martedì 18 novembre 2014

Lucia Borsellino: “Mafioso è anche chi sta zitto. Vivo nell’ergastolo del dolore”

La figlia del giudice ucciso a un convegno con Rosalba Di Gregorio, avvocato di sette imputati per la strage di via d’Amelio


Lucia Borsellino
di Anna Martellato
“Per me mafioso è chiunque si renda corresponsabile, sia esso un componente dello Stato o meno. Anche solo con il silenzio. Questo è intollerabile, lo dico da figlia e da cittadina. Provo indignazione per quello che sta accadendo, e per questo ho scelto di sposare l’iniziativa di Rosalba e Dina. Ritengo sia una delle poche se non addirittura la prima voce su un argomento su cui ancora si continua a tacere irresponsabilmente”. La voce di Lucia Borsellino è pacata, le parole quasi sussurrate. È minuta come un uccellino, con due grandi occhi nocciola che riempiono il viso, eppure quelle parole echeggiano forti come bombe. Più forti di quella che il 19 luglio 1992, in via d’Amelio nella sua Palermo, le ha portato via il papà: il giudice Paolo Borsellino.  

“Il mio lo definisco un ergastolo del dolore. Purtroppo è una condizione mentale che non si riesce a tirare fuori, per quanto poi si cerchi di dare ogni giorno una ragione al proprio impegno e una propria voglia di cambiare le cose. Mentre prima ero particolarmente ottimista, perché mio padre lo è stato, oggi sono più con i piedi per terra alla luce di quanto è accaduto. Sono più disillusa. Questo mi aiuta anche ad apprezzare quel piccolo passo avanti, che poi si fa perché si vuole fare”. Il piccolo (grande) passo avanti lo sta facendo la Magistratura di Caltanissetta, riaprendo il caso con il Borsellino quater, grazie alle dichiarazioni del nuovo pentito Gaspare Spatuzza. Argomento di cui si è parlato a Mozzecane (piccolo, ma molto attivo Comune in provincia di Verona), nella manifestazione “Verità e memoria” all’ottava edizione. Ma non è sola, Lucia: c’è anche Tina Montinaro con lei, vedova del caposcorta di Falcone, e l’avvocato Rosalba Di Gregorio, che ha scritto con la giornalista Dina Lauricella il libro “Dalla parte sbagliata”, che mette nero su bianco ciò che Rosalba, inutilmente, ha gridato al vento per anni. A cominciare da complotti istituzionali e depistaggi palesi.

Una strana coppia, Lucia e Rosalba: lei è l’avvocato dei setti imputati condannati all’ergastolo per la strage di via d’Amelio, ora in sospensione della pena grazie alle rivelazioni di Spatuzza. “Non che ci si aspetti qualcosa – mette le mani avanti l’avvocato Di Gregorio, donna che le cose le affronta tutte di petto-. O meglio, dal quater emerge, finalmente, un pezzo di giustizia in più, fatta su prove e non su preconcetti, preconfezionamenti, teoremi forzati. Un pezzetto di verità”. Queste forti donne del Sud, ormai, a Mozzecane sono di casa. “L’incontro con i ragazzi all’Università, la visita alla macchina distrutta, reperto della strage di Capaci: a Palermo non importa a nessuno – taglia corto l’avvocato Di Gregorio -. Con gli studenti di Giurisprudenza a Verona si è approfondito l’argomento, cosache a Palermo mai è successa”. Ma le Istituzioni, le manifestazioni nella ricorrenza delle stragi allora? “Stai per caso parlando delle manifestazioni farsa, quelle in cui i Ponzio Pilato si battono il petto e si trascinano lì a mostrare che siamo tutti compenetrati e abbiamo bisogno di ricordarlo con una manifestazione costosa?”, sferra Di Gregorio. “L’antimafia è diventata quasi una categoria sociale – aggiunge Lucia Borsellino -, quando invece dovrebbe essere la normalità delle cose, una condizione esistenziale”. Parole durissime, le sue. “Un reperto come quello che ho visto a Mozzecane, la macchina della scorta di Falcone, da noi è invece un elemento di vergogna e di disonore. Invece dovremo avere la responsabilità di tenere sempre a mente quanto è accaduto per combatterlo fino all’ultimo respiro. Da noi ci sono ancora forti resistenze culturali che vanno abbattute, ma nello stesso tempo ci sono anche anticorpi fortissimi che si dovrebbero proliferare. Mi accorgo come tante cose siano ancora restie a cambiare, soprattutto nella mia terra. Ma lo Stato c’è, ed è in queste manifestazioni, come nella nuova magistratura di Caltanissetta”.

