giovedì 25 settembre 2008

Speciale "Paolo Borsellino" Mandanti Occulti

Un articolo molto interessante per anticipare un argomento misterioso sui mandanti occulti delle stragi del 1992, chi ha ucciso Falcone e Borsellino? mmhhhh...Re Silvio emerge insieme a Marcello dell'Utri sul processo della strage di via d'Amelio come mandante occulto, ma ahimè.....non se ne fa poi nulla. Comunque noi cominciamo a indagare, come sempre!!!

Dario Campolo


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"Quel mistero dell'agendina rubata". Le ipotesi sulla strage di via D'Amelio.
La morte di Borsellino sarebbe legata a doppio filo a quella di Giovanni Falcone. Al tenente Canale Paolo disse della rubrica: "Magari qua dentro c'è la verità sulla morte di Falcone". Gli intrecci mafia-appalti, il racconto dei pentiti

"La mafia non ha fretta".
Mai. Lo disse il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta, in un'intervista rilasciata al giornalista Enzo Biagi. Però il boss di Cosa Nostra Totò Riina, nei giorni prima dell'attentato a Borsellino, ne aveva di "prescia", eccome. Nonostante due mesi prima fosse saltato in aria un altro giudice, Giovanni Falcone, Paolo doveva morire. Presto. Provarono ad opporsi alcuni fedelissimi, coscienti che la risposta dello Stato sarebbe stata forte, decisa. Per non parlare dell'opinione pubblica. Ma tutto era stato già stabilito. perchè Borsellino, nell'ultima apparizione pubblica nella biblioteca comunale, lo aveva fatto intendere: "Lo so" disse riferendosi alle indagini sulla strage di Capaci.

Borsellino non sarebbe dunque morto per le stesse ragioni del collega e amico di sempre Giovanni Falcone. Il giudice ucciso nella strage di via D'Amelio avrebbe dunque scoperto di più. Stava indagando proprio sull'attentato di Capaci, stava ricostruendo la rete che collega mafia e politica, imprenditori e criminalità organizzata, da Nord a Sud del paese. Indagini minuziosamente annotate nella sua agenda rossa, scomparsa qualche istante dopo lo scoppio dell'ordigno. Ma facciamo un passo indietro.
Sono le sette del 19 luglio 2006. La Procura di Palermo comunica a Bosellino che può parlare con il collaboratore di giustizia Gaspare Mutolo. Come ricorderà la moglie Agnese, "quella domenica a pranzo Paolo teneva l'agendina tra le mani ed aveva segnato gli appuntamenti per la settimana successiva. Non la mollava un momento".

Deve lasciarla, conto la sua volontà, dilaniato dalla bomba che mise fine alla speranza di un'intera generazione. Una foto scattata da un reporter palermitano apre però il caso: si vede un ufficiale dei carabinieri tra le auto ancora in fiamme, prendere una borsa affumicata, bagnata dagli idranti dei vigili del fuoco. L'immagine è stata acquisita dalla procura di Caltanissetta che intende ricostruire la vicenda. A colpire l'attenzione degli investigatori è l'assenza di questa rubrica nel verbale di sequestro. Che cosa aveva scoperto Paolo Borsellino?
Un documento che, secondo il tenente Carmelo Canale, stretto collaboratore di Borsellino e recentemente assolto in un processo che lo vedeva imputato del reato di collusione con cosa nostra , potrebbe "potrebbe contenere la verità sulla morte di Borsellino". Una settimana prima dell'attentato - spiegò Canale - lo vidi scrivere nella stanza di un albergo, era preoccupato, avevo capito che quell'agenda era il suo testamento. Quando gli chiesi della agenda mi rispose: Magari qua dentro 'cè anche la verità sul perché è stato ucciso Giovanni'".

