sono indicati in modo assolutamente preciso fatti e circostanze che lasciano intendere la presenza di menti raffinatissime dietro la morte del generale Dalla Chiesa. E che indicano gravi responsabilità e gettano inquietanti ombre sul ruolo allora ricoperto dallo stesso senatore a vita Giulio Andreotti.

Sul caso Donat-Cattin non intendo invece soffermarmi, poiché anche un bambino capirebbe quanto sciocche siano le dichiarazioni rilasciate.

Intendo al contrario intervenire su un’ultima cosa ancora.
Il senatore sostiene che dopo la sua morte sarà ricordato nei libri di storia solo nelle tavole cronologiche. Io mi auguro che non sia così. Mi auguro che la storia di Francesco Cossiga non passi inosservata, che i ragazzi possano leggere e studiare sui banchi di scuola del suo passato oscuro, del suo appoggio ai servizi segreti deviati, del suo ruolo nel sequestro Moro, dei depistaggi sulle indagini relative all’assassinio di un suo compagno di partito, in modo che uomini come lui possano non infangare più la storia del nostro Paese.
Ancora, mi auguro che possa campare tanto a lungo quanto sarà necessario per essere testimone della sua vergogna, poiché ho fiducia nella giustizia, nella convinzione che prima o poi la verità sul suo conto verrà alla luce. Per lui e per altri come lui.

Questo è ciò che penso caro Direttore, e sono sicuro che è ciò che pensano e vorrebbero dire centinaia di migliaia di cittadini italiani.

La ringrazio per l’attenzione

Giorgio Bongiovanni
Direttore ANTIMAFIADuemila

Sant’Elpidio a Mare, 13 settembre 2007

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