  

lunedì 6 ottobre 2014

Videocamere manomesse Maggiore protezione per Scarpinato

La decisione è stata presa dopo la scoperta che nelle immagini delle videocamere dell'ufficio del procuratore mancavano proprio quelle dei giorni in cui si era verificata una delle intimidazioni.


PALERMO- Il Comitato Provinciale per la Sicurezza Pubblica ha potenziato le misure di sicurezza per il procuratore generale di Palermo Roberto Scarpinato. La decisione è stata presa dopo la scoperta che nelle immagini delle videocamere del suo ufficio mancavano proprio quelle dei giorni in cui si era verificata una delle intimidazioni.

Le intimidazioni subite da Scarpinato - tra le quali una pesante lettera di minacce fatta trovare sulla scrivania del suo ufficio al palazzo di giustizia di Palermo e una scritta lasciata su una porta davanti alla stanza del magistrato - hanno indotto gli inquirenti a visionare le immagini delle videocamere che si trovano nel corridoio della Procura generale. I tecnici si sono immediatamente accorti che mancavano le riprese relative a 10 giorni su 15 (la memoria dell'impianto è tarata per riprendere per due settimane). Al momento della visione dei file, poi, un'altra sorpresa: tutto sparito tranne 24 ore di riprese. Completamente cancellate le registrazioni dei giorni che interessavano agli inquirenti: quelli in cui qualcuno è entrato in tribunale e, indisturbato, ha lasciato la scritta intimidatoria sulla porta.

Il sindaco di Palermo e presidente di Anci Sicilia Leoluca Orlando rinnova la sua solidarietà al Procuratore Generale di Palermo Roberto Scarpinato dopo aver appreso la notizia che sono state manomesse le registrazioni del sistema di videosorveglianza dei giorni in cui è stata portata fin dentro il suo studio una lettera di minacce. “La mia piena solidarietà – afferma Orlando - va al procuratore Scarpinato. Siamo di fronte ad un altro, inquietante episodio oscuro che ci fa comprendere la delicatezza del momento e ci richiama al dovere di non lasciare soli i magistrati di Palermo nel loro impegno per la verità e la lotta alla mafia”.

Fonte ANSA

giovedì 2 ottobre 2014

Stato-mafia: il Protocollo Farfalla servì per coprire le spalle ai politici?

Sono dichiarazioni molto forti quelle che arrivano da Claudio Fava, pronunciate ieri durante una conferenza stampa che la stragrande maggioranza dei media ha ignorato. Dichiarazioni che arrivano dal vicepresidente della Commissione Parlamentare Antimafia, che più di tutti in seno alle Istituzioni si è speso e si spende in questi mesi per far luce sul cosiddetto Protocollo Farfalla, l'accordo fra SISDE, il servizio segreto interno, e il DAP, il ramo del Ministero della Giustizia che gestisce le carceri, ufficialmente in vigore dal 2004 e che prevedeva una 'collaborazione' fra gli agenti dei Servizi e alcuni boss mafiosi detenuti al 41bis.


Informazioni, colloqui riservati su cui non era previsto alcun rapporto all'autorità giudiziaria. Perché? Si sarebbe persino consumato uno scambio, un do ut des fra informazioni e un non meglio specificato "compenso" di cui si parla in un documento ritrovato assieme alle poche pagine del Protocollo (leggi). Protocollo su cui fino a due mesi vigeva il segreto di Stato. E' l'ultimo dei capitoli che vengono a galla sulla trattativa stato-mafia e i cui possibili sviluppi potrebbero interessare i procedimenti in corso a Palermo, tanto sulla trattativa che nel processo d'Appello a carico di Mario Mori per favoreggiamento a Cosa Nostra.

Cosa ha detto Fava? Ha espresso timori sul fatto che il Protocollo sia servito "ad intercettare eventuali intenzioni di collaborazione dopo la 'sfortunata' vicenda di Giuffrè che raccontò i rapporti tra la politica e Cosa Nostra in Sicilia e non solo.  E' chiaro che per un Governo la preoccupazione che altri collaboratori di giustizia parlassero era reale. E' di quegli anni la scelta di istituire il Protocollo Farfalla, con un atto scritto che disciplinava nel dettaglio i rapporti tra il Dap e il Sisde". 

Per capire cosa intende dire Fava dobbiamo contestualizzare. Nell'ottobre 2001 il governo Berlusconi mette Mario Mori a capo del SISDE, il servizio che gestirà il Protocollo con il DAP. Mori, dopo una lunga carriera fra Servizi, Antiterrorismo e ROS, è giunto all'apice della carriera. Sul suo curriculum però ci sono due enormi macchie: la mancata perquisizione del covo di Riina (la sentenza che lo assolve evidenzierà comunque le gravi responsabilità disciplinari a carico di Mori) e la mancata cattura di Provenzano nel 1995 (il Tribunale di Palermo che lo ha assolto in primo grado, evidenzia le medesime "responsabilità" del caso Riina). Nel 2002 viene arrestato Nino Giuffrè, detto Manuzza. E' un gran colpo per le forze dell'ordine e la magistratura: si tratta del braccio destro di Bernardo Provenzano, all'epoca ancora latitante. Giuffrè inizia a collaborare con la giustizia poco dopo.

Tira in ballo Dell'Utri, Berlusconi e la nascita di Forza Italia. Dieci anni dopo, con Dell'Utri in carcere e una sentenza definitiva della Cassazione che certifica i pagamenti del Cavaliere a Cosa nostra per 18 anni, non è una notizia. Ma all'epoca, nel pieno dell'epopea berlusconiana e del primo grado del processo Dell'Utri sono dichiarazioni enormi. Non è il primo pentito a parlare di Berlusconi, ma è senza dubbio il più importante, visto il ruolo rivestito nella Cupola di Provenzano.

Fava crede che "sia stato ben informato il presidente del consiglio dell'epoca, Silvio Berlusconi: mi sembrerebbe inconsueto e poco probabile che un protocollo così impegnativo per conseguenze e rischi sia stato condotto per un arco di tempo abbastanza ampio all'insaputa del capo del governo". L'ipotesi che si evince dalla parole di Fava è che quel governo, preoccupato di nuovi Giuffrè, avesse attivato il SISDE per prevenire anziché curare. Ma non è l'unica accusa che muove il vicepresidente della Commissione Antimafia.

Fava mette nel mirino Annamaria Cancellieri, ministro della Giustizia fino allo scorso febbraio e l'ex numero 1 del DAP, Giovanni Tamburino, i quali lo scorso anno, quando si iniziò a ipotizzare l'esistenza del Protocollo, o caddero dal pero o ne smentirono l'esistenza. "Molto di quello che abbiamo appreso in questi giorni non è stato detto dall'ex ministro dell'Interno Annamaria Cancellieri, sentita in modo specifico anche su questo tema alla fine dello scorso anno. Il ministro disse di non aver alcuna informazione - ha detto Fava - Il direttore del Dap Tamburino in audizione al COPASIR ha spiegato 'non c'è alcun Protocollo Farfalla, né vi sono evidenze cartacee", aggiungendo che dell'argomento ha preso conoscenza attraverso i giornali". A dirla tutta anche Rosy Bindi, presidente della Commissione Antimafia,  lo scorso marzo negò la possibilità che esistesse un documento conosciuto come Protocollo Farfalla.

Questo il dipinto del numero 2 della Commissione Antimafia sul Protocollo Farfalla. Al di là delle supposizioni sulla genesi del Protocollo e il presunto coinvolgimento del governo Berlusconi, sono chiare le accuse al ministro Cancellieri e al direttore del DAP. E la sensazione è che siamo solo all'inizio. 

mercoledì 24 settembre 2014

Biennio ‘92-’93. Cosa c’è di nuovo

di Nicola Tranfaglia

Qualcuno ha scritto che proprio il passare del tempo, a volte, fa giustizia di quello che, in un primo tempo, non era apparso chiaro né comprensibile. E ora, forse, nel processo di Palermo sulla trattativa, come in quello di Appello contro gli ufficiali del Ros, Mario Mori e  Raffaele Obinu, assolti in precedenza  dai giudici di primo grado.  E’ possibile che oggi – a distanza di oltre vent’anni dal biennio fatale delle stragi di Palermo – il biennio ’92-93, che portò all’assassinio dei giudici Falcone e Borsellino e delle loro scorte, si incominci a intravvedere qualcosa di più su un punto importante della nostra storia cioè i rapporti da sempre esistenti e mai confessati apertamente, tra i confidenti e le forze dell’ordine (come la magistratura) e, ancora di converso, quelli che segnano la zona grigia che si determina tra le associazioni mafiose e quelli che, a un certo punto, cercano di uscirne e – come si dice in gergo – si pentono. E’ quello che sembra emergere non soltanto dalle confessioni di un nuovo pentito nelle indagini che il procuratore generale della Corte di Appello di Palermo, Roberto Scarpinato, ha aperto sui rapporti tra i mafiosi di Bagheria, come appunto Flamia, uomo a quanto pare dell’ex capomafia Provenzano, e vari agenti dei servizi segreti italiani (Flamia ha raccontato di essere stato regolarmente stipendiato dai servizi e di aver ricevuto una somma equivalente a centocinquantamila euro).  Ma anche da altri elementi che si aggiungono al quadro complesso, e in divenire, del processo davanti ai giudici di Palermo che vede un team di pubblici ministeri tra i quali il pm Di Matteo, il quale continua a ricevere minacce da Cosa Nostra. Non è un caso, peraltro, che, il 3 settembre scorso, c’è stata una irruzione nella stanza del procuratore generale e, sulla sua scrivania, è stata trovata una lettera anonima: “Lei sta esorbitando dai suoi compiti e dal suo ruolo. Noi non facciamo eroi. ”

Ma quali sono, nella realtà, gli altri elementi che si aggiungono giorno dopo giorno a quel che già si conosceva sulla trattativa e che ancora oggi inquietano alcuni politici (tra i quali l’attuale segretario del Partito democratico e presidente del Consiglio Matteo Renzi, tanto da spingerlo a criticare generalmente i magistrati in una maniera insolita e non motivata, almeno da parte della coalizione di centro-sinistra)?

Il primo elemento è, a mio avviso, la versione che l’ex procuratore di Palermo, Giancarlo Caselli, ha definito, ieri in un suo articolo, rispetto alla mancata perquisizione del covo di Riina nel 1993 dopo la cattura del boss. Caselli ha detto oggi con chiarezza che fu il ROS a chiedergli che “la perquisizione già decisa dalla procura non si svolgesse immediatamente, in modo da poter realizzare operazioni di vasta portata già programmate. Così venne deciso, nella certezza che il “covo” sarebbe stato tenuto sotto costante osservazione. Invece, senza mai avvertirci, non fu disposta alcuna sorveglianza. Il risultato si sa: il “covo” fu impunemente svuotato dai mafiosi. Una vicenda grave e oscura. Per noi un’autentica mazzata.” Una spiegazione, come sempre, onesta ma – ancora oggi – è difficile capire come tutto sia successo. Perché il Ros si comportò così stranamente? A  giudicare dai tempi attuali dei nostri processi, c’è il rischio che passino ancora molti anni prima che si possa rispondere a un simile interrogativo anche se, prima o poi, una risposta da parte dei due ufficiali o da altre circostanze finalmente chiarite potrà venire.

E il secondo elemento, non del tutto chiaro, riguarda - come è ovvio – il rapporto e le conseguenze di esso tra alcuni capimafia e uomini vicini alla mafia (come sarebbe stato, sempre – secondo Flamia -  che rimetterebbe in discussione l’attuale impianto accusatorio della mancata cattura di Provenzano a Mezzojuso nel 1995:”  Luigi Ilardo – ha detto – lo tenevamo lontano perché era un confidente.” Anche questa è una novità rispetto alla ricostruzione che si incominciò a mettere insieme alla metà degli anni novanta per venire a capo della mancata cattura di Provenzano e che aveva dipinto il militare Ilardo come un combattente della lotta contro Cosa Nostra piuttosto che come un confidente delle forze dell’ordine.  Insomma, il quadro dei rapporti  tra i diversi interlocutori dello scenario principale sui rapporti tra mafia e politica sembra farsi per certi aspetti ancora più complesso e difficile da decifrare anche perché, con ogni probabilità, ci mancano notizie su altre forze presenti nella partita ma ancora, poco o per nulla, note a chi studia e osserva. Una constatazione, quest’ultima, che ora è il caso di fare, senza esitazioni ulteriori.  Peraltro, proprio la mia lunga esperienza di ricercatore mi fa dire che la certezza (o almeno la vicinanza ad essa) su un episodio storico-soprattutto, se importante e significati vo come quello di cui parliamo-si può raggiungere a poco a poco e di frequente con il concorso non di un solo studioso ma di molti che collaborano a un obbiettivo comune: tramandare a chi verrà dopo di noi la memoria di quelle vicende. In questi anni è stato fatto un primo passo avanti ed ora speriamo che ce ne siano presto altri.