Chi ha preso gli appunti di Borsellino? E cosa c'era scritto?
Tra gli atti degli investigatori che si occpuraono della vicenda spuntano due nomi. Il primo è Lorenzo Narracci, allora capo del Sisde a Palermo, che 80 secondi dopo l'esplosione ricevette una telefonata da Bruno Contrada, l'ex funzionario dei servizi segreti. Sul luogo della strage di Capaci, dalla costruzione dove i mafiosi fecero esplodere la bomba, fu trovato un bigliettino con il numero di telefono proprio di Narracci. Ma il caso venne archiviato dal Gip del tribunale di Caltanissetta, Giovanbattista Tona. Furono accantonati elementi di primo piano, come una misteriosa telefonata partita da Castello Utveggio che raggiunse Bruno Contrada dall'utenza di Paolo Borsellino, che era stata clonata ed era controllata.

Il filo dell'inchiesta si sposta al Nord.
I pentiti Giovanni Brusca e Nino Giuffrè parlano di una trattativa con lo Stato per ottenere vantaggi legislativi dalla nuova classe politica al potere, e di rapporti tra imprenditori, politici e mafiosi. Secondo Brusca, il giudice Falcone si era spinto "oltre" nel settore degli appalti diventando troppo pericoloso. Al processo di via D'Amelio Antonio Di Pietro ebbe da dire: "Le mie inchieste e quelle di Paolo Borsellino viaggiano su binari paralleli. Cominciai a lavorare prima con Falcone, poi con Borsellino. Bisognava capire il meccanismo con cui le grandi imprese italiane si aggiudicavano gli appalti. Borsellino continuava a ripetermi, lo fece fino a tre giorni prima della sua morte: "Non perdere tempo con le rogatorie, individua l'appalto, individua l'appalto".

Le imprese finite nel mirino dei magistrati palermitani potrebbero essere contenute nelle 900 pagine del dossier mafia-appalti che Falcone consegnò ai Ros di Palermo e che furono inspiegabilmente inviate a Roma, al ministro della Giustizia Claudio Martelli. Un malloppo che Borsellino aveva scrutato fino all'ultimo giornod ella sua vita, continuando ad affermare che "il sistema appalti si sta spostando dalla Sicilia verso il Nord". Scriveva, alcuni anni fa, il giudice Paolo Tescaroli nel volume "Perché fu ucciso Giovanni Falcone": In Cosa nostra, secondo Brusca, esisteva la preoccupazione che Falcone, da procuratore nazionale antimafia, potesse imprimere un impulso alle investigazioni nel settore inerente alla gestione illecita degli appalti. In particolare, Falcone avrebbe contribuito a bloccare il tentativo, che l'organizzazione aveva in cantiere nel 1991, di impostare nuovi collegamenti istituzionali per il tramite di strutture imprenditoriali".

Il racconto dei pentiti.
Salvatore Cancemi, il primo collaboratore di giustizia che era stato membro della Commissione (la «cupola») di Cosa nostra, disse: "Quando c'erano le preparazioni per le stragi di Falcone, io ero in macchina con Raffaele Ganci. Stavamo andando là e Ganci Raffaele mi disse: U zu' Totuccio si incontrò con persone importanti'. Ganci non gli fa i nomi di quelle 'persone importanti', ma per Cancemi è abbastanza chiaro: 'Se io devo fare una logica, diciamo,(...) i discorsi sono questi che si facevano in quel periodo". Al processo per la strage di via D'Amelio, nel 1999, spiega: "Se io vado indietro, noi andiamo a trovare un Vittorio Mangano che faceva quello che voleva nella tenuta di Berlusconi di Arcore. Là c'era un covo, un covo di mafiosi che andavano là, organizzavano sequestri di persona, vendevano droga, e io ho fornito pure. Che c'è stato un tentativo di un sequestro di persona, che uno di questi che era, mi sembra, se non faccio errore, Pietro Testone, chiamato di... ora che mi viene il nome glielo dico... Pietro Vernengo, (...) quindi là era la base di tutte queste cose. Quindi, dobbiamo cominciare, diciamo, di qua, quindi i vantaggi ci sono... ci sono stati curati da anni indietro a venire in avanti".

Riccardo Vescovo di Ateneonline